Caso Bayer, l’analisi di Sitox sulla tossicità del glifosato

La società italiana di tossicologia ha condotto un’analisi sul'erbicida prodotto dal colosso tedesco. Ha concluso che bisogna ragionare su due fattori: la definizione di “pericolosità” di una sostanza, e la quantità da assumere necessaria affinché questa sostanza diventi tossica

Sitox

La società italiana di tossicologia (Sitox) torna sul caso glisofato e sulla condanna di Bayer. Lo scorso marzo, una giuria statunitense ha condannato il colosso chimico farmaceutico tedesco al pagamento di 80 milioni di euro nei confronti di un uomo che avrebbe contratto il cancro a causa della sua esposizione al diserbante Roundup, prodotto da Monsanto (società acquistata da Bayer nel 2017). La società italiana di tossicologia ha condotto un’analisi dei dati sulla tossicità del glifosato, venendo alla conclusione che bisogna ragionare su due fattori: la definizione di “pericolosità” di una sostanza, e la quantità da assumere necessaria affinché questa sostanza diventi tossica. Ecco cosa dice l’analisi di Sitox riportata in una nota diffusa dalla società.

L’iter autorizzativo di una sostanza

Per la autorizzazione all’immissione in commercio di qualsiasi fitofarmaco secondo la direttiva comunitaria 91/414/CEE , anche per il glifosato, è obbligatorio condurre studi sperimentali di tossicità acuta, di tossicità in seguito a somministrazione ripetuta (fino a due anni) e di cancerogenesi, di tossicità riproduttiva, di tossicità dello sviluppo e di genotossicità (tossicità al Dna) in vitro e in vivo al fine di determinare le dosi considerate sicure per la popolazione nel caso assumesse cibi contaminati da residui dell’erbicida. L’autorizzazione all’uso commerciale, concessa per un certo numero di anni dalla Commissione europea in base alla valutazione finale di sicurezza di Efsa viene rinnovata periodicamente sulla base dell’esame, da parte di gruppi di scienziati che si occupano di sicurezza sia umana che ambientale, delle evidenze scientifiche più recenti.

Le valutazioni sulla tossicità del glifosato

Valutazioni relative al potenziale cancerogeno del glifosato, sono state fornite da più organismi internazionali, due appartenenti alla Organizzazione mondiale della sanità (Oms) cioè la International agency for research on cancer (Iarc) e il Joint meeting on pesticide residues (Jmpr) che si sono espressi in maniera antitetica in quanto la Iarc valuta solo il pericolo intrinseco di una sostanza mentre il Jmpr valuta il rischio derivante dall’esposizione ad una sostanza chimica in funzione della dose, cioè definendo delle soglie al di sotto delle quali la sostanza viene definita “sicura”.

La European food safety authority (Efsa) si è espressa più volte definendo l’uso del glifosato sicuro a certe dosi di esposizione definendo la dose giornaliera accettabile (Adi) per il consumatore sia adulto che giovane. Anche la Environmental protection agency degli Stati Uniti (Us-Epa) ha approvato l’uso del glifosato poiché ritenuto privo di attività cancerogena. Entrambi i termini, pericolo e rischio, servono a stabilire, in maniera scientifica, la sicurezza d’uso delle sostanze chimiche e dei prodotti che le contengono. Quale pericolo, e quale rischio, è associato al glifosato?

Il problema della definizione

A questo punto, se si vuole fare una corretta analisi del problema, anche per riportare equilibrio nel dibattito sui mass media, vale la pena di entrare merito delle definizioni. In tossicologia non esistono i sinonimi: le parole «rischio» e «pericolo» sono spesso utilizzate, nel linguaggio comune, in modo interscambiabile, ma non è così.

«Pericolo» è il modo con cui una sostanza o una situazione possono causare un danno, quindi un pericolo sussiste quando una sostanza o una situazione hanno la capacità intrinseca di causare un effetto avverso. Pericoloso è, per esempio, un veleno. «Rischio» è invece la probabilità che il danno alla persona si verifichi realmente. Quindi il rischio esiste se la persona è esposta (e in quale misura) al pericolo, nel nostro esempio un veleno. Perché se non ci esponiamo (o non ci esponiamo ad una certa quantità, “dose”) a un veleno, esso continua ad essere pericoloso, ma a noi non risulta alcun danno. Così come alcuni funghi molto tossici lo sono sempre, ma se non li cogliamo e se non ne ingeriamo abbastanza tossici non risultano esserlo.

L’analisi di Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro)

IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato il glifosato come «probabilmente cancerogeno». IARC divide sostanze e abitudini in «cancerogene» (gruppo 1), «probabilmente» (gruppo 2) e «possibilmente cancerogene» (grupo 2B). Il glifosato è inserito nel gruppo 2A, come la carne rossa e i fumi della frittura. Nel gruppo 1 troviamo carni lavorate ed etanolo, quindi anche salumi e vini tipici del made in Italy.

Secondo quanto sostengono invece le analisi di Oms (Organizzazione mondiale della sanità), Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e l’Echa (Agenzia europea delle sostanze chimiche) per che il glifosato è improbabile che sia cancerogeno.

Cosa dicono i dati di Join meeting pesticides residues

Secondo i dati del JMPR (Joint Meeting on Pesticides Residues), panel di scienziati interni a Oms e Fao, presi i livelli massimi di glifosato riscontrati nella pasta (0,3 mg/kg, ossia 0.00003%), una persona di 70 kg potrebbe mangiare ogni giorno 230 kg di pasta, senza riportare danni per via del glifosato. Ecco perché la Società italiana di tossicologia insiste sul fatto che quando si parla di sicurezza d’uso delle sostanze, non si può prescindere dal parlare anche della dose. Proprio al concetto di dose Sitox dedicherà il prossimo Congresso Nazionale, in calendario a febbraio 2020.

Il punto di vista di Sitox

La pericolosità di una sostanza è intrinseca, ed è una caratteristica astratta, mentre il rischio dipende dalle condizioni di utilizzo ed è una stima quantitativa della probabilità che un evento avverso possa accadere. Solo la valutazione quantitativa del rischio è quindi strumento utile a prendere decisioni, mentre applicare esclusivamente la definizione di pericolo per fare valere giudizi è un’operazione fuorviante, da un punto di vista comunicativo, soprattutto quanto induce allarmi nella popolazione.

Per esempio potremmo portare in tribunale una varietà di sostanze naturali che si sono dimostrate cancerogene nei roditori, come il metil-eugenolo nel basilico, l’acido caffeico nei vegetali, il furfurale nel pane bianco, la cumarina nella cannella, 8-metossiprosalene nel prezzemolo e molti altri altri.

Se applicassimo a queste sostanze lo stesso metro che è applicato al glifosato, senza contestualizzarle e quindi parlare di rischio effettivo, dovremmo fare causa anche a madre natura che produce le sostanze più tossiche in assoluto come le aflatossine la cui tossicità è milioni di volte quella di qualsiasi sostanza di sintesi mai prodotta ed immessa sul mercato dopo aver compiuto tutte le prove previste obbligatoriamente dai regolamento comunitari ed internazionali e vietare, precauzionalmente, la maggior parte dei cibi che, ad oggi, hanno allungato l’aspettativa e la qualità di vita dell’uomo in Europa e in continenti dove l’uso dei fitofarmaci è addirittura obbligatorio al fine di ridurre malattie endemiche come la malaria e la febbre gialla, solo per fare alcuni esempi.