Antibiotici riservati all’uomo: la proposta Ue e i dubbi dei veterinari

La Commissione europea sta pensando a nuovi criteri per l’utilizzo degli antimicrobici solo a uso umano, ma per la salute animale potrebbe essere un problema a causa del rischio di veder ridotte le soluzioni terapeutiche. Dal primo numero di AboutPharma Animal Health

Il rischio di mettere gli uni contro gli altri è elevato. Da una parte i veterinari, dall’altra gli esperti di medicina umana. La Commissione europea vorrebbe definire i criteri in base ai quali si potrà riservare l’utilizzo di alcuni antimicrobici esclusivamente all’uso umano. Non c’è nemmeno stato il tempo di prevedere un atto esecutivo e una lista di quali prodotti o classi saranno coinvolti, che i veterinari europei si sono messi sul piede di guerra.

Antibiotici riservati all’uomo: i dubbi della Fve

Ciò su cui battono i veterinari europei attraverso la loro federazione, la Fve, è il rischio che una decisione di questo tipo possa precludere numerosi antibatterici ai professionisti della salute animale. La risposta dell’associazione di categoria non si è fatta attendere e all’attenzione delle istituzioni comunitarie è stato presentato un documento chiamato “Criteria for designation of antimicrobials reserved for humans” nel quale vengono poste sei condizioni. La prima: che sia comprovato che l’utilizzo di un agente antimicrobico negli animali causi una resistenza considerevole nell’uomo. In sostanza servono studi di supporto per dimostrare che non ci sia correlazione tra le sostanze usate sulle due popolazioni. Il secondo punto entra più nello specifico e richiede che sia altrettanto comprovata la necessità d’utilizzo di un antimicrobico per un certo tipo di disturbo o infezione. Bisogna capire cioè, se quell’antimicrobico è l’unico rimedio a uso umano. Successivamente si chiede che venga valutata l’ipotesi di trattamenti alternativi per la popolazione e che (e qui sta il quarto punto) si certifichino tutti i tentativi per limitare l’utilizzo di un agente antimicrobico da vietare alla classe veterinaria. Il quinto punto, che si ricollega al sesto, sottolinea la necessità di mantenere vivo un presidio per la cura animale che, in ottica One health, è un baluardo per la salute pubblica.

La consultazione pubblica

Ema ha prodotto un documento per una consultazione pubblica sul tema avviata il 5 febbraio 2019 e che si concluderà il 30 aprile. Dopo le adozioni del documento da parte dei comitati veterinario (24 gennaio) e quello umano (31 gennaio) dell’Ema sta ora agli stakeholder proporre soluzioni e punti di vista in materia.

L’aggiornamento

Grazie al documento preparato dal gruppo di esperti ad hoc per la consulenza antimicrobica (Ameg), l’agenzia mira a tenere conto dell’esperienza acquisita dalla pubblicazione iniziale della categorizzazione degli antimicrobici nel 2014. Essa proponeva tre categorie per i prodotti classificati come antimicrobici criticamente importanti (Cia), ovvero quelli di maggiore rilevanza per la salute umana. La categorizzazione aggiornata dell’Ema considera tutte le classi di antimicrobici e include criteri aggiuntivi come la disponibilità di antimicrobici alternativi in medicina veterinaria. La raffinata classificazione ora comprende quattro categorie, da A a D, ciascuna con una parola chiave d’azione.

Le categorie

La categoria A (“Evitare”) comprende classi antimicrobiche non attualmente autorizzate in medicina veterinaria nell’Ue. Per questi medicinali, il loro uso negli animali destinati alla produzione di alimenti è vietato e possono essere somministrati ai singoli animali da compagnia solo in circostanze eccezionali. La categoria B (“Restrict”) si riferisce ai chinoloni, alle cefalosporine di terza e quarta generazione e alle polimixine. L’uso di questi antimicrobici negli animali dovrebbe essere limitato per attenuare il rischio per la salute pubblica. La categoria C (“Attenzione”) comprende gli antimicrobici per i quali, in generale, esistono alternative nella medicina umana nell’Ue, ma in medicina veterinaria esistono solo poche alternative in talune indicazioni. Questi antimicrobici dovrebbero essere usati solo quando non ci sono sostanze antimicrobiche nella categoria D che sarebbero efficaci. La categoria D (“Prudence”) è la categoria di rischio più bassa. Gli antimicrobici appartenenti a questa categoria possono essere utilizzati negli animali in modo prudente. Ciò significa che l’uso non necessario e lunghi periodi di trattamento dovrebbero essere evitati e il trattamento di gruppo dovrebbe essere limitato a situazioni in cui il trattamento individuale non è fattibile.

Fuori controllo?

A mettere benzina sul fuoco c’è anche una relazione congiunta del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) in cui si afferma che l’antibiotico-resistenza “non mostra segni di diminuzione” e che, anzi, gli antibiotici per trattare le malattie trasmissibili tra animali e uomo funzionano sempre meno. La relazione presenta i dati raccolti da 28 Stati membri dell’Ue su esseri umani, suini e vitelli di età inferiore a un anno. Il report conferma l’aumento della resistenza agli antibiotici già individuata negli anni precedenti. In particolare, segnala come gli antimicrobici usati per trattare malattie come la campilobatteriosi e la salmonellosi stiano perdendo sempre più efficacia. Secondo il rapporto, che si riferisce ai dati del 2017, in alcuni Paesi la resistenza ai fluorochinoloni (come la ciprofloxacina) nei batteri del genere campylobacter è talmente alta che tali antimicrobici non funzionano più per il trattamento di casi gravi di campilobatteriosi. Molti Paesi hanno riferito che la salmonella nell’uomo è sempre più resistente ai fluorochinoloni. Nel caso della salmonella, la resistenza a più farmaci è elevata sia nell’uomo che negli animali. Nel caso del campylobacter ci sono state anche percentuali molto elevate di batteri resistenti alla ciprofloxacina e alle tetracicline. La resistenza nei suini è elevata per farmaci comunemente usati contro la Salmonella, ma sono alti anche i livelli di resistenza registrati all’escherichia coli nei suini (69,2% contro il 34,3% in Europa) e nei vitelli (86,8% contro il 41,5% nei 10 paesi principali produttori), con bassa prevalenza nelle carni (suine 7% contro 4,7% Ue, e bovine 8,1% contro 3,9%).

Sul tema è uscito a febbraio anche il terzo report dell’Oie, l’Organizzazione internazionale per la salute animale, che ha riportato gli ultimi dati disponibili relativi al 2017. Intanto la buona notizia. Sono sempre di più i Paesi che hanno rilasciato informazioni sulla condizione dell’antimicrobico resistenza nella propria popolazione animale: 155 in totale. I problemi maggiori che riscontrano le istituzioni sono di carattere regolatorio, educativo e tecnico (mancanza di strumenti per la difesa). Uno dei temi caldi riguarda l’uso di antibiotici per la crescita degli animali che in Italia è vietata da anni, ma che all’estero è ancora pratica diffusa. Tuttavia il 71% (110) dei Paesi che hanno partecipato alla survey ha dichiarato che non fanno uso di queste sostanze. Del campione restante, il 40% dichiara di fare uso di questi prodotti, ma di avere una lista (e quindi una regolamentazione) di antimicrobici da usare per promuovere la crescita. Vytenis Andriukaitis, commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare dice che “stiamo entrando in un mondo in cui infezioni comuni diventano sempre più difficili o impossibili da trattare. Tuttavia politiche ambiziose, promosse da alcuni Paesi in cui si limita l’uso degli antimicrobici, hanno portato a una diminuzione della resistenza ad essi. Dunque, prima che i campanelli d’allarme diventino sirene assordanti, assicuriamoci di agire sem- pre più tutti insieme, in ogni Paese e in tutti i settori della sanità pubblica, della salute animale e dell’ambiente sotto l’ombrello di un approccio unitario alla salute (One health)”.

La soluzione vaccini

Se l’antibiotico-resistenza è uno dei temi più scottanti degli ultimi anni, anche i vaccini non scherzano. Tuttavia nel documento ministeriale “Linee guida per la promozione dell’uso prudente degli antimicrobici negli allevamenti zootecnici per la prevenzione dell’antimicrobico- resistenza” presentato dal dicastero di Lungotevere Ripa a settembre 2018 è comparso uno studio che propone la possibilità di ricorrere alla strategia vaccinale in alternativa all’uso di antibiotici, soprattutto nei casi in cui questi ultimi vengano impiegati, conformemente alle condizioni stabilite all’atto dell’autorizzazione all’immissione in commercio, per la prevenzione di malattie di origine batterica. Le linee guida sugli antibiotici veterinari Il documento è stato elaborato dalla Sezione per la Farmacosorveglianza sui medicinali veterinari del Comitato tecnico per la nutrizione e la sanità animale. Fornisce indicazioni utili per prevenire l’uso inappropriato di antimicrobici che – sottolinea il ministero – rappresenta un rischio concreto per la salute animale, per gli allevatori ed è responsabile sia della riduzione delle produzioni che dell’inefficienza degli allevamenti. La pubblicazione è una guida pratica con indicazioni utili a promuovere un approccio prudente all’utilizzo di antimicrobici, nell’ottica di contrastare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

 

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