L’industria alimentare all’esame di welfare animale

Il report 2018 di Bbfaw fotografa il comportamento di 150 aziende a livello globale, di cui otto italiane. Focus sul benessere degli animali d’allevamento e sull’adozione (o meno) di strategie per garantirlo. Dal primo numero di AboutPharma Animal Health

l'industria alimentare

Il benessere degli animali d’allevamento come driver sempre più competitivo per le aziende alimentari, nonché leva determinante per assumere un ruolo chiave all’interno del settore. È la sfida cruciale del welfare animale, al centro del report 2018 di Bbfaw (Business benchmark on farm animal welfare), pubblicato a febbraio. È Il benchmark globale sul benessere degli animali d’allevamento, una valutazione (annuale e indipendente) delle pratiche e del reporting ai quali sempre di più ricorrono investitori, aziende, Ong e stakeholder di settore, con l’obiettivo di valutare la policy, le performance – dunque l’approccio gestionale – e la trasparenza (un aspetto, quest’ultimo, di crescente importanza per consumatori e investitori) delle filiere delle aziende leader del settore alimentare in tema di benessere animale. Nello specifico, sono quattro le aree di valutazione: policy e impegni aziendali, governance e implementazione delle policy, leadership e innovazione, report delle performance e impatti.

Il report sull’industria alimentare

Le valutazioni si basano esclusivamente sulle informazioni rese pubbliche dalle aziende alla data del 31 luglio 2018. Presentato a Londra, il settimo rapporto del benchmark globale sul benessere degli animali d’allevamento Bbfaw – realizzato con il supporto di Compassion in world farming (Ciwf) e World animal protection, due organizzazioni di riferimento nell’ambito del welfare animale – fornisce anche quest’anno un’analisi dettagliata della modalità in cui le aziende gestiscono e comunicano le proprie politiche e pratiche in tema di benessere animale e di come, in base alla valutazione, vengono inserite all’interno di una classificazione.

I risultati

Il report 2018 conferma la posizione di leadership globale di Marks & Spencer, Waitrose, Cranswick, Noble Foods e Coop Svizzera che, nella classificazione finale in sei gruppi definita dalla valutazione complessiva, occupano il livello 1 (le aziende con i risultati migliori), mentre nel livello 6 – ovvero il più basso della piramide – rientrano le aziende che non inseriscono il benessere animale nella loro agenda. A livello globale sono 150 le aziende di 23 Paesi (18 i Paesi posti sotto la lente nel 2017) esaminate nel report Bbfaw 2018 (40 aziende in più rispetto allo scorso anno, tra cui anche la catena di supermercati italiani Conad), e il 71% di queste ha reso noto politiche e obiettivi specifici in tema di benessere animale. L’analisi ha riguardato 52 aziende della grande distribuzione (12 in più rispetto al 2017), 63 produttori e trasformatori (23 in più rispetto al 2017) e 35 della ristorazione (5 in più rispetto al 2017). Su 150 aziende, 17 hanno dimostrato di aver integrato il benessere animale all’interno della propria strategia, 63 hanno iniziato ad attuare una strategia in merito mentre 70 aziende hanno dimostrato di attuare poche (o nessuna) strategia sul welfare animale.

Le otto italiane

Nel benchmark Bbfaw 2018 sono 19 le aziende salite di almeno un livello nella classificazione finale nei sei gruppi definiti dalla valutazione: si tratta diCasino, Chipotle Mexican Grill, CP Foods, Dunkin’ Brands, Gruppo Auchan, Gruppo Danone, Kraft Heinz, Les Mousquetaires, Lactalis, LDC, Lidl, Noble Foods, Publix Super Markets, Vion Food Group, Wesfarmers, Whitbread, Wm Morrison, Gruppo Veronesi e Yum! Brands. Sono 12, invece, le aziende scese di un livello: Ahold Delhaize, BRF, Danish Crown, Dean Foods, General Mills, JBS, Kaufland, McDonald’s, Migros, Subway, Sysco Corp e Walmart. Ad ogni modo, se è pacifico che il vertice piramidale prosegue ad essere occupato solo da aziende estere, la presenza da quest’anno di 8 aziende del Belpaese (Barilla, Camst, Ferrero, Gruppo Cremonini, Coop Italia, Gruppo Veronesi, Autogrill, Conad), che rappresentano i tre principali settori dell’industria alimentare – grande distribuzione e grossisti, bar e aziende di ristorazione, produttori e trasformatori – “permette di estrapolare dai risultati del benchmark una buona approssimazione della situazione nazionale”, spiega Elisa Bianco, responsabile europeo settore alimentare di Ciwf Italia.

Un quadro incoraggiante

“Complessivamente – prosegue Bianco – il quadro che viene tracciato è incoraggiante perché si nota che anche le aziende italiane mostrano un interesse crescente per il benessere animale: a differenza del 2012, quando solo una delle aziende italiane valutate dal benchmark mostrava segni di interesse per l’argomento, quest’anno 6 su 8 hanno pubblicato una policy generale e hanno identificato almeno un obiettivo rilevante in tema di benessere su almeno una filiera animale”. Ciò nonostante, sono ancora poche le aziende del nostro Paese che comunicano le proprie performance annuali rispetto al percorso compiuto per il raggiungimento degli obiettivi prefissati o alle policy generali comunicate, come ad esempio la limitazione dei tempi di trasporto di animali vivi. A questo proposito, Bianco spiega: “Si tratta di un tipo di comunicazione sempre più necessaria non solo perché migliora la trasparenza e la fiducia nella gestione delle aziende, ma anche perché è fondamentale per garantire che si sta effettivamente seguendo un certo percorso e lo si sta facendo gradualmente, permettendo così di strutturare una transizione adatta alle esigenze del mercato e a quelle degli animali”.

Come si muovono le aziende

In riferimento alle 8 aziende italiane analizzate, Barilla conferma la sua posizione di leadership ed è l’unica a livello nazionale ad attestarsi a livello 3 della piramide (posizione rafforzata in tema di benessere animale). “Un risultato, questo, raggiunto mediante la pubblicazione di una policy generale in diverse filiere e, soprattutto, attraverso la comunicazione dettagliata e trasparente della mappatura delle proprie filiere e dei progressi fatti di anno in anno per raggiungere gli obiettivi contenuti nella policy (come ad esempio la percentuale di animali i cui tempi di trasporto sono inferiori alle 8 ore o quella di galline non confinate in gabbia a livello globale)”, sottolinea Bianco. La maggior parte delle altre aziende italiane si attesta al livello 4 della piramide (aziende che mostrano di volere fare progressi nell’ambito del benessere animale) dove, grazie alla pubblicazione di obiettivi specifici su alcune filiere, si collocano Camst, Ferrero, Gruppo Cremonini, Coop Italia e Gruppo Veronesi (quest’ultimo in salita dal livello 5 nel quale si trovava lo scorso anno). Autogrill rimane al livello 6, dove viene raggiunto da Conad (che per il primo anno entra nel Bbfaw).

I miglioramenti

L’analisi di benchmark – i cui criteri diventano sempre più stringenti – mira a sostenere il cambiamento a lungo termine e, dal 2012, ha mostrato una serie di input positivi di miglioramenti progressivi. Dalle 55 aziende che sono presenti in Bbfaw fin dalla sua prima edizione, infatti, i progressi registrati sono estremamente significativi: dal 2012 a oggi, 17 (il 31%)sono salite di un livello nella valutazione complessiva, 20 (il 36%) sono salite di due livelli e 8 (il 15%) sono salite di tre livelli. Focus, quindi, sul miglioramento nell’approccio della filiera al welfare animale mediante il principio One health. Il criterio che suggerisce di valutare la salute dell’uomo in rapporto a quella animale e dell’ambiente, analizzando le connessioni sussistenti tra questi tre “attori”, è una componente imprescindibile per le aziende, poiché solo quelle capaci di prendersi in carico commitment di lungo termine con i propri fornitori possono assicurare requisiti sia di sicurezza sia di sostenibilità sul prodotto finale. E così, intercettare e valorizzare sensibilità di carattere etico-sociale di grande interesse per il consumatore, che oggi (molto di più rispetto a ieri) è pronto a riconoscere il valore dell’impegno profuso dalle aziende per il miglioramento dell’intera filiera produttiva.

Benessere e antibiotici

Il tema del benessere animale viaggia di pari passo con quello dell’utilizzo prudente degli antibiotici (l’argomento, anche in questo caso, è uscito dalla cerchia degli addetti ai lavori, destando l’interesse del consumatore), poiché animali che stanno meglio si ammalano meno e, di conseguenza, migliorare il benessere degli animali si rivela basilare per riuscire a diminuire l’impiego dei farmaci negli allevamenti in modo sostenibile e responsabile. “Il tema della resistenza agli antibiotici è di rilievo cruciale non solo per la salute degli animali, ma anche per la salute umana, e affrontarlo facendo ricorso ad approcci che si basino, appunto, sul principio One health è la via più idonea per trovare una soluzione alla perdita di efficacia dei principi attivi”, precisa Bianco. “Soprattutto in un Paese come l’Italia – prosegue – che si trova in cima alle classifiche sia per incidenza di resistenze sia per quantità di antibiotici utilizzati in zootecnia, diventa sempre più urgente affrontare in maniera ben strutturata l’utilizzo responsabile dei farmaci negli allevamenti”.

Più biosicurezza

E che cosa dovrebbe prevedere un piano ben strutturato? “Una prima fase di monitoraggio della quantità di principio attivo effettivamente utilizzato nelle diverse filiere, suddivisa per classe di antibiotici, e – in una seconda fase – un piano di riduzione che preveda, tra le altre cose, il miglioramento delle condizioni di biosicurezza e di benessere degli animali, il divieto di effettuare trattamenti profilattici di routine nonché un piano di riduzione progressiva degli antimicrobici, che limiti fortemente o vieti l’impiego delle classi di antibiotici salvavita. E ancora, che monitori non solo gli antibiotici di per sé, ma anche altri antimicrobici che possono essere regolarmente impiegati negli allevamenti, come i coccidiostatici”. Un piano, dunque, basato soprattutto sulla prevenzione piuttosto che sulla cura di massa, in cui gli antibiotici continuino a essere parte del sistema poiché costituiscono una componente importante per garantire il benessere degli animali.

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