Salute animale, l’Europa scommetta su ricerca e prevenzione

Il 26 maggio si vota per il rinnovo del Parlamento Ue e l’agenda del settore è ricca di priorità. Parla Silvio Borrello, dg della Direzione generale della Sanità animale e dei Farmaci veterinari del ministero della Salute. Dal primo numero di AboutPharma Animal Health

salute animale

A fine maggio 400 milioni di cittadini Ue saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento europeo. Nell’ultima legislatura il settore della salute animale ha ricevuto un’attenzione importante. Un esempio fra tanti, l’approvazione dei nuovi Regolamenti sui farmaci veterinari e i mangimi medicati. I prossimi cinque anni saranno altrettanto intensi: si prevedono una serie di atti esecutivi e delegati, che renderanno pienamente applicabile il nuovo quadro normativo dal 2022. Ma sull’agenda delle istituzioni comunitarie le sfide dell’animal health si faranno sentire con tutto il loro peso: dalle azioni di contrasto all’antibiotico-resistenza alla ricerca, dalla prevenzione alla biosicurezza. Sullo sfondo (o al centro, se preferite) la visione “One health”, l’approccio che considera inevitabilmente interconnesse la salute degli animali, dell’uomo e dell’ambiente. Su questi e altri temi ci siamo confrontati con Silvio Borrello, direttore generale della Direzione generale della Sanità animale e dei Farmaci veterinari del ministero della Salute.

Quale sarà l’impatto del nuovo regolamento europeo sui farmaci veterinari?

Porterà senz’altro elementi positivi non solo per il mercato dei farmaci, ma soprattutto per gli utilizzatori, cioè gli animali da reddito e d’affezione, e per la tutela della salute di noi tutti cittadini che conviviamo con gli animali o consumiamo prodotti provenienti dal mondo animale. In questi anni ci siamo trovati, per esempio, a dover affrontare malattie che hanno coinvolto le cosiddette “specie minori”, definite così non perché di minore importanza, ma perché coinvolgono un numero ridotto di animali e quindi sono poco interessanti per l’industria farmaceutica. Lo stesso vale per i trattamenti per la prevenzione o il trattamento di malattie che si manifestano raramente o in aree geografiche limitate. È stato coniato l’acronimo “Mums” (Minor uses minor species) per indicare questi mercati limitati e nel nuovo regolamento sono previste modalità di autorizzazione nuove e più snelle.

Altri punti chiave?

Innovazione è un’altra parola chiave nel Regolamento. L’Agenzia europea per i medicinali (Ema), con il supporto di tutti gli Stati membri, dovrà predi sporre, tra gli altri compiti, linee guida per l’autorizzazione dei medicinali innovativi che presentano caratteristiche diverse dai medicinali in commercio. In modo da permettere all’industria di avere un percorso autorizzativo chiaro e specifico. È anche in programma una revisione del sistema di prescrizione e di distribuzione dei medicinali, per renderlo più sicuro e più trasparente. Ci saranno anche norme nazionali, su cui lavoreremo in stretta collaborazione con le Regioni e la pubbliche amministrazioni e tutti gli stakeholder, per ottimizzare il sistema di tracciabilità e dei controlli.

E poi gli antibiotici, forse il tema più caldo del nuovo Regolamento. È vero?

Uno degli obiettivi fondamentali del Regolamento è la riduzione della resistenza agli antimicrobici (Amr), fenomeno che ha un fortissimo impatto non solo sulla salute degli animali, ma soprattutto sulla salute pubblica. È un tema che meriterebbe un lungo approfondimento: spesso l’utilizzo degli antibiotici in zootecnica è stato visto come la maggiore, se non l’unica, causa della diffusione dell’Amr. La Direzione generale della sanità animale e dei farmaci veterinari è fortemente impegnata a fronteggiare il problema e collabora attivamente con tutte le componenti ministeriali e del Servizio sanitario nazionale, non tralasciando la collaborazione con le associazioni ed istituzioni del mondo agricolo. L’auspicio è che con il nuovo Regolamento vengano immessi sul mercato europeo anche nuovi medicinali che consentano di usare trattamenti alternativi agli antimicrobici. Saranno poi previsti limiti sia alle autorizzazioni che all’impiego dei medicinali antimicrobici, tenendo in particolare considerazione gli antimicrobici considerati critici per la specie umana (Cia).

Un secondo Regolamento cambia invece, dopo tanti anni, il quadro normativo per i mangimi medicati. Quale impatto dobbiamo aspettarci?

L’impatto deriva innanzitutto dalla forma giuridica di questo atto normativo: un regolamento, direttamente applicabile in tutti i Paesi dell’Unione, senza necessità di recepimento e creazione di differenti ordinamenti nazionali. L’applicazione del regolamento porterà quindi ad un’immediata armonizzazione della normativa sui mangimi medicati tra gli Stati Membri, con l’adozione di regole comuni e quindi un’agevolazione del mercato interno di mangimi medicati, animali e prodotti di origine animale. La Direttiva precedente aveva creato un panorama normativo frammentato e disomogeneo in ambito comunitario. D’ora in poi, invece, avremo requisiti comuni: etichettatura, prescrizione, utilizzo e prescrizioni per gli operatori. I nuovi requisiti mirano a migliorare gli standard operativi di produzione, commercio ed utilizzo dei mangimi. Anche in questo caso si punta a contrastare l’uso scorretto e l’abuso di antimicrobici via mangime e contribuire a contrastare i fenomeni di antibiotico-resistenza.

In che modo?

Solo per fare un esempio, viene chiaramente sancito il divieto di uso preventivo di mangimi medicati contenenti antimicrobici. La prescrizione di mangimi medicati è, infatti, subordinata ad una diagnosi, che è successiva ad un esame clinico dell’animale o del gruppo di animali.

Restiamo in Europa. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Ue si avvicinano. Quali priorità le istituzioni comunitarie dovrebbero affrontare nei prossimi cinque anni?

I Servizi veterinari negli ultimi anni hanno dovuto affrontare diverse crisi, come la Bse (encefalopatia spongiforme bovina) e l’influenza aviaria. Queste zoonosi sono state gestite prontamente e gli interventi adottati hanno garantito il loro controllo e mitigato il rischio per la salute umana e animale. Dal 2014 la peste suina africana sta impegnando i servizi veterinari e molte altre figure interessate nel suo controllo. Non si può abbassare la guardia ed è fondamentale una costante preparazione alle emergenze.

Può indicarci i punti fondamentali di una strategia efficace?

Il primo punto riguarda la biosicurezza negli allevamenti. Il rispetto delle misure di biosicurezza è determinante per prevenire l’ingresso delle malattie altamente contagiose negli allevamenti. L’Ue dovrebbe impegnarsi, sia in termini economici che legislativi, per innalzare il livello di prevenzione nelle aziende zootecniche. Ma la biosicurezza non rappresenta l’unico mezzo di prevenzione: bisogna agire anche su altri fattori di rischio come la densità degli allevamenti, la movimentazione degli animali, i mangimi e i sottoprodotti di origine animale. E poi occorrono “sistemi premianti” in grado di favorire le aziende che hanno operato per prevenire l’ingresso e la diffusione delle malattie. Introdurre sistemi di indennizzo assicurativo che tengano conto del rischio rappresentato da ciascuna azienda zootecnica potrebbe contribuire ad alzare il livello di prevenzione.

E sul fronte della ricerca?

Le epidemie animali che hanno investito l’Europa, pur gestite in maniera efficace, hanno evidenziato alcune lacune nella comprensione dei fattori di rischio che ne provocano la diffusione. L’attività di ricerca deve essere potenziata per mettere a disposizione delle autorità sanitarie strumenti di previsione del rischio e misure efficaci di lotta alla malattia. Vaccini e nuovi test diagnostici devono essere sviluppati per le malattie a elevato impatto economico e zoonosico.

L’interconnessione tra salute animale, umana e dell’ambiente richiede un approccio multidisciplinare?

Serve una visione olistica. L’approccio alle malattie animali non può più essere limitato a esperti di una sola professione (veterinari, agronomi, biologi, medici). Alcune malattie, come quelle trasmesse da animali selvatici ai domestici, richiedono una conoscenza a diversi livelli (biologia della fauna selvatica, ambiente). Serve visione più ampia e articolata. Oggi non si parla più solo di agenti patogeni, ma anche di fattori ambientali, geografici, culturali. Va considerato anche il cambiamento climatico, che sta piano piano sconvolgendo la dinamica e la presenza delle malattie in Europa. Poi serve un impegno sul piano della comunicazione e dell’informazione.

In che senso?

La gestione dei rischi connessi alle malattie passa anche attraverso la comunicazione corretta e calibrata verso un pubblico ampio ed eterogeneo. Ognuno di noi, anche involontariamente, può essere responsabile della loro diffusione. Bisogna fornire informazioni chiare e semplici sulle prassi corrette da seguire.

Veniamo all’Italia. La ricetta veterinaria cartacea viene archiviata. Quali vantaggi dalla digitalizzazione?

La ricetta veterinaria elettronica è una innovazione fortemente voluta dal ministero della Salute, realizzata in collaborazione con l’Istituto zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise che, in ambito veterinario, sostituisce la tradizionale ricetta cartacea. La nuova prescrizione digitale consentirà di rafforzare la tutela della salute pubblica e degli animali sia da compagnia sia in allevamento. Ci permetterà di tracciare l’intero ciclo di vita dei medicinali e dei mangimi medicati, dalla prescrizione fino all’erogazione, e consentirà di rilevare il consumo reale dei medicinali veterinari, rendendo più efficace la sorveglianza sul corretto uso che si fa di questi ultimi. Uno strumento prezioso soprattutto per il monitoraggio dell’uso degli antibiotici, a cui abbiamo accennato a proposito dei nuovi regolamenti Ue.

Quali strategie il ministero della Salute sta mettendo in atto contro i cosiddetti “superbatteri”?

Il ministero della Salute ha predisposto, nell’ottica dell’approccio “One Health”, il Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza (Pncar) 2017-2020, per fronteggiare in maniera efficace il fenomeno che coinvolge tanto la medicina umana quanto la medicina veterinaria. Il settore veterinario si è prefissato obiettivi sfidanti, che rappresentano soltanto il punto di partenza, come la riduzione del 30% del consumo di antibiotici e altri obiettivi specifici. Le azioni previste rappresentano la prosecuzione di un percorso già avviato dalla Direzione generale della sanità animale e dei farmaci veterinari da iva riduzione delle vendite degli antibiotici di un ulteriore 8,4% rispetto al 2015 e del 30% per il periodo 2010-2016. Tra i punti di forza della strategia veterinaria di contrasto all’Amr, oltre alla ricetta elettronica veterinaria, c’è il sistema Classyfarm.

In cosa consiste?

È un sistema integrato di identificazione e classificazione delle aziende, che consentirà di individuare quelle realtà che possono rappresentare un serio rischio di sviluppo e diffusione di resistenza agli antimicrobici. Un buono stato di salute degli animali – raggiunto grazie a buone pratiche agricole come igiene, alimentazione corretta, tecniche di allevamento adeguate – rafforza la resistenza alle malattie diminuendo la necessità di ricorrere ai farmaci e specialmente agli antimicrobici. Classyfarm si basa sulla raccolta di una serie di parametri relativi a biosicurezza, benessere animale, uso di antimicrobici veterinari, resistenza antimicrobica e lesioni anatomopatologiche e mira a individuare quegli allevamenti sui quali il controllo ufficiale deve concentrare i propri sforzi, perché costituiscono un rischio maggiore di selezione e diffusione di batteri antimicrobico-resistenti. Gli indicatori consentono di capire quali aspetti gestionali sono carenti e di intervenire in maniera mirata accompagnando l’allevatore verso il miglioramento.

Quanto sono indispensabili gli antibiotici in veterinaria?

Non è pensabile fare a meno degli antibiotici per curare gli animali, anche se dai dati di un’indagine condotta da Eurobaromentro a settembre 2018 emerge che il 49% degli italiani (contro il 35% della media dei cittadini europei) non è d’accordo con l’impiego di antibiotici per curare gli animali destinati alla produzione di alimenti, anche nel caso in cui questo risulti essere il trattamento più appropriato. Gli antimicrobici impiegati nel settore veterinario devono essere considerati, come nella medicina umana, strumenti utili che, se impiegati correttamente, permettono di mantenere gli animali in salute e produttivi, garantendo il loro benessere, la sicurezza degli alimenti e quindi a, un elevato livello di tutela della salute pubblica.

La questione degli antibiotici è tra quelle che rende di più facile comprensione il concetto di “One Health”. In che modo le politiche sanitarie possono rendere questo approccio qualcosa in più di una definizione teorica?

Per l’Oms un approccio “One Health” si basa sulla progettazione e attuazione di programmi, politiche, legislazione e ricerca, in cui più settori comunicano e collaborano per ottenere migliori risultati di salute pubblica, attraverso un metodo multidisciplinare e multi-professionale. L’Oms evidenzia come le aree di lavoro in cui l’approccio “One Health” assume maggiore rilevanza includano le politiche di welfare, così come, ad esempio, la sicurezza alimentare, il controllo delle zoonosi e la resistenza agli antibiotici. È indispensabile che la governance dell’intero sistema sanitario sia orientata a rafforzare ulteriormente la visione di salute pubblica in un’ottica a 360 gradi, considerando la salute umana e la salute degli animali come interdipendenti e legate alla salute degli ecosistemi in cui sono contestualizzati, dando così seguito ad una tipologia di approccio storicamente adottata nel nostro Paese e assunta dalle organizzazioni internazionali (Oms, Oie e Fao).

Quindi l’Italia è già sulla buona strada?

Nel nostro Paese i Servizi veterinari, diversamente dal resto d’Europa, sono una componente strutturale del Ssn e interagiscano in modo integrato con i servizi di igiene pubblica e di igiene degli alimenti e della nutrizione. Una scelta ben precisa che già da tempo ha reso l’approccio One health non più una definizione meramente teorica. In questo modo l’Italia ha potuto ridurre le malattie umane correlate a quelle animali da reddito e d’affezione, combattere le minacce biologiche provocate dai cambiamenti climatici, fornire alimenti di origine animale più sicuri e impedire la diffusione di malattie infettive emergenti e riemergenti che possono costituire una minaccia per le produzioni zootecniche e causare danni all’economia del settore produttivo.

Si può fare (ancora) di più?

Per rafforzare questo impegno sono necessari un sistema avanzato di sorveglianza e monitoraggio per una gestione interdisciplinare del controllo delle aree ad alto impatto ambientale e delle malattie trasmissibili con gli alimenti e delle zoonosi, in collaborazione con le Asl, ospedali, Istituti zooprofilattici sperimentali e Arpa (le agenzie regionali per la protezione ambientale, ndr). La raccolta e la condivisione dei dati è vitale per integrazione delle diverse amministrazioni coinvolte nelle attività e deve essere basata su sistemi informativi inter-operanti con gli altri sistemi informativi della Pa. Infine, è necessario prestare maggiore attenzione alla preparazione alle crisi e non solo alla loro gestione. Così da evitare o ridurre al minimo l’impatto sulla salute pubblica.

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