Mieloma multiplo, lavori in corso negli ospedali italiani

Partito in Italia il progetto rEMMaP che mira a individuare le aree di miglioramento nei percorsi assistenziali dei pazienti affetti dalla patologia tumorale. Dal numero 168 del magazine. *IN COLLABORAZIONE CON CELGENE

Si può fare di più per ridurre l’impatto del mieloma multiplo (Mm) sull’organizzazione ospedaliera, consentendo al Servizio sanitario nazionale di sostenere al meglio l’onere di diagnosi e terapie, garantendo specularmente l’idonea presa in carico dei pazienti. Come? Valutando efficacia ed efficienza degli interventi proposti dalle strutture sanitarie italiane, usando la bussola dell’appropriatezza per ridurre la “complessità ospedaliera” e quindi recuperando risorse da impiegare meglio anche per garantire l’accesso all’innovazione. Questo l’obiettivo del progetto rEMMaP (Evolution of Multiple Myeloma Pathway), promosso da Celgene in collaborazione con Iqvia, che sta monitorando da alcune settimane le best practice in alcuni ospedali italiani (a regime saranno dodici) attraverso una panoramica sui percorsi dei pazienti tra ambulatori, day hospital e reparti, rilevando, ad esempio, la consistenza di tempi e liste di attesa.

La ricerca di rEMMaP

Il metodo seguito dal rEMMaP prevede l’analisi dei dati gestionali-amministrativi e la somministrazione di interviste strutturate a medici, infermieri professionali, farmacisti ospedalieri, volontari etc. Su questa base si dovranno identificare i percorsi “reali” compiuti dai pazienti in ogni struttura ospedaliera, valutandone le differenze rispetto a quelli “ideali”. Successivamente si passa all’identificazione delle aree di miglioramento nella gestione del paziente, per ciascuna delle quali è prevista l’individuazione e la successiva valutazione di specifici indicatori (Kpi). I risultati emersi saranno poi trasferiti agli ospedali partecipanti per l’assessment finale.

I punti cruciali

Tra i punti cruciali si evidenziano già adesso l’integrazione tra reparti e la presa in carico multidisciplinare del paziente; la valorizzazione e lo sviluppo di trapianti e terapie infusionali; la gestione del paziente in day hospital secondo un percorso che riconosca le eccellenze e si colleghi a network regionali. Massimo Offidani è dirigente medico responsabile dell’ambulatorio per il mieloma multiplo presso il reparto di Ematologia dell’Aou Ospedali Riuniti di Ancona (uno dei primi centri ad aderire al progetto). Riassume così i problemi che pone la presa in carico del paziente: “Il mieloma multiplo è un malattia molto complessa che nelle fasi sintomatiche può coinvolgere tanti organi, come ad esempio il rene o l’apparato scheletrico, richiedendo visite, consulenze ed esami diagnostici che coinvolgono fino a quindici medici diversi”.

Migliorare l’organizzazione

Ne deriva che in base alla gerarchia dei sintomi il paziente venga indirizzato verso una o l’altra specialità. Spiega ancora Offidani: “I day hospital scoppiano e l’organizzazione diagnostica è certamente da migliorare. Serve un percorso stabilito per facilitare l’esecuzione degli esami che è complicata dall’intasamento dei servizi. Un’ecocardiografia in pre-terapia è spesso di difficile accesso, come pure Tac e risonanza magnetica. Basta questo per far allungare la permanenza di un paziente in ospedale”. Servirebbe anche personale dedicato: “Molto spesso – prosegue Offidani – nei servizi lavorano turnisti ed è difficile avere un unico riferimento che possa farsi carico di gestire e discutere i casi con i colleghi”. Anche nel setting terapeutico il percorso può essere potenzialmente ottimizzato anche se con presumibili difficoltà.

…e le tempistiche

Spiega Offidani: “La somministrazione di anticorpi monoclonali, impiegati nella seconda linea di trattamento quando il mieloma è recidivato (purtroppo accade quasi sempre) prevede infusioni molto lunghe e l’occupazione di posti in Dh. Alcuni tempi sono incomprimibili (es. visite, esami, valutazioni e preparazione del farmaco) e possono passare ore. Il risultato è che se non troviamo posto in Dh spesso ricoveriamo in reparto per non attendere tempi biblici. Questo accade per almeno un terzo dei pazienti, con un aggravio dei disagi e dei costi collegati al ricovero (problema che non sussiste in caso di terapie orali, n.d.r.)”.

In collaborazione con Celgene