Prezzi farmaci: l’Italia chiede trasparenza e dagli Usa arrivano accuse a Big Pharma

Sul suo profilo Facebook, il ministro Giulia Grillo ribadisce l'impegno dell'Italia per una maggiore trasparenza dei prezzi dei medicinali, mentre negli Stati Uniti 44 procure generali accusano 20 aziende farmaceutiche per aver alzato i listini dei propri prodotti

Il ministro della Salute Giulia Grillo ha affidato alla sua pagina Facebook un commento sull’annosa vicenda del prezzo dei farmaci. Il ministro rivendica l’impegno dell’Italia in sede Oms in vista della discussione che avverrà a Ginevra il 20-28 maggio. Nonostante ciò arrivano segnali contrastanti da altri Stati che vorrebbero rivedere il documento italiano. Germania e Regno Unito in primis. Senza contare poi che da oltreoceano arrivano pesantissime accuse a Big Pharma per l’innalzamento dei listini dei propri prodotti.

La discussione di Ginevra

“Ero consapevole che sarebbe stata una battaglia dura, ma non posso mollare. Da anni mi batto per avere medicinali a prezzi equi e una maggiore trasparenza in un settore di fondamentale importanza per la salute di tutti noi”, scrive Grillo facendo riferimento a una serie di negoziati avviata con altri partner europei. La mossa italiana punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e ha richiesto direttamente l’intervento dell’Organizzazione mondiale della sanità. Grecia, Malesia, Portogallo, Serbia, Slovenia, Sud Africa, Spagna, Turchia e Uganda hanno appoggiato Roma, ma altri nove Paesi Ocse vorrebbero ridiscutere la proposta. La cordata è rappresentata da Germania, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Australia, Austria, Polonia, Ungheria e Usa.

Come si forma un prezzo?

Sul magazine di maggio 2019 si è dato conto ampiamente della faccenda. Come si formi il prezzo di un farmaco resta sostanzialmente un mistero. Più per questioni metodologiche, tuttavia, che per perfido calcolo. Su questo concordano i ricercatori di mezzo mondo e in questo la proposta di risoluzione avanzata dall’Italia potrebbe in qualche modo aiutare. In una revisione della letteratura sul tema, pubblicata già nel 2011 su Health Policy (“The cost of drug development: a systematic review”, autori Morgan S, Grootendorst P, Lexchin J et al.) gli autori si erano chiesti: 1) quali fossero i metodi utilizzati per fornire stime sul costo di sviluppo di un farmaco; 2) in quale range si muovessero le rilevazioni e quali voci le componessero; 4) Le stime aumentano nel tempo; 5) cambiano in funzione della classe terapeutica del medicinale?

Gli autori hanno interrogato le maggiori banche dati internazionali dal 1980 al 2009, combinando le parole chiave ‘sviluppo del farmaco’ e ‘ricerca in campo farmaceutico’ con ‘costo’ e ‘spesa’. Sono stati reperiti 1718 articoli di cui ne sono stati selezionati i soli 13 che a giudizio degli autori contenevano elementi chiari circa la metodologia di calcolo dei costi di sviluppo di nuovi farmaci. Stringi, stringi è venuta fuori un’enorme variabilità proprio sullo sviluppo di nuovi medicinali (il range si muoveva da un minimo di 92 milioni di dollari ad un massimo di quasi 900 milioni di dollari). Tra i fattori che maggiormente influiscono sui risultati figura proprio la scarsa trasparenza nel comunicare metodologia adottata, fonti e differenze nei periodi di riferimento. Inoltre le informazioni confidenziali fornite da società non identificate hanno impedito una valutazione di insieme e al tempo stesso l’identificazione di un metodo ‘gold standard’.

Dal costo industriale al valore terapeutico

Il ministero della Salute italiano non può non sapere che anche per queste difficoltà operative, dal 1994 l’Italia – come la maggior parte dei Paesi occidentali – ha abbandonato l’idea di legare al prezzo dei farmaci il computo dei fattori produttivi impiegati per produrli (materie prime, lavoro, energia, capitale, etc.) e del margine da attribuire alla filiera. Il metodo, noto ai farmaco economisti con il nome “CIP costi” o “CIP 2” prevedeva proprio di costruire il prezzo in base a spese di produzione, distribuzione, ammortamenti di ricerca e sviluppo, commercializzazione etc. Si è preferito quindi passare – non senza difficoltà e diatribe –alla ricerca del valore connesso all’utilità del farmaco, rilevata sulla base di specifici indicatori (es. costo/beneficio, QALY etc.), maneggiando via via strumenti e algoritmi propri dell’Hta, della Value Based e della Real World Evidence (Rwe). E siamo ai giorni nostri.

La confidenzalità serve

Spiega Claudio Jommi, direttore dell’Osservatorio farmaci del Cergas dell’Università Bocconi. “Certo la trasparenza va applicata in senso lato e se Aifa negozia un prezzo mi piacerebbe sapere ex post su quale base è stato fatto. Ricordo che il prezzo di un farmaco è l’esito di una negoziazione tra le imprese e l’Aifa. Di fatto il tentativo è quello di agganciare il prezzo di un farmaco al suo valore e al beneficio che dà al paziente rispetto ad alternative terapeutiche esistenti.

Siccome nei diversi Paesi, più o meno ricchi, la disponibilità a pagare è diversa e siccome (vedi l’Italia) gli Stati hanno definito tetti di spesa sulla farmaceutica, tutti i vincoli finanziari devono fatalmente considerarsi nella negoziazione dei prezzi. Alla fine il prezzo concordato da Aifa e dai produttori potrà essere eventualmente integrato con clausole di confidenzialità rispetto al prezzo effettivo a carico del Ssn”. Su questo Jommi (come del resto le industrie e le precedenti amministrazioni Aifa) non vede nulla di male. “La confidenzialità – chiarisce Jommi – è rispetto a un pubblico generale mentre ovviamente non vale per gli operatori del Ssn che sanno esattamente quanto acquistano e a che prezzo.

Il caso americano: 20 aziende sotto accusa

A infiammare la cronaca ci pensano 44 procure generali di altrettanti Stati negli Usa. A seguito di un’inchiesta durata cinque anni, arrivano pesanti accuse di frode ai danni dello Stato per venti aziende farmaceutiche, tra cui Novartis, Teva, Gsk e Mylan. La colpa sarebbe quella di aver gonfiato i listini fino al 1000%. Secondo il New York Times, i dirigenti di queste aziende avrebbero stretto accordi sottobanco in maniera del tutto informale attirando le attenzioni degli investigatori. Sono un centinaio i farmaci interessati. Tra questi ci sono antiretrovirali per l’Hiv, terapie per l’asma, statine, antibiotici, antitumorali e antidiabetici.

La posizione di Trump

E la Casa Bianca? Il presidente Donald Trump ha più volte ribadito il suo impegno nella lotta contro i listini troppo alti. Da tempo si parla della proposta di mostrare il prezzo di un farmaco di consumo durante le pubblicità per permettere al compratore di valutare l’offerta. Mentre se ne discute J&J ha anticipato i tempi decidendo di mostrare il prezzo del proprio anticoagulante orale rivaroxaban durante le pubblicità (448 dollari al mese).

Promesse infrante?

Il presidente è sulla graticola. Come ha scritto The Atlantic il 10 maggio 2019, nonostante il discorso sullo stato dell’Unione tenuto da Trump secondo cui nel 2018 il prezzo dei medicinale avrebbe segnato il calo più cospicuo degli ultimi 46 anni, i listini stanno continuando a salire. Gli americani, secondo il giornale, spenderebbero più di altri per le cure mediche, circa mille dollari all’anno. Risultati contrastanti in sostanza, ma che vanno letti alla luce anche della scelta degli Usa di rinegoziare il documento italiano sulla trasparenza in seno all’Oms.