Rapporto Gimbe, appello per “mettere in sicurezza” le risorse della sanità pubblica

Presentato al Senato il nuovo report della Fondazione sulla sostenibilità del Ssn. In dieci anni sottratti 37 miliardi di euro. Interviene il ministro Grillo: “Basta balletti di cifre, sui finanziamenti servono certezze”

rapporto gimbe

Per “mettere in sicurezza” le risorse della sanità pubblica serve un ampio programma di riforme. Ma servono almeno o soprattutto due paletti: “Una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/Pil e un incremento percentuale annuo del fabbisogno sanitario nazionale pari almeno al doppio dell’inflazione”. Così da scongiurare le ormai consuete “revisioni al ribasso”, cioè lo scarto tra le risorse annunciate e poi quelle effettivamente assegnate al Servizio sanitario nazionale (Ssn). A dirlo è il quarto Rapporto sulla sostenibilità del Ssn della Fondazione Gimbe, presentato oggi al Senato.

Nel 2025 servirebbero 230 miliardi

Secondo le stime di Gimbe, per riallineare la sanità pubblica italiana agli standard degli altri Paesi europei servirebbero nel 2025 circa 230 miliardi di spesa sanitaria. “La prognosi per il Ssn non può che essere infausta”, sottolinea la Fondazione, che invoca dunque la necessità di un rilancio del Ssn attraverso un programma di azioni “coraggiose e coerenti”: dal consistente aumento del finanziamento pubblico alla ridefinizione del perimetro dei Lea, dalla rivalutazione delle agevolazioni fiscali per i fondi sanitari al ripensamento delle modalità con le quali viene erogata la spesa sociale di interesse sanitario al fine di pervenire ad un fabbisogno socio-sanitario nazionale. “Riprendendo parole di gattopardiana memoria – commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – se vogliamo rilanciare il Ssn dobbiamo cambiare tutto – entità del finanziamento, criteri di riparto, verifica adempimenti Lea, pianificazione e organizzazione dei servizi sanitari, modalità di rimborso delle prestazioni – affinché non cambi nulla, ovvero per non perdere i princìpi di equità, solidarietà e universalismo che da 40 anni costituiscono il Dna del Ssn”.

Il definanziamento

Il tema del definanziamento è centrale.“Nel periodo 2010-2019 – spiega Cartabellotta – sono stati sottratti al Ssn circa  37 miliardi e l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è stato di 8,8 miliardi, con una media annua dello 0,9% insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+ 1,07%). Nessuna luce in fondo al tunnel visto che il Def 2019 riduce progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022 e le buone intenzioni della Legge di Bilancio 2019 (+ 8,5 miliardi nel triennio 2019-2021) sono subordinate ad ardite previsioni di crescita e alla stipula, tutta in salita, del Patto per la Salute”.

Il definanziamento è per Gimbe una delle quattro “macro-determinanti” della crisi del Ssn. Le altre riguardano sostenibilità ed esigibilità dei nuovi Lea, sprechi e inefficienze, espansione incontrollata del “secondo pilastro”. A queste si sommano due “fattori ambientali” che peggiorano lo stato di salute del Ssn: “la non sempre leale – afferma Gimbe – collaborazione tra Governo e Regioni, oggi ulteriormente perturbata dalle istanze di regionalismo differenziato, e le irrealistiche aspettative di cittadini e pazienti che da un lato condizionano la domanda di servizi e prestazioni, anche se inutili, dall’altro non accennano a cambiare stili di vita inadeguati che aumentano il rischio di numerose malattie”.

“Grande” o “piccolo” Paese?

Il nostro Paese perde terreno nel confronto con l’estero. “L’Italia – sottolinea Cartabellotta – siede nel G7 tra le potenze economiche del mondo, ma la politica ha fatto precipitare il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale, considerando la sanità come un mero capitolo di spesa pubblica da saccheggiare e non una leva di sviluppo economico da sostenere, visto che assorbe solo il 6,6% del Pil e l’intera filiera della salute ne produce circa l’11%. In tal senso, mentre il mondo professionale e i pazienti aspirano alle grandi (e costose) conquiste della scienza e l’industria investe in questa direzione, l’entità del definanziamento pubblico allontana sempre di più l’accessibilità per tutti alle straordinarie innovazioni farmacologiche e tecnologiche oggi disponibili”.

Per Cartabellotta “la scarsa attitudine ad investire in sanità va a braccetto con la facilità a disinvestire, visto che dal 2010 tutti i Governi hanno ridotto la spesa sanitaria per fronteggiare le emergenze finanziarie, fiduciosi che il Ssn fornirà sempre risultati eccellenti e consapevoli che qualcun altro raccoglierà i cocci”. Allo stesso tempo, il presidente di Gimbe guarda con criticità ai sussidi individuali introdotto in questi anni (bonus 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100), che avrebbero “di fatto indebolito le tutele pubbliche in sanità ed aumentato la spesa delle famiglie”.

Value for money

Secondo l’analisi del rapporto Gimbe, una sfida cruciale è identificare il ritorno in termini di salute delle risorse investite in sanità (Value for money). “Secondo le nostre analisi – dice Cartabellotta – il 19% della spesa pubblica, almeno il 40% di quella delle famiglie ed il 50% di quella intermediata non migliorano salute e qualità di vita delle persone”. Da qui la necessità di “riforme sanitarie e fiscali, oltre che azioni di governance a tutti i livelli, per ridurre al minimo i fenomeni di sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate e sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate”.

Grillo: “Basta balletti sulle cifre”

Dal rapporto Gimbe emerge la mancanza di un disegno politico di lungo termine per “preservare e potenziare” la sanità pubblica. La risposta è affidata direttamente al ministro della Salute, Giulia Grillo, intervenuta oggi alla presentazione del report della Fondazione. Per Grillo la priorità è avere “certezze sul finanziamento” della sanità: “Troppe volte sulle nostra pelle abbiamo subito balletti di cifre, cambiano ogni anno tra legge di bilancio, Def, aggiornamento al Def”. Il ministro ribadisce ancora la sua contrarietà alla clausola di invarianza finanziaria del Patto per la salute che vincola l’incremento del Fondo sanitario nazionale a “obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macro economico”. Per Giulia Grillo “la clausola è irricevibile politicamente e, come ha già evidenziato qualcuno, ha profili di incostituzionalità. Era già presente – ricorda il ministro – nel precedente Patto per la Salute, ma se continuiamo a metterla chiudiamo il Ssn”.

Il ministro ha anche spiegato che il nuovo Patto per la salute 2019-2021 sarà concluso entro l’estate. “Gli incontri per chiudere il Patto per la Salute – ha precisato il ministro – ricominceranno a partire da lunedì a tamburo battente. Le idee sono chiare dobbiamo decidere punti realistici da portare avanti a cui dare la priorità”. Annunciata anche una tre giorni di confronto con tutti gli attori della sanità: “Il patto è tra Stato e Regioni, ma in mezzo ci sono operatori, cittadini, pazienti, stakeholder. Tutti hanno diritto di dire come la pensano. L’obiettivo comune – ha sottolineato il ministro – è tenere in piedi il nostro grande servizio sanitario”.

IL RAPPORTO