Vincenzo Boccia: “All’Italia la leadership delle imprese che guardano all’oriente”

Intervista esclusiva al presidente di Confindustria che guarda con favore agli accordi bilaterali e rivendica una posizione di primo piano per la seconda manifattura d'Europa, suggerendo partnership, acquisizioni, quotazione in Borsa e impegno pubblico. *Dal numero 169 del magazine

Confindustria

AboutPharma ha intervistato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. Nel suo discorso Boccia rivendica una posizione di primo piano per la manifattura italiana, seconda d’Europa, suggerendo partnership, acquisizioni, quotazione in Borsa e impegno pubblico. È favorevole a maggiori controlli sulle tecnologie healthcare in ingresso e guarda con favore al modello di aggregazione associativa rappresentato dei dispositivi medici.

Presidente, oltre agli accordi bilaterali tra Italia e Cina, anche l’Ue ha siglato intese con potenze economiche orientali, su tutte Giappone e Singapore. Le intese prevedono lapertura delle frontiere commerciali e molti industriali temono un aumento dellimport di tecnologie a basso costo sui mercati europei (quando non contratte). Ritiene che sia un pericolo reale?

Di fronte al perdurante stallo del Wto e dei negoziati multilaterali, lUnione Europea può rispondere alle tendenze protezionistiche in atto solo continuando a negoziare con determinazione accordi bilaterali per ottenere migliori condizioni di accesso ai mercati per le nostre imprese. In particolare, gli accordi sottoscritti di recente con Giappone e Singapore, si inseriscono in una strategia complessiva che punta a rafforzare il ruolo dellEuropa, nel’area Asia-Pacifico, una regione sempre più al centro della produzione e degli scambi globali. È inoltre importante sottolineare come gli accordi di ultima generazione negoziati dall’Ue non siano limitati alla rimozione degli ostacoli tariffari, ma puntino a un approccio simmetrico nella liberalizzazione dei mercati. Queste intese infatti hanno l’obiettivo di abbattere gli standard tecnici, favorire la convergenza regolamentare, liberalizzare gli investimenti, aprire gli appalti pubblici e tutelare la proprietà intellettuale, ponendo di fatto le basi per un commercio più libero ed equo. A beneficiare di quest’apertura saranno soprattutto le nostre piccole e medie imprese, che tradizionalmente scontano in misura maggiore gli effetti delle barriere non tariffarie.

L’Italia, oramai inserita ufficialmente all’interno dell’iniziativa One belt one road, ha da sempre manifestato interesse al mercato cinese dando l‘impressione di un lento scivolamento a oriente rispetto al partner storico americano (viste anche le politiche di Trump). Molti esperti (sia di geopolitica che di economia) hanno espresso preoccupazione sulle debolezze dell’Italia all’interno dell’Ue e sul fatto che il nostro Paese possa fungere da testa di ponte per Pechino in Europa. È d‘accordo con questa lettura? Ritiene l‘Italia l‘anello debole della catena?

La firma del MoU fra i governi italiano e cinese sulla Belt&Road Initiative non mette in discussione la collocazione euro-atlantica dell’Italia che, non solo rimane il nostro punto di riferimento in chiave politica ed economica ma anzi, deve essere rilanciata. Tuttavia la Cina è un mercato importante per il nostro sistema industriale e dobbiamo rafforzare la presenza delle nostre imprese attraverso intese vantaggiose per entrambe le parti. Un percorso che però può avvenire solo nell’ambito di una strategia europea per competere ad armi pari con l’industria cinese. Nessuno Stato membro può infatti pensare di dialogare individualmente in maniera paritetica con giganti come la Cina o gli stessi Usa. Tuttavia l‘Italia, come Paese fondatore e seconda potenza manifatturiera europea, ha il dovere di assumere un ruolo di leadership nella definizione di un nuovo disegno industriale che allarga i suoi confini verso est.

Parlando di partnership. L‘importazione di prodotti dalla Cina è sottoposta a regolamenti europei molto stringenti in materia (soprattutto dispositivi medici). Nel Patto per la salute stipulato dal ministero della Salute si parla chiaramente di “Supporto a partnership sino-italiane, nel settore sanitario, sia pubbliche che private nel rispetto delle pertinenti leggi e dei regolamenti italiani e cinesi”. È possibile a suo avviso che con accordi specifici tra aziende, un prodotto possa essere marchiato made in Italy ma essere composto da tecnologia cinese. È pensabile a suo avviso aggirare la normativa Ue con processi di questo tipo?

Senza dubbio il tema del rispetto di requisiti tecnici e standard internazionali rappresenta una delle principali criticità che le imprese italiane che operano nel mercato cinese sono costrette ad affrontare. Secondo il Wto in Cina si contano infatti più di 35 mila standard, ma solo il 74% è in linea con i principi internazionali. Non è un caso quindi se nell’ultimo biennio siano stati presentati 22 ricorsi contro la Cina per violazione degli obblighi di trasparenza e reciprocità, in particolare per prodotti cosmetici, dispositivi medici e prodotti chimici. Riguardo l’eventuale importazione di dispositivi prodotti in Cina, l’immissione nel mercato Europeo avviene sotto la responsabilità del fabbricante che deve apporre il marchio Ce, rispettando le regole comunitarie. Su questo aspetto è chiaro che, per evitare distorsioni del mercato e garantire la sicurezza dei cittadini, occorre una sorveglianza forte da parte delle autorità pubbliche.

Oltre alle partnership c’è anche il tema delle acquisizioni. Il tessuto industriale italiano è composto soprattutto da piccole e medie imprese d’eccellenza e potrebbero far gola ai colossi orientali (non solo cinesi in questo caso). Prevede un aumento di acquisizioni? O magari iniezioni di finanziamenti da parte di venture capital stranieri?

I grandi investitori internazionali, orientali e non solo, hanno tradizionalmente riservato grande attenzione alle imprese italiane dell’intera filiera della salute per la loro capacità di sviluppare produzioni all’avanguardia. Proprio il settore sanitario si è dimostrato negli ultimi anni fra i più dinamici dell’economia cinese, con tassi di crescita stabilmente a doppia cifra, a cui si è accompagnato un costante aumento della domanda di prodotti e servizi stranieri. Quindi, che le competenze e il know-how Made in Italy suscitino l’interesse degli operatori cinesi è una naturale conseguenza di questi due fattori. Riguardo gli investimenti stranieri, se assumono la forma di acquisizioni piuttosto che di finanziamenti di venture capital, credo sia una valutazione che attiene alle singole strategie aziendali. Dovremmo invece concentrarci nel valutare quanto l’apertura a nuovi capitali renda l’impresa italiana più competitiva e capace di affrontare le sfide della competizione internazionale.

Il Governo italiano poco tempo fa ha varato il fondo nazionale per l’innovazione, uno strumento che investirà un miliardo di euro in tre anni a supporto dell’innovazione tecnologica e la filiera delle imprese innovative. Confindustria come valuta questa iniziativa? Potrebbe essere il punto di partenza per rilanciare l’economia italiana, magari nell’ottica di una collaborazione tra pubblico e privato?

Confindustria considera fondamentale potenziare il sistema nazionale di supporto alla Ricerca e Innovazione. Nell’ambito di un’azione a tutto campo, la creazione di una struttura efficace e strutturale di finanza per la R&I rappresenta un tassello fondamentale. É inoltre positivo rafforzare gli strumenti attualmente disponibili attraverso il fondo nazionale per l’innovazione, ma è necessario che sia operativo quanto prima, in stretto coordinamento con gli altri strumenti pubblici, sia misti che privati. Confindustria è impegnata a supportare le imprese nella costruzione di un’architettura finanziaria ottimale che ruoti intorno al loro progetto di R&I. È proprio in questa prospettiva che abbiamo lanciato Connext: per rafforzare i partenariati pubblico-privati.

Parlando di società quotate, negli ultimi cinque anni è raddoppiato (da 57 nel 2014 a 113 nel 2019) il numero di società Aim, il mercato di Borsa Italiana dedicato alle pmi, triplicata la capitalizzazione di mercato (passando da 2 mld di euro nel 2014 a 6,8 mld di euro nel 2019), mentre la capitalizzazione media è cresciuta del 37% (da 27 mln di euro a 37 mln di euro) e – parallelamente – è aumentata la dimensione media (calcolata sulla base dei ricavi) delle società (da 28 mln di euro a 40 mln di euro), con una costante diversificazione settoriale. Per le pmi italiane (e in particolare per quelle del settore farma e medical device) la quotazione può essere la via più rapida alla crescita? O meglio puntare piuttosto su un percorso di M&A?

La crescita è la priorità delle nostre imprese e ci sono diversi strumenti per realizzarla. Affrontare processi di aggregazione, rivolgersi ai mercati di borsa, ma anche aprirsi a fondi di private equity ed emettere bond sono tutti percorsi efficaci. Da tempo Confindustria incoraggia le imprese ad intraprendere queste strade per reperire le risorse necessarie a finanziare i propri processi di crescita, innovazione e internazionalizzazione. Ma per avviare questi processi le imprese devono essere preparate. Per questo Confindustria promuove, attraverso una rete di Desk istituiti presso le Associazioni territoriali, il Programma ELITE di Borsa italiana che supporta le aziende nel percorso di cambiamento di governance e di modello organizzativo, oltre alle modalità di comunicazione funzionali a dialogare con mercati e investitori. Ad oggi sono oltre 1.100 le imprese ammesse al programma, di cui oltre 700 italiane; di queste ultime, circa 50 appartengono al settore dell’healthcare. Oltre il 30% delle imprese italiane nel Programma ha già realizzato operazioni di finanza straordinaria, incluse quotazioni (19) e operazioni di M&A e Joint venture (350).

Lei ha battezzato a Milano la nascita di Confindustria Dispositivi Medici che aggrega aziende eterogenee legate all’healthcare. Sul piano organizzativo e dei rapporti istituzionali, che valore ha questa concentrazione per Confindustria?

La costituzione di Confindustria Dispositivi Medici esprime un potenziale molto importante su entrambi i piani. Sotto il profilo dei rapporti istituzionali si rafforza la capacità di rappresentanza in uno dei settori di eccellenza del Sistema Italia. La nuova associazione, caratterizzata da una visione innovativa di filiera lunga, riunisce componenti diverse che perseguono interessi complementari, potenziando l‘incisività dell’azione istituzionale in un quadro normativo particolarmente complesso. In relazione all’aspetto organizzativo, la costituzione di Confindustria dispositivi medici può essere considerata una best practice nel nuovo assetto che sta assumendo la rappresentanza di categoria all’interno del Sistema Confindustria. La nuova associazione, infatti, non è la classica aggregazione di settori merceologici omogenei, ma si propone di diventare un punto di riferimento per attrarre nuove attività non ancora presenti nel perimetro dell’organizzazione.

Sono pensabili ulteriori accorpamenti e se sì in quali aree del manifatturiero?

Nelle categorie gli accorpamenti e le semplificazioni hanno avuto una fase di gestazione molto più lunga e articolata rispetto ai territori. Le ragioni sono riconducibili alle peculiarità delle diverse componenti di un’associazione di categoria rispetto agli elementi naturalmente più convergenti che assume l’azione di rappresentanza sul territorio. Nell’ultimo anno, però, il ritmo dei progetti realizzati, o in stadio avanzato, è decisamente aumentato. Prima di tutto è cambiato l’approccio, perché oltre alla rappresentanza qualificata di interessi comuni, si punta soprattutto sui servizi, che devono essere efficienti e convenienti sotto il profilo economico. Una nuova sfida che conferma la vitalità e la capacità innovativa di Confindustria, che porterà risultati importanti anche nei modelli organizzativi dei settori manifatturieri maturi, in particolare in quelli della meccanica che ci vedono leader nel mondo.