Emofilia A, l’innovazione che fa la differenza

Uno studio di Hta conferma l’efficacia di un nuovo fattore VIII a emivita prolungata che consente minore frequenza di assunzione e consumo, migliorando l’aderenza da parte dei pazienti. Dal numero 170 del magazine. *IN COLLABORAZIONE CON SOBI

emofilia A

La disponibilità di farmaci a emivita prolungata per l’emofilia A sta cambiando radicalmente la qualità di vita dei pazienti: minore frequenza di assunzione, personalizzazione del trattamento, migliore aderenza terapeutica, ridotti rischi di sanguinamento e di problemi associati. Per il paziente significa maggiore flessibilità d’impiego, meno episodi dolorosi dovuti all’emartro e, a gioco lungo, una protezione più efficace della funzionalità articolare. Per il Servizio sanitario nazionale si colgono anche importanti vantaggi economici. Questo il quadro tracciato dagli studi clinici e da un’analisi di Health Tecnology Assessment (Hta) condotti su efmoroctocog alfa, fattore VIII ricombinante legato al dominio Fc dell’immunoglobulina G1, sviluppato da Sobi.

Personalizzazione delle terapia e gestione multidisciplinare del paziente

“In passato – spiega Giovanni Di Minno, direttore del Dipartimento di Medicina clinica e del Centro di riferimento regionale per le emo-coagulopatie dell’Aou “Federico II” di Napoli – abbiamo visto che anche spendendo 250-300 mila euro all’anno per la profilassi, attraverso 2-3 somministrazioni a settimana, restava un 20-25% di pazienti non ben controllati. Il buon esito della terapia dipendeva, e dipende ancora oggi, dalle caratteristiche individuali, dallo stile di vita di ogni singola persona, ma anche dalla diversa farmacocinetica dei farmaci disponibili. Sono, inoltre, importanti i fattori genetici e la presenza di malattie concomitanti. È emerso chiaramente che i prodotti per l’emofilia non siano da considerare equivalenti e occorre sempre procedere a una valutazione individualizzata. Questo è vero anche per i farmaci di più recente introduzione come efmoroctocog alfa, disegnato per ottenere una maggiore emivita e dunque una riduzione della frequenza di somministrazione. Si è passati da una vita media di 12 ore a 18-22 ore: ciò significa un minor numero di infusioni settimanali con ricadute importanti da un lato sull’aderenza alla terapia, dall’altro sul rischio di sanguinamenti e di deterioramento articolare. Il farmaco ha dimostrato una tendenza a sanguinamenti zero (Shapiro AD et al. J Thromb Haemost 2014) ed è dunque questo l’obiettivo che noi clinici ci poniamo in questo momento”.

Cambio di passo sulla qualità di vita

Un recente lavoro di Health technology assessment sui vari domini correlati all’emofilia A ha evidenziato come l’introduzione dell’innovativo fattore VIII si ripercuota positivamente sulla qualità di vita dei pazienti (Calabrò GE et al. 2019). “Con questo farmaco si passa da una frequenza di assunzione ogni 2 a 3-5 giorni”, osserva Cristina Teruzzi, Patient Access Head Italy, Greece, Cyprus & Malta di Sobi. “Ciò favorisce l’aderenza da parte dei pazienti, finora attestata attorno al 70-75%: poco per una malattia cronica grave come l’emofilia A”.

L’aderenza cambia per fasce d’età

Decisiva è l’età del paziente, come spiega ancora Teruzzi. “Alcune fasce d’età sono più restìe di altre a rispettare lo schema della profilassi. Alcuni bambini si auto-impongono la somministrazione mentre i maggiori problemi di aderenza si osservano in età adolescenziale durante la quale l’emofilia è vissuta come una limitazione della vita sociale e dell’integrazione col gruppo. Il problema si ripresenta nella fascia d’età più avanzata”. Il grado di aderenza si misura con la scala standardizzata Veritas-Pro (Validated hEmophilia-RegImen Treatment-Adherence Scale – Prophylaxis), secondo cui l’aderenza più alta si registra nei bambini di circa 2 anni (90%) e la più bassa nella fascia d’età tra 18 e 24 anni (64%) (Zappa S et al. Haemophilia 2010; Duncan N et al. Haemophilia 2010).

L’importanza di un’adeguata profilassi

Di Minno spiega che una scarsa aderenza e quindi una profilassi non eseguita correttamente “comporta un maggior rischio di sanguinamenti, non solo esterni, visibili, ma anche emartri caratterizzati da sintomi dolorosi che, a lungo andare, impattano pesantemente sulla qualità di vita, fino ad aprire la strada alla disabilità. Negli emofilici il 70-80% delle emorragie avviene a livello articolare e spesso si tratta di micro-sanguinamenti. Se riusciamo a ridurli può migliorare anche la funzione articolare”.

La personalizzazione del trattamento, realizzabile attraverso un’adeguata valutazione del paziente e della farmacocinetica del farmaco, permette di assicurare un’adeguata profilassi. Ad esempio, come spiega Di Minno, un paziente che svolga attività sportiva necessiterà di una protezione articolare più potente rispetto a un individuo con abitudini sedentarie. L’emivita prolungata del farmaco consentirà di modulare la terapia, ottenendo anche, a parità di protezione, una riduzione del consumo di fattore VIII, insieme alla riduzione della frequenza delle somministrazioni.

Da non sottovalutare, poi, l’aspetto psicologico conseguente alla maggiore flessibilità d’uso: ridurre il numero di assunzioni può indurre pazienti e caregiver a sentirsi meno limitati nelle attività quotidiane. Inoltre, la possibilità di effettuare la terapia a domicilio, grazie alla facilità di conservazione e ricostituzione del prodotto, potrebbe contribuire a migliorare i riscontri sulla qualità di vita del paziente stesso. Con molta cautela, però, come spiega Alessandro D’Arpino, dirigente di farmacia ospedaliera presso l’Ao di Perugia e tra i revisori dello studio di Hta. “Questi farmaci prevedono comunque un monitoraggio molto stretto. Credo che i pazienti trattati con il nuovo fattore VIII debbano continuare a essere seguiti con le stesse modalità riferite alle altre terapie per l’emofilia A. Quando esce un nuovo farmaco molti degli effetti ancora non si conoscono e non è scontato che siccome la posologia è più agevole allora un paziente possa affrancarsi dal centro specialistico. L’obiettivo è quello ma lo vedremo nel tempo con studi su larga scala. La fase IV ci darà la risposta”.

La costo-efficacia

L’analisi di Hta basata sugli studi registrativi ha ben evidenziato l’impatto economico di efmoroctocog alfa. In Italia, secondo i dati del Registro nazionale delle Coagulopatie congenite (dati 2016), si contano 4.120 persone con emofilia A. “Sono pazienti che richiedono un notevole investimento di risorse – spiega Americo Cicchetti, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica di Roma, tra gli autori dello studio – e globalmente il Ssn spende circa mezzo miliardo di euro all’anno solo per il consumo di fattore VIII, cui vanno aggiunti i costi legati al mancato controllo della terapia (ospedalizzazioni, ecc.). L’analisi effettuata, coniugata nella prospettiva del Ssn, dimostra che il farmaco in regime di profilassi, in termini di rapporto costo-efficacia, è migliore di tutti gli altri comparatori. Di più, è uno dei pochi casi in cui rileviamo nello stesso tempo che il farmaco è meno costoso e più efficace”.

Riscontri sul budget impact

“Nell’analisi di budget impact – continua Cicchetti – è emerso che l’impiego di efmoroctocog alfa in regime di profilassi comporta un risparmio per il Ssn di 9.712.611 euro in tre anni. Il risparmio è crescente mano a mano che il farmaco è più utilizzato. In tal caso si osserva una riduzione delle spese, dovuta sia al minore uso di altri farmaci, sia alla riduzione delle complicanze e dei conseguenti costi associati, dovuti all’inadeguatezza della terapia”. Il risparmio si attribuisce al minore numero di eventi emorragici e delle somministrazioni così come alla riduzione della dose mediana utilizzata. Per quanto riguarda invece la terapia on demand, l’analisi Hta evidenzia un risparmio complessivo per il Ssn di 710.873 euro nei tre anni presi in considerazione.

Decisivo il lavoro multidisciplinare

Importante è il coinvolgimento di più figure professionali nella presa in carico. “La presenza di un’équipe multidisciplinare – rileva Cicchetti – è essenziale per il mantenimento di buoni livelli di qualità di vita. Serve un ematologo, anche pediatrico, assistenza infermieristica, professionisti per il trattamento di problemi muscolo-scheletrici come fisiatri e fisioterapisti, esperti di medicina di laboratorio, psicologi, assistenti sociali. Di certo, la nuova tecnologia semplifica molto la vita ai pazienti, ottiene risparmi sul piano economico, ma non si può prescindere da un management globale”.

Gestire le scorte

Centrale è l’organizzazione delle scorte di farmaco. Secondo Alessandro D’Arpino, sarebbe utile lavorare in rete su scala regionale per conoscere l’esatta localizzazione degli stock. “Quando gli emoderivati servono, si utilizzano in quantità importanti ma il rischio che scadano è alto. Quindi servono modelli organizzativi che rendano visibili agli utilizzatori dove sono situati i farmaci nei diversi magazzini, anche periferici. Ciò al fine di trasferire le scorte a immediata scadenza laddove il prodotto è più utilizzato. Anche questo è un modo per ridurre lo spreco di risorse”.

  In collaborazione con Sobi