Burioni: “Nella battaglia contro le fake news sui social le aziende farmaceutiche latitano”

"Bisogna tornare a conquistare la fiducia dei cittadini. le aziende sbagliano a non stare sui social", dice il virologo dell'Università Vita-San Raffaele di Milano. Da anni ha avviato una campagna contro la disinformazione nel campo della salute delle persone. Ecco la sua ricetta personale contro le "bufale"

Burioni

“I social media sono il luogo dove si forma l’opinione pubblica e devono essere presidiati dalla giusta informazione. La battaglia contro la disinformazione si vince essendo più bravi e più convincenti degli altri nel trattare determinati argomenti, in particolare quelli dedicati alla salute delle persone. Bisogna tornare a conquistare la fiducia dei cittadini”. È questa la ricetta per combattere le fake news sui social network secondo Roberto Burioni, professore ordinario di microbiologia e virologia dell’università Vita-San Raffaele di Milano.

Da circa tre anni Burioni combatte una battaglia personale contro la disinformazione sui social network, in particolare quella sui vaccini. La sua pagina Facebook, Roberto Burioni medico, è seguita da oltre 450mila persone. Di recente ha anche lanciato un sito, “Medical facts”, per “spiegare la scienza”, dice.

AboutPharma lo ha intervistato durante Fed2019, il forum sull’economia digitale organizzato da Facebook e Giovani imprenditori di Confindustria, che si è svolto l’11 luglio  a Milano, di cui Burioni ha fatto parte come speaker.

Professor Burioni, lei è ormai un volto noto sui social media. Che ruolo hanno questi strumenti nella sua battaglia contro la cattiva informazione?

Io credo che internet e i social media siano un grande strumento di libertà. Questa libertà, però, qualcuno può utilizzarla per raccontare i fatti in maniera scorretta. Sapersi muovere in un mondo articolato come quello delle notizie e saper opporre a quelle false una contronarrazione convincente e più efficace, secondo me è il modo migliore per affrontare il cambiamento in atto nella società. È molto importante per tutti, sia per i cittadini che per le aziende.

È importante anche per le aziende, in particolare quelle farmaceutiche, avere un posizionamento sui social media?

Combattere le fake news sui social è fondamentale per le aziende farmaceutiche. Se c’è una cosa che possiamo notare nella battaglia per una corretta informazione nell’ambito della salute, è che tanti cittadini si sono impegnati – io sono uno –  così come molti medici e docenti universitari lo stanno facendo soprattutto per senso civico. Tuttavia, purtroppo, in questo campo le case farmaceutiche sono completamente latitanti.

Perché le aziende sono latitanti?

Non ho una spiegazione, bisognerebbe chiederlo a loro. Dal mio punto di vista è una cosa gravissima. Quando nel dicembre scorso un’associazione antivaccinista ha diffuso la notizia che due vaccini di una nota casa farmaceutica erano contaminati, l’azienda in questione non ha risposto subito. Hanno dovuto farlo dei privati cittadini che non sono dipendenti dell’azienda. La gente era spaventata, ma nessuno del gruppo ha fatto nulla per contrastare questa paura. Secondo me è una scelta miope, che può avere risultati catastrofici non solo per le case farmaceutiche ma anche per la società.

Le aziende non rispondono perché è meglio non intervenire su temi scottanti o perché non hanno capito il potenziale dei social network?

Se le case farmaceutiche pensano che sia meglio non rispondere su argomenti scottanti, sappiano che commettono un errore gravissimo. La mancata comunicazione sulla vaccinazione contro il morbillo ha portato, nel tempo, la copertura in Italia ai livelli della Namibia. Sono questi i risultati del silenzio, frutto di una strategia sbagliata oltre che autolesionista.

Guardiamo all’attualità. Di recente dall’analisi dei risultati delle ultime prove Invalsi è emerso che uno studente su tre non comprende un testo in italiano. Come valuta segnali di questo tipo?

È chiaro che l’istruzione sia fondamentale per un paese, in qualunque direzione esso voglia guardare.  L’investimento nell’istruzione  e nell’istruzione di qualità è la base per la crescita di una nazione e dovrebbe essere tra le sue priorità. Una generazione di ignoranti, come si prospetta se non facciamo qualcosa, non può portare che guai. Anche perché tutti questi nuovi strumenti di libertà richiedono cultura. Oggi su internet si trova di tutto, per cui bisogna avere gli strumenti culturali per capire chi scrive falsità. In questo mondo che sta cambiando così velocemente la cultura diventa sempre più importante.

Qual è il ruolo delle scienza e dei divulgatori scientifici?

Io faccio il professore universitario e non sono un divulgatore. Penso, però, di aver dimostrato che attraverso i social media si possa parlare di scienza, anche in maniera semplice e comprensibile a tutti. Io senza nessun mezzo, grazie a quello che ho studiato e all’ospitalità di Facebook, ho realizzato una pagina in cui si parla di scienza, che viene letta da milioni di persone.

Cosa l’ha spinta a sbarcare su Facebook come una sorta di paladino della scienza?

Mi ha spinto mia figlia. Io ho una figlia di otto anni. Mi sono reso conto, quando ho cominciato (nel 2016, ndr), quanto grave fosse la disinformazione, quanto gravi fossero le bugie che venivano raccontate e da cui volevo difendere mia figlia. Sono stato facile profeta, purtroppo, perché l’anno dopo c’è stata un’epidemia di morbillo con 5 mila casi  e molti morti.

I social sono i mezzi più adatti per portare avanti la sua battaglia?

Io ho visto che i social erano territorio di dominio di chi disinformava e raccontava bugie. Per questo, ho ritenuto un dovere, da cittadino, professore e medico, contrapporre una contronarrazione efficace. All’inizio tutti mi dicevano che avrei perso solo tempo, poi hanno capito e mi hanno seguito.

È in quest’ottica che ha pensato di lanciare il sito “Medical facts”?

Mi sono reso conto di aver stabilito un fortissimo rapporto di fiducia con le persone che mi leggono. Sarebbe stato un peccato limitarlo solo ai vaccini o rinchiuderlo in una sola piattaforma come Facebook. Questo sito partirà in piena attività subito dopo l’estate. Fino a oggi ha avuto un successo notevole, a riprova che c’è un grande desiderio da parte della gente di essere informata correttamente su temi legati alla salute.

Com’è cambiata la sua vita da quando è sbarcato sui social network?

Diciamo che adesso è presente una parte della vita che non avevo programmato. Da ragazzo immaginavo di diventare un bravo medico e un bravo imprenditore. Tuttavia, mai mi sarei immaginato di incontrare per strada ragazzi che vogliono farsi i selfie con me. È una parte inaspettata della mia vita. Il mio lavoro resta quello di combattere le malattie infettive. Ma se in Italia un vaccino, come per esempio quello del papilloma virus efficace al 90% e gratuito, viene rifiutato dal 50% delle persone, allora forse il compito del ricercatore è anche convincere le persone a tornare a fidarsi dei professionisti della medicina.

Perché le persone non si fidano più dei professionisti. È solo colpa dei social?

Nell’era predigitale, si andava dal medico per curarsi e nessuno osava mettere in discussione le sua parole. Oggi non è più così, perché il mondo è cambiato. Non darei la colpa ai social, semplicemente le cose cambiano. In questo senso, le case farmaceutiche sono rimaste all’era predigitale, quando bastava convincere i medici e, di riflesso, si convincevano anche i pazienti. Quel tempo è finito. Ed è paradossale che le case farmaceutiche, abituate a dialogare con l’innovazione, si siano fatte sfuggire che là fuori tutto è diverso.

Quindi possiamo dire che il paziente non è al centro dei pensieri delle aziende farma?

Personalmente, e parlo per quel che riguarda il campo dei vaccini, non mi viene in mente una singola iniziativa fatta negli ultimi tre anni da parte delle aziende farmaceutiche rivolta ai pazienti. E non va bene. L’obbligo vaccinale è un grosso vantaggio commerciale, legittimo secondo me, a cui dovrebbe però corrispondere un obbligo di informazione verso il paziente. Non può sopravvivere l’idea del “me ne frego di informare perché la gente è obbligata vaccinarsi”.  La reputazione delle case farmaceutiche è un bene comune, se la gente non si fida più la società tutta è in pericolo.

Come vede il suo futuro sui social?

Se mi avesse fatto questa domanda tre anni fa, non mi sarei immaginato di diventare una persona popolare, o uno scrittore che scrive libri di successo (ride, ndr). Il futuro non lo posso prevedere, a volte accuso un po’ di stanchezza anche se l’affetto delle persone mi dà la carica. In ogni caso credo ci debba essere un impegno maggiore da parte delle istituzioni e delle aziende in nella direzione della corretta informazione. Per il bene di tutti.