Comunicare il benessere: le parole sono importanti

Il welfare animale non riguarda soltanto l’assenza di fattori negativi, come stress, dolore e sofferenza. Sempre di più gli sforzi si concentrano sulla promozione di esperienze positive per una buona qualità di vita. Un approccio che richiede una nuova sensibilità, anche per chi si occupa di veicolare i messaggi. *Dal numero 2 di Animal health

Salute animale

Le parole sono importanti,  anche quando si utilizzano per veicolare messaggi che riguardano la salute (e il benessere) animale. È il tema di uno studio recente della ricercatrice Belinda Vigors dello Scotland’s Rural College, dal titolo “Citizens’ and Farmers’ Framing of ‘Positive Animal Welfare’ and the Implications for Framing Positive Welfare in Communication. Secondo lo studio – pubblicato sulla rivista open access Animals – la percezione umana non è influenzata tanto da quanto viene detto a livello di contenuto, bensì dal modo in cui viene detto. Dunque, la modalità di veicolazione dell’informazione – la scelta della terminologia e/o della specifica frase da utilizzare – influenza e muta il criterio in cui un individuo la recepisce e la valuta.

Verso un welfare animale

La ricerca ricorre a una serie di interviste qualitative per esplorare le modalità attraverso cui tanto gli allevatori quanto i cittadini della Scozia e del Regno Unito percepiscono il cosiddetto “welfare animale positivo”. Con l’obiettivo di comprendere gli elementi fondamentali di una comunicazione efficace. Tradizionalmente, il welfare animale si interpreta come assenza di esperienze negative, come stress, dolore e sofferenze. La promozione di un welfare positivo riguarda invece la presenza di esperienze positive per l’animale, in grado di garantire una buona qualità di vita, anzi una vita che “valga la pena di essere vissuta”.

Elemento curioso: dalla ricerca di Vigors emerge che il concetto “positivo” richiama, tra i cittadini associazioni con il termine di “negativo”. Se, da un lato, gli intervistati collegano il concetto di welfare animale positivo ad animali che hanno “esperienze positive”, dall’altro fanno riferimento ad animali “scevri da esperienze negative”. Più nel dettaglio, la maggior parte dei cittadini inquadra il benessere positivo come “buon allevamento”, mentre un numero inferiore lo etichetta come “miglioramento proattivo del benessere” e una quota molto più limitata lo definisce come “punto di vista dell’animale”.

La salute degli animali destinanti al consumo alimentare

Leva strategica per la valorizzazione dei prodotti, il welfare animale rappresenta un tema complesso che, nel corso degli anni, ha assunto crescente interesse per i cittadini, dai quali emerge sempre più pressante la richiesta che gli animali destinati al consumo alimentare vengano trattati bene. Si è consapevoli, infatti, che la tutela del benessere animale concorre, direttamente e non, alla salubrità dei prodotti alimentari. A vantaggio di un consumo critico, consapevole ed “etico”. Senza dimenticare che questa tematica è una componente integrante della strategia della Commissione europea in merito alla politica agricola comunitaria (Pac) che incoraggia gli allevatori a raggiungere più elevati standard di benessere animale nelle varie fasi di produzione – dall’allevamento al trasporto alla macellazione – per validare e standardizzare un sistema di valutazione del benessere in allevamento. Nell’ambito di un incessante e proficuo interscambio tra scienza del benessere ed etica animale.

Da qui, l’incidenza del ruolo – sempre più rilevante – di una corretta ed esauriente strategia comunicativa per quanto riguarda la comprensione dell’alimentazione umana e del cibo, considerato sia come bisogno fisiologico sia come variabile psicologico-culturale. È possibile osservare, ad esempio, come l’incremento degli animali da affezione abbia di certo agevolato un atteggiamento differente verso gli animali in genere e le loro condizioni. Investendo sempre di più in politiche di comunicazione, informazione e promozione dei territori nonché dei suoi prodotti e sistemi produttivi.

Salute animale, l’importanza delle parole

“Le parole sono importanti per trasmettere informazioni e anche emozioni, per dare forma a molti messaggi e per descrivere la realtà. Serve, però, la scelta delle parole appropriate, per assicurare efficacia alla comunicazione e questo presupposto si collega in modo imprescindibile con la conoscenza di ciò che si vuole dire”, spiega Paola Fossati, docente presso il Dipartimento di Scienze veterinarie per la salute, la produzione animale e la sicurezza alimentare dell’Università degli Studi di Milano nonché direttore della Summer school “Cibo: la vita condivisa. Comunicare il benessere animale”.

“Se ci si riferisce a chi vuole comunicare il benessere animale – sottolinea l’esperta – le parole da usare sono importanti quanto la conoscenza, perché è da quest’ultima che possono scaturire quelle giuste. Non dovranno essere troppo tecniche ma evocative del concetto che l’interesse a stare bene e ad avere una buona qualità di vita non è prerogativa esclusiva dell’uomo”. Dall’altro lato, “la conoscenza – rispetto a un tema di cui non ci si occupa come specialisti – è importante in primis nella misura della disponibilità ad acquisirne di nuova. Poi è indubbio che le parole usate per comunicarla facciano il resto”.

Le origini del benessere animale

Le prime attenzioni al benessere animale come “problematica” vengono tradizionalmente fatte risalire al volume “Animal Machines”, pubblicato nel 1964, in cui l’autore Ruth Harrison denunciava le derive dell’allevamento intensivo, che, appunto, aveva ridotto gli animali a “macchine produttive”, in spregio della loro condizione di esseri viventi e senzienti. Da lì erano nato l’approccio delle “cinque libertà”: libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione; di avere un ambiente fisico adeguato; dal dolore, dalle ferite, dalle malattie; di manifestare le proprie caratteristiche comportamentali specie-specifiche; dalla paura e dal disagio, ovvero il riconoscimento delle esigenze di base degli animali e della necessità di evitare loro sofferenze inutili.

“Oggi il concetto è stato rivisto e progressivamente collegato a garanzie più ampie di ‘qualità di vita’ – riprende Fossati – nella prospettiva di equilibrare l’efficienza produttiva con una buona condizione di detenzione degli animali e le preoccupazioni economiche con quelle etiche”. E questo cosa significa? “Pur continuando ad accettare che l’esistenza degli animali sia strettamente connessa alla realizzazione di scopi umani, si tendono ad elevare gli standard di mantenimento e a ridurre lo stress”, sottolinea la docente.

Comunicare al tempo del digitale

Ma in che modo si può fare una buona comunicazione sul welfare animale al tempo delle tecnologie digitali? “La comunicazione digitale e i social media sono pervasivi e in grado di raggiungere e interessare, trasversalmente, differenti fasce di popolazione”, risponde Fossati. “Proporre il concetto di welfare animale in modo corretto, non banalizzato, è fondamentale per consentire, in particolare a chi non possiede competenze specifiche, di accedere a informazioni che siano utili non soltanto per formarsi una conoscenza, ma anche per maturare sensibilità. Disporre di strumenti di comunicazione come i social media è strategico per favorire la condivisione sociale dei fondamenti del rispetto dovuto agli animali e proporre motivazioni valide a questo fine”.

Infine, un confronto tra le tendenze prevalenti in Italia e all’estero: “Credo che la differenza più sostanziale sia la maggiore tendenza, riscontrabile oltre confine, al coinvolgimento attivo della società nelle strategie di comunicazione del benessere animale e della sua promozione. Mi riferisco, ad esempio all’uso più ampio di survey per indagare le propensioni delle persone rispetto a diverse problematiche relative al welfare animale, il loro livello di conoscenza, le principali preoccupazioni. Oppure – conclude Fossati – alle numerose campagne lanciate su diversi aspetti della questione animale”.

Clicca qui per richiedere la rivista