Farmaci ed evidenze: Rasi (Ema) traccia la rotta e striglia l’Italia

Intervista esclusiva al direttore esecutivo dell’Ema a poco più di un anno dalla scadenza del suo mandato. All’orizzonte si addensano nubi fosche per l’ecosistema salute che deve cambiare per non finire schiacciato sotto il peso degli alti costi. Dal numero 171 del magazine

farmaci ed evidenze

L’Italia produce farmaci e pure tanti. Però non pesa e anzi latita nelle sedi e nelle decisioni politiche internazionali. Parola di Guido Rasi, attuale direttore esecutivo dell’Agenzia europea dei medicinali che lascerà il suo mandato il 16 novembre del 2020. A oltre un anno dalla scadenza – mentre è già aperta la “caccia” al suo successore – AboutPharma tenta un bilancio delle attività, soprattutto in vista delle sfide presenti e future che toccano all’Agenzia, alla ricerca scientifica, ai governi e alle industrie che devono rispettivamente riconoscere e garantire cure efficaci, ai pazienti stessi che – diventando esperti – non possono e non devono limitarsi ad assistere alle scelte altrui. Spazio quindi alla Real world evidence, alle valutazioni in tema di rimborsabilità delle nuove terapie per il potenziale curativo che promettono. E a molto altro ancora.

Professore, in questi anni ha dovuto gestire grandi crisi e grandi opportunità terapeutiche proposte dall’industria. Farmaci ad alto costo a fronte di alta efficacia, terapie sempre più mirate, ma valore comunque da dimostrare prima e dopo l’autorizzazione in commercio. Da esperto velista, come traccia la rotta e come la mantiene?

Si naviga in mare aperto. Bisogna avere un’idea chiara su dove andare e la flessibilità di correggere la rotta. Cosa succederà d’ora in avanti è noto: farmaci ad altissimo potenziale terapeutico e grandi promesse di cambiare radicalmente il decorso delle malattie e nuove cure. Per accoglierli devono cambiare alcune cose in maniera radicale. A cominciare dalla metodologia di approccio nel generare l’evidenza in una popolazione di pazienti che sarà sempre più piccola e frazionata. Le indicazioni dovranno essere molto più precise per identificare le sottopopolazioni che potranno godere tutto il beneficio dell’innovazione. Queste sottopopolazioni devono diventare molto ben individuate e individuabili.

In che modo?

Bisogna passare dalla sola evidenza statistica a un’evidenza clinica basata su un’ipotesi biologica che deve essere verificata in clinica. In sostanza, meno statistica e più evidenza reale. Il punto di incontro tra statistica e Real world data dove si può trovare? Se l’epoca dei grandi trial non è finita poco ci manca… Per il farmaco tradizionale il grande trial clinico rimane il gold standard. Per popolazioni di pazienti in cui si parla di unmet medical need, allora si cambia completamente. L’evidenza deve essere generata con una metodologia diversa in cui in genere il beneficio-rischio è molto più alto, perché i target diventano le condizioni mediche che vengono trattate con un approccio terapeutico risolutivo.

Può fare qualche esempio?

Nella pratica, deve cambiare l’approccio al monitoraggio dopo aver prescritto e somministrato le terapie. Alcune di queste come la terapia genica o cellulare sono irreversibili o quasi. La Real world evidence è un bel concetto, ma bisogna programmare il monitoraggio stretto subito dopo l’atto autorizzativo e avere rapidamente la risposta alle incertezze che ci possono essere al momento del rilascio dell’Aic. Pensiamo agli effetti collaterali nel campo cardiologico dei farmaci antidolorifici e antinfiammatori che sono stati rilevati dopo vent’anni. Ci si era illusi che al momento dell’autorizzazione, grazie ai clinical trial si avesse un numero sufficiente di informazioni. Queste informazioni non saranno mai sufficienti perché i clinical trial non ci parlano delle popolazioni di anziani, bambini e donne in gravidanza. Per non parlare dei pazienti politrattati e con comorbilità. Quindi tutto questo potrà essere identificato solo dopo i trial, ma deve essere programmato in anticipo. La Rwe deve essere un’attività molto seria e praticata attraverso registri o studi osservazionali. Ripeto, non in maniera casuale, ma programmata e obbligatoria.

In Italia non mancano voci critiche (es. Silvio Garattini e Giuseppe Remuzzi) su un presunto eccesso autorizzativo, soprattutto riguardo anticorpi monoclonali e immunoterapie. Troppi via libera a fronte di trial con pochi pazienti arruolati, abuso di fast track e assenza di studi comparativi che dimostrino il reale vantaggio terapeutico di un nuovo farmaco rispetto ai precedenti. Cosa risponde?

Cominciamo col dire che Ema non autorizza né troppo né troppo poco. L’autorizzazione viene concessa quando il beneficio-rischio è positivo. Avere un’opzione terapeutica in più, non dimentichiamolo, significa consegnare al medico una scelta aggiuntiva potenziale a vantaggio del paziente. Non esiste un solo farmaco approvato negli ultimi trent’anni che non abbia una sua nicchia di eleggibilità per un sottogruppo di pazienti. Il concetto del beneficio aggiuntivo è ben diverso e non rientra nei compiti del regolatorio. Individuare un “valore aggiunto” rispetto ai farmaci già presenti sul mercato e stabilire cosa deve essere usato e chi rientra nelle indicazioni è infatti compito degli organismi di Hta. In sostanza, il compito del regolatorio è di mettere a disposizione più strumenti, quello del sistema prescrittivo e di rimborso è di individuarne l’utilizzo congruo. Questo in attesa di investimenti massicci sul profiling e sui biomarker che ci darannno la possibilità di individuare i target e le sottopopolazioni con molto anticipo rispetto a quanto accade ora.

E sui numeri dei trial?

È una critica che manca di sostanza. Non esiste un numero assoluto capace di darci la certezza che i risultati ottenuti in un trial siano poi replicati nel contesto “real world”. Inoltre, non dimentichiamo che il benefi cio-rischio è un rapporto. Se in uno studio si raggiunge l’adeguata potenza statistica sufficiente a stabilire un rapporto di tipo positivo, a fronte di un numero di pazienti più basso, questo vuol dire che siamo di fronte a un beneficio più alto.

In questi anni l’Europa ha cercato di rafforzare la cooperazione internazionale in materia di Health technology assessment, anche con una proposta di regolamento, che ha trovato diverse resistenze. La strada di un approccio comune al Hta è percorribile? Serve un’agenzia europea di Hta?

La proposta c’è, la necessità pure ed è evidente e logica. Il problema è la definizione di cosa dovrebbe fare questa agenzia anche perché l’Hta non ha una definizione universale. Ogni corpo di Hta nazionale cerca di capire qual è il valore relativo aggiunto nel sistema in cui opera, per questo si è impantanato il dibattito. La mia personale posizione è che esistono tanti strati. Il primo è di carattere universale e riguarda il valore immediato aggiunto di un determinato trattamento. Dopodiché, e qui sta il secondo strato, alcune terapie, con i relativi costi, in alcuni sistemi possono avere un peso relativo maggiore o inferiore. Capisco però che non si possa arrivare a un Hta che vada bene dalla Norvegia a Cipro…

In sostanza lei parla di una regionalizzazione epidemiologica che non sempre collima con l’universalità di una terapia…

In parte sì. Basti pensare a un farmaco già in commercio contro l’epatite C. Arrivare a stabilire che l’uso di questa terapia possa portare a determinati bene.ci, sapendo qual è il costo, direi può essere un valore clinico aggiunto universale. Tuttavia, la prevalenza epidemiologica è ben superiore nel sud Europa piuttosto che nel nord. Di conseguenza ci saranno differenti livelli di motivazione in queste due aree geografiche nel vedere messo in commercio prima un certo farmaco. Bisogna definire, quindi, il primo strato comune che darebbe un valore aggiunto a tutti i sistemi.

L’ondata di nuove autorizzazioni riguarda soprattutto alcune aree terapeutiche (oncologia, malattie rare etc.), mentre molte altre, anche con maggior numero di pazienti, sono trascurate (Sistema nervoso centrale su tutti) per paura di fallimenti, dei prezzi finali poco remunerativi etc. I rischi di una mancata innovazione li abbiamo toccati con mano nel caso degli antibiotici: quali politiche consiglierebbe alle istituzioni e alle imprese?

Auspico che si trovino le motivazioni per investire nelle aree critiche come gli antibiotici o la resistenza ai batteri. Come regolatori abbiamo un’influenza modesta, ma è chiaro che stiamo usando al massimo del loro potenziale tutti gli strumenti in nostro possesso. Si pensi allo schema Prime: se viene presentato un farmaco promettente in un’area dove c’è una necessità medica, beh, lì diamo il nostro piccolo contributo a incentivare le aree, non per opportunità di mercato, ma di necessità medica. La ricerca pubblica potrebbe fare di più e potrebbe mirare a queste aree. Per gli antibiotici la partita è completamente politica. Se con gli orphan designation i decisori politici sono riusciti a motivare gli investimenti, dovranno fare lo stesso con gli antimicrobici. Tra l’altro la ricerca va avanti seguendo due driver: uno riguarda la pianificazione puntuale secondo cui si investe massivamente. L’altro va avanti anche per clinamen, ossia intuizioni che avvengono per caso e determinano dei veri e propri “salti quantici” nella conoscenza.

Tenendo presenti questi due driver, c’è anche il tema dell’allocazione delle risorse da parte dei soggetti pubblici e privati…

Mentre noi sviluppiamo modelli regolatori e di evidenza sulla terapia consolidata, bisogna tenere presente che a lungo termine si deve investire su end point surrogati certi, su marker veri di predizione per capire se la malattia si presenterà o meno. Ad esempio, nel campo delle malattie neurodegenerative c’è la questione della lunghezza della latenza della malattia. I sistemi di allocazione e i pagamenti devono anch’essi evolvere parallelamente.

A proposito di tempistiche, l’Italia impiega circa un anno tra l’autorizzazione al commercio e l’accesso alle terapie da parte dei pazienti. Va bene così o si può migliorare? E come?

Il problema italiano è condiviso anche da altri paesi. La macchina autorizzativa e analitica del Hta italiano, vista da fuori, sembra inceppata. Anche l’Aifa mi sembra non abbia la capacità di mantenere la velocità che dovrebbe avere, tenendo conto che è priva di un consiglio di amministrazione funzionante (al momento dell’intervista, metà luglio, è effettivamente così, n.d.r.). L’altra cosa che rilevo dell’Italia è che da parecchi anni non produce una politica farmaceutica integrata. Il tentativo fu fatto con il fondo dell’innovazione e altri interventi che poi si sono persi. L’Italia è il primo esportatore al mondo, quinto o sesto nel mercato mondiale. Ha tra le prime tre pipeline per innovatività, soprattutto nel campo delle terapie cellulari e geniche, però non la vedo mai coinvolta in un sistema più strutturale e olistico. Inoltre noto che da 3-4 anni non interviene neanche come dovrebbe sulle decisioni prese dall’Ema. Pare stia facendo “fire fighting” anziché programmazione.

Un’assenza dovuta a un isolamento in ambito europeo causa orientamenti politici?

Non so. Però sono preoccupato per l’assenza di influenza da parte di un player fondamentale come l’Italia. Nell’Ema chi manda gli esperti giusti influisce in maniera determinante sulle decisioni e ha il vantaggio e privilegio di prevedere cosa arriverà dopo tre o quattro anni. Se ciò viene integrato in una politica nazionale, si possono migliorare le allocazioni delle risorse, accedere più in fretta ai farmaci e spendere meno. Sotto la pressione sociale si prendono decisioni più politico-emotive che razionali e programmatiche. Quindi il mio auspicio è che l’Italia si riprenda il ruolo di influenza che le aspetta in Europa e la leadership che ha avuto nel recente passato. Aifa è stata la prima agenzia a mettere insieme regolatorio e Hta e a lavorare in maniera strutturata su registri e Managed Entry Agreements. L’Italia merita di più e ha il potenziale.

Un accenno a Brexit. Nei prossimi mesi avverrà il trasferimento definitivo dall’attuale sede provvisoria ad Amsterdam. Innanzitutto come vi trovate? In secondo luogo come state gestendo i rallentamenti di alcune attività e il calo numerico dello staff?

La sede consente l’operatività come avevamo previsto, seppur con una serie di attività ridotte. Fino alla fine dell’anno andrà bene così, l’attrezzatura a disposizione è adeguata e va tutto secondo i piani. Quanto ai dipendenti, il giorno della verità arriva ai primi di settembre. Le misure eccezionali come commuting e teleworking cesseranno. Al momento abbiamo 312 persone che lavorano da Londra e 464 sono qui ad Amsterdam. Questi 312 devono decidere se lasciare Ema o se trasferirsi. Noi ci aspettiamo una perdita del 20-25% dello staff. Di cui il 10% è costituito dai contratti a tempo breve che sono persi per sempre perché la legge olandese non ci consente di riprenderli, come era possibile invece nel Regno Unito. Sarà un grosso problema e stiamo cercando di riallocare le persone e coprire certi vuoti con l’automazione. Ovviamente sarà una piccola percentuale. Sul fronte dei ritardi, non ne abbiamo avuti. Siamo contenti. Si è, però, sospesa la pubblicazione dei trial clinici ed è un gran peccato, perché era un nostro fiore all’occhiello in tema di trasparenza. Riprenderà a passo ridotto piano piano. Si sono anche ridotti gli incontri e i meeting con gli stakeholder, le università, gli investitori e i produttori che per noi sono fondamentali per capire qual è la direzione da prendere in futuro. Capire se dobbiamo aspettarci novità nella genomica o nella nanotecnologia ci permette di organizzare il training dei nuovi dipendenti con un anticipo di due o tre anni. Tale gap di formazione purtroppo lo pagheremo caro se non recuperiamo.

In tema di patient engagement, come è cambiato nel corso degli anni il ruolo del paziente all’interno degli enti regolatori e che futuro prevede?

L’Ema si è progressivamente aperta ai pazienti e loro si sono conquistati uno spazio sempre maggiore. Il loro apporto è fondamentale su due cose essenziali; prima di tutto nel definire perfettamente quali sono gli end point clinici importanti dal loro punto di vista e non per come li percepisce il medico; in secondo luogo ci aiutano a valutare i dati sulla qualità di vita con la malattia. In definitiva possono arrivare a sovvertire le nostre percezioni del beneficio-rischio. Il nostro obiettivo è di arrivare a una popolazione di pazienti esperti. È un sostanziale progresso. Siamo partiti dal paziente testimone su base emotivo-personale, stiamo arrivando al paziente che riesce a distinguere ciò che è emozionale e ciò che è il reale beneficio di un intervento terapeutico. Ora ci serve una nuova generazione di testimonial e stiamo cercando di organizzare un contesto di formazione con altri enti europei in cui formare il “paziente regolatore”, basandoci su tre linee formative. Una prima linea verrebbe svolta con le strutture universitarie affinché la persona venga edotta sulle nozioni essenziali per capire i meccanismi della patologia. Una seconda linea con noi regolatori per capire quali sono le esigenze e gli step autorizzativi. Un terzo avverrebbe con l’industria per capire quali sono le esigenze di sviluppo, ricerca e manifattura di un farmaco. Sia chiaro che tutto si svolgerebbe in un territorio neutro dove le necessità delle aziende verrebbero considerate solo nell’ottica di quello che è il loro contributo all’attività regolatoria. Seguendo queste tre linee formative potremmo fornire una formazione completa dei pazienti che partecipano alle nostre attività.

A chi tocca la formazione del paziente esperto, per garantire la sua terzietà?

Secondo me a noi, all’Ema. Abbiamo l’European network training center, uno strumento molto flessibile che usiamo nel training dei nostri assessor. In poche parole, le 28 autorità nazionali hanno un programma di training certificato e certificabile, che viene messo a disposizione del network. L’Ema paga sia per chi partecipa sia per chi fornisce il servizio e abbiamo già iniziato a inserire i pazienti in questo percorso. Dà molte garanzie. Vediamo se questo può essere riconfigurato con un completo controllo dell’Ema e orchestrare così l’apporto fornito dalle industrie e dall’accademia. Deve essere gestito e controllato da noi, per certificare l’indipendenza e la terzietà, altrimenti non avrebbe senso.

Stanno fiorendo iniziative formative di ispirazione aziendale. Ema immagina di supervisionarle e certificarle, oltre che di produrne in proprio?

Queste iniziative locali vanno benissimo perché i pazienti possono collaborare a più livelli. Non possono essere però utilizzate da noi. È giusto che un’azienda abbia la consulenza dei pazienti per il segmento che le interessa. Io parlo di coloro che dovranno contribuire alla valutazione finale del farmaco. Quella generazione di pazienti deve essere incontaminata. Queste persone devono avere gli stessi requisiti dei delegati che vengono qui, nessuna contiguità con l’industria, nessun conflitto di interesse.

Coinvolgete le associazioni di pazienti per una determinata patologia a seconda del farmaco da utilizzare o le scelte sono più trasversali?

Quanto alla loro presenza nel Cda, il management board decide di altre cose, non entra nel merito del prodotto. È il consiglio di amministrazione classico. Le associazioni siedono lì portando le loro istanze ma, sostanzialmente all’interno delle linee strategiche dell’agenzia. Dove il paziente è molto presente è invece sul prodotto nei vari working party e comitati. Per alcuni prodotti soprattutto nell’ambito della farmacovigilanza le associazioni vengono chiamate proprio ad hoc sullo speci.co caso della malattia e del medicinale. Dove non hanno ancora un peso che invece dovrebbero avere è nel Chmp (Comitato per i medicinali a uso umano n.d.r.), cioè l’organo che prende la decisione finale. Mi auguro che ci sia qualche emendamento legislativo su questo. Sarebbe la giusta conclusione del percorso che hanno fatto i pazienti.

Nel 2012, proprio ad AboutPharma, lei preconizzava il tramonto dei blockbuster e l’avvento della medicina personalizzata. Al tempo esprimeva perplessità sugli scenari futuri. Ora, a sette anni da quella intervista, che rischi intravede?

I rischi sono gli stessi. In realtà sono “guai” che stiamo già vivendo. La medicina personalizzata è arrivata più in fretta di quel che pensavo. Ci aspettiamo che le terapie avanzate vadano alla velocità di 10-20 terapie all’anno da qui al 2025. Questo è il potenziale della pipeline. I punti critici restano tali: non abbiamo un sufficiente bilanciamento tra l’nvestimento in innovazione e l’investimento per capire chi ne beneficia. Mentre individuiamo il target terapeutico utile, qui non indichiamo tutta la popolazione che veramente possa beneficiarne e questo crea tensione anche nell’ambito dell’allocazione delle risorse. Le Car-T sono per ora poco più che una proof of concept. Benissimo che siano state approvate, ma sull’interpretazione di come approvare una terapia di questo tipo abbiamo raggiunto il limite estremo della regolamentazione europea.

Insomma, va svecchiato il sistema legislativo e normativo europeo?

Siamo al limite dei sistemi sanitari. Le Car-T, mi sembra, possano essere erogate solo (a livello sperimentale n.d.r.) in quattro o cinque ospedali in Italia. È una buona notizia, ma quanti ne serviranno ancora? In quanto tempo sarà obsoleta l’attrezzatura oggi a disposizione quando verrà la seconda generazione di Car-T? E poi si dovrà valutare quanto saranno ancora adeguate le ispezioni in una filiera di produzione che in parte sarà al letto del paziente e una parte riguarderà l’ingegnerizzazione in un altro continente. Ma possiamo fare altri esempi di innovazione dirompente che costringerà i sistemi sanitari a rivedere profondamente il loro assetto organizzativo. Pensiamo ai vettori virali e alle terapie geniche. Approveremo ogni volta tutto il processo o un vettore solo e poi solo i dati clinici, che è la cosa più logica? L’attuale quadro normativo ce lo consente? Ulteriori problemi scaturiscono dalle diverse velocità a cui viaggiano gli ambiti del farmaceutico. La tecnologia è più veloce della scienza, la scienza è più veloce del regolatorio che a sua volta è più veloce della legislazione. La somma di questi gap crea una tensione tra l’innovazione e l’accesso. Un aspetto drammatico è che non si sta gestendo il problema della sostenibilità in maniera adeguata e il livello di dibattito non sembra sufficiente a individuare una soluzione. Non se ne parla in maniera strutturale. Sembra sempre che occorra trovare le risorse nell’ambito dei parametri e dei sistemi attuali. Scordiamocelo. Serve una politica farmaceutica che crei un bilanciamento tra investimenti e benefici. L’altro grande problema sarà quello sociale ed etico. Quando parliamo di terapie geniche o editing genetico parliamo di interventi one shot che “distruggono” il loro stesso mercato. Nel caso di una malattia genetica rara, quando andremo a fare l’intervento sulla linea germinale del padre e della madre vuol dire che la discendenza avrà corretto quel particolare difetto genetico. Potremmo trovarci di fronte a una situazione paragonabile a quella del vaccino che eradica la malattia e, di conseguenza, annulla il suo mercato. Che costo avrà? A chi sarà data una terapia da centinaia di migliaia di euro, del cui effetto avremo contezza tra vent’anni? Si investirà su tutti? O su un piccolo gruppo di pazienti? Non è un farmaco che tutti possiamo prendere. Le nuove terapie potrebbero essere tutte terapie ad alto costo. Non è un dibattito che possiamo rimandare. Bisogna parlarne stamattina, non stasera.

In tema di scelta farmacologica nei confronti di un paziente, la palla è passata al medico che deve decidere in scienza e coscienza. A questo punto però, date le dimensioni del problema e anche per il portato etico cui lei ha appena accennato, sono temi che investono i governi. Sarebbe ipotizzabile anche uno strumento referendario?

In passato i referendum hanno dimostrato che portare temi di questo livello non sufficientemente dibattuti è rischioso. Parliamo del più basso livello di competenza in materia. Un po’ come se mi chiedessero di decidere in materia di materiali aerospaziali. Non potrei che avere una visione emotiva o molto superficiale. Ha senso un referendum dopo un dibattito di qualche anno. Altrimenti si finisce come per gli Ogm, per i quali sento dire pure da gente esperta cose che non fanno parte della realtà scientifica. Poi ci sono le questioni etiche. Ritorniamo al tema della Germline di cui abbiamo parlato prima: qual è il possibile punto etico e morale rispetto a una tecnologia e una scienza ancora all’inizio? Sono per un dibattito serio, senza ideologie e senza pregiudizi iniziali, ma con conoscenze solide.

Parliamo di rapporti istituzionali e scientifici con le altre agenzie regolatorie internazionali. Con la Fda l’intesa è storica e solida anche alla luce del recente accordo di mutuo riconoscimento sulle Gmp. Ma con il resto del mondo? Pensiamo alla Cina che sta diventando un attore sempre più presente sul palcoscenico internazionale…

Con la Fda il rapporto è strutturato. Ci sono trenta interazioni quotidiane, al di là del mutuo riconoscimento che è il primo passo per costruire una capacità mondiale di gestione della Gmp. Tutti sanno che andavano in tre autorità a ispezionare lo stesso impianto lasciandone indietro migliaia. C’è una razionalizzazione delle forze a livello mondiale. La Cina è un interlocutore sempre più influente. La sua capacità regolatoria è in continua ascesa sia quantitativamente che qualitativamente. È importante perché all’interno dell’Icmra (Coalizione delle autorità regolatorie per i farmaci, n.d.r) autorità come Cina, India e Brasile hanno iniziato a sviluppare standard di qualità simili a quelli della Fda, Ema e Giappone. C’è un movimento di consapevolezza di tutte le autorità mondiali considerando che la supply chain è frammentata a livello globale e tutti stanno diventando più responsabili e consapevoli. La cosa paradossalmente interessante è che l’Europa perde attrazione e competitività per l’innovazione, ma non per il modello di approccio regolatorio. Infatti sia la Cina, l’Africa e l’Asia stanno guardando all’Ema, cioè a questa capacità di centralizzare i processi di 28 paesi. E parliamo di un modello gestito da 900 persone che è di gran lunga migliore di altre autorità che fanno lo stesso lavoro con 2-3 mila persone. È un modello di efficienza unico al mondo.

Ha citato l’Icmra. Il suo impegno futuro, visto che ne ha preso le redini?

Abbiamo la leadership dell’istituzione che è composta dai soli capi di agenzie. Viene scelto un chairman a turno. Ora sono io. Quando sarà scaduto il mio mandato, toccherà al mio successore. Se gli altri sono d’accordo ovviamente, altrimenti il ruolo sarà riassegnato. La funzione di chairman ha a che fare con le quattro riunioni all’anno che facciamo trattando di temi sensibili come i sartani o le crisi di Ebola e soprattutto preparandoci al futuro.

Quale dovrà essere il profilo del nuovo direttore dell’Ema?

Quello pubblicato dalla Commissione europea è adeguato. Ha tenuto conto di componenti essenziali. Una su tutte è la formazione di chi viene dal settore del farmaco o quantomeno delle scienze mediche con una conoscenza della farmaceutica. Quello che spero non avvenga, ma non credo ci siano le premesse, è l’assunzione di un manager puro che passi da un business all’altro utilizzando le categorie assolute del mercato. In questo campo sarebbe un disastro. Se torniamo all’esempio velico, mi viene in mente una nave che deve virare di bolina, cambiare il timoniere e sceglie una persona che sta imparando…

E lei cosa farà dopo la “veleggiata”?

(Ride) L’età pensionabile per i professori è di 70 anni e quindi avrò altri tre anni per terminare il mio ordinariato di microbiologia all’università di Roma Tor Vergata. Lì potrei mettere a frutto un po’ l’esperienza in ambito regolatorio. In accademia c’è molto da fare. Tuttavia la mia anima spinge verso la salute pubblica. Non mi distanzierò tanto dalle attività che vedono in qualche modo un mio contributo. Dopo la “navigazione” direi che le cariche pubbliche a 67 anni non me le potranno più conferire e forse non ne avrò neanche più voglia. Però un contributo intellettuale penso e spero di poterlo ancora dare.