Epatite B cronica, progressi verso una cura dalla ricerca italiana

I ricercatori dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano hanno dimostrato che l’interleuchina-2 è in grado di riattivare le difese naturali dell'organismo, oltre ad aver scoperto alcuni meccanismi all'origine dell'inefficace risposta del sistema immunitario nei confronti del virus dell’epatite B

Epatite B cronica

È italiana la ricerca che un domani potrebbe portare a una cura contro l’epatite B cronica, tra i primi fattori di rischio per il cancro al fegato, al momento senza cura. I ricercatori dell’Irccs ospedale San Raffaele e dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano hanno infatti scoperto alcuni meccanismi all’origine dell’inefficace risposta del sistema immunitario nei confronti del virus dell’epatite B (Hbv). Inoltre hanno dimostrato che l’interleuchina-2, una citochina, è in grado di riattivare le difese naturali dell’organismo. La scoperta, possibile grazie a sofisticate tecnologie di imaging cellulare e di genomica, apre la strada allo sviluppo di nuove potenziali terapie per l’epatite B cronica.  Lo studio – finanziato dallo European Research Council (Erc) dell’Unione europea, dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e dalla Fondazione Armenise-Harvard – è stato pubblicato su Nature.

Il virus dell’epatite B

Il contagio con Hbv può dare origine sia alla forma acuta della malattia, che in genere si risolve entro pochi giorni, sia alla forma cronica, per cui esistono solo terapie antivirali di contenimento. Secondo le stime dell’Oms nel mondo sarebbero oltre 250 milioni le persone affette dalla forma cronica di epatite B, in cui il loro sistema immunitario non riuscirebbe a debellare il virus responsabile della malattia. Al contrario di quello che accade quando un adulto contrae il virus, oltre il 90% dei bambini che vengono contagiati alla nascita sviluppano la forma cronica di epatite B.

Il vaccino

“Quella dell’epatite B è un’epidemia silenziosa – spiega Iannacone – il virus continua a riprodursi nelle cellule del fegato anche per decenni senza sintomi specifici, favorendo lo sviluppo di cirrosi o tumore”. Con la scoperta del vaccino, obbligatorio in Italia dal 1991, questa malattia è diventata ormai rara nei paesi occidentali. Ma rimane un flagello per buona parte dell’Africa e dell’Asia orientale. La trasmissione avviene per lo più da madre a figlio oppure, in età adulta, attraverso i rapporti sessuali.

La microscopia intravitale

Per capire cosa esattamente succede al sistema immunitario delle persone che sviluppano l’epatite B cronica, Matteo Iannacone, a capo dell’Unità di dinamica delle risposte immunitarie del San Raffaele e primo firmatario dello studio, con il suo team, ha studiato in un topo di laboratorio un sottotipo di linfociti T che ha il compito di attaccare l’Hbv ma che nella forma cronica di epatite B non riesce ad eliminare l’infezione. Per farlo hanno utilizzato una tecnica di microscopia in vivo sviluppata dallo stesso Iannacone – la microscopia intravitale – con cui è possibile vedere singole cellule in azione in tempo reale.

Linfociti T disfunzionali

In questo modo hanno scoperto che nell’epatite B cronica i linfociti T sono disfunzionali fin dalla loro attivazione, che avviene per contatto diretto con le cellule infette del fegato. Non solo, ma attraverso l’analisi dell’espressione genica dei linfociti, è stato possibile tracciare una sorta di ritratto dettagliato del loro stato molecolare, che ha fornito ai ricercatori moltissime informazioni.

“La prima è che la scarsa capacità di reazione dei linfociti al virus dell’epatite B è diversa da quella che si osserva in presenza di altri virus o di cellule tumorali” aggunge Iannacone. “Anche in alcune di queste patologie la risposta immunitaria è soppressa, ma il meccanismo con cui avviene è diverso. Ciò significa che i farmaci somministrati in quei contesti per riattivare il sistema immunitario potrebbero non funzionare bene per l’epatite B cronica. Come gli inibitori dei checkpoint immunitari, già in clinica per alcuni tipi di tumore”.

Le molecole “riattivatrici”

La caratterizzazione dei linfociti T disfunzionali ha permesso ai ricercatori di identificare le molecole più adatte ed efficaci a riaccendere l’attività di queste cellule. Tra queste, l’interleuchina-2, una molecola-messaggero del sistema immunitario, è già stata sperimentata con successo sia in vitro, su cellule di pazienti, sia nel modello animale.  La speranza, come affermano i ricercatori, è che questa sia solo la prima di una lunga lista di candidati.

“La più grande soddisfazione – conclude Luca Guidotti vice direttore scientifico dell’Istituto e professore ordinario presso l’Università Vita-Salute San Raffaele che ha collaborato alla ricerca – è aver messo a punto una piattaforma tecnologica nuova, che ci permetterà di identificare e validare nuove potenziali molecole capaci di attivare il sistema immunitario contro il virus, da testare in combinazione con antivirali di ultima generazione che stiamo indipendentemente collaborando a sviluppare”.