Il futuro della medicina di precisione, affinare le tecnologie e combinarle insieme

Grazie anche all'intervento del premio Nobel James Allison all'evento "The Healthcare to come" organizzato a Milano da Fondazione Tronchetti Provera e Fondazione Veronesi e di cui AboutPharma era media partner, si è ragionato sui benefici delle recenti scoperte in ambito oncologico e delle applicazioni di Ai, biomarker e deep learning

Medicina di precisione con immunoterapia, terapie cellulari. Ma dentro ci sono anche chirurgia, radioterapia e protocolli chemioterapici “tradizionali”. La strada dell’efficacia terapeutica in oncologia (ma non solo) passa dalla combinazione di tutti gli interventi, secondo appropriatezza. E se i costi della personalizzazione sono al momento quelli di una manovra finanziaria, un modo bisognerà pur trovarlo per non deviare e dover rinunciare a ricerca, sviluppo e proposta di tecnologie e cure integrate davvero dirompenti. Sta già accadendo: in ballo c’è la possibilità di estendere la sopravvivenza perfino ai tumori big killer oltre i limiti del conosciuto. Come? Cominciando dall’identificazione dei pazienti più “responsivi”, ricorrendo a biomarker raffinati, a loro volta figli di metodi statistici altrettanto raffinati e puntuali. Quelli, per intendersi, che la forza dei big data, dell’intelligenza artificiale, delle “omiche”, del deep learning e di tutti i “tool” connessi permettono di elaborare, al netto della validazione scientifica che (per il momento) resta prerogativa di medici e scienziati in carne e ossa.

Più o meno sono queste le conclusioni di Pier Giuseppe Pelicci, direttore dell’area di ricerca dell’Istituto europeo di oncologia, al termine del convegno “The Healthcare to come“, organizzato a Milano il 16 ottobre da Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Fondazione Umberto Veronesi e di cui AboutPharma era media partner. All’evento hanno partecipato i massimi esperti del settore tra cui il premio Nobel per la medicina 2018, l’immunologo James Patrick Allison (in foto). Per i lettori che non hanno potuto partecipare all’evento sarà realizzato un resoconto più ampio sul numero di novembre del magazine.

Ai, bomba atomica o opportunità?

Il rischio di perdere il controllo delle nuove tecnologie o di non saperne sfruttare a pieno il potenziale è una perplessità che è emersa fin dai primi interventi del convegno. Il cruccio se lo pone Marco Tronchetti Provera, presidente della Fondazione Silvio Tronchetti Provera. “L’intelligenza artificiale – spiega dal palco – rischia di essere un incubo, una nuova bomba atomica che rischia di stravolgere i rapporti di forza a livello geopolitico e nel mondo del lavoro”, tuttavia l’altro lato della medaglia ha a che vedere con i potenziali (e forse illimitati) benefici per il life science. “Per la ricerca rappresenta una meravigliosa opportunità, grazie alla quale le scienze della vita possono fare passi avanti molto più rapidi. Dobbiamo lavorare insieme e insieme – continua – dobbiamo lavorare per fare qualcosa nell’interesse comune facendo nostre le potenzialità dell’Ai e dei Big data applicati alle cosiddette scienze omiche”. Poi un pensiero al recente accordo tra Novartis e Microsoft. “La direzione giusta è quella”.

Educazione e formazione

Ma se si vuole portare avanti questa linea è fondamentale far conoscere queste potenzialità. Da qui l’idea di questo convegno e delle iniziative che, ad esempio, la Fondazione Umberto Veronesi sta portando avanti. Le applicazioni se non sono infinite poco ci manca e Paolo Veronesi, presidente dell’omonima fondazione, spiega che “le oggi la medicina personalizzata da slogan sta diventando una realtà concreta, soprattutto in oncologia” e che l’Ai porterà grandi benefici in questo senso.

La ricerca di Big Pharma va rivista, parola di premio Nobel

Se cambiamento deve essere, che sia radicale. Tra le suggestioni di Allison (che ha vinto il Nobel col collega giapponese Tasuku Honjo) c’è quella secondo cui la ricerca e sviluppo di nuovi farmaci è destinata a cambiare, partendo proprio dalle novità dell’immunoterapia. “Le aziende dovranno rivedere il modo con cui oggi fanno ricerca e sviluppo sui farmaci, tenendo presente che l’approccio attuale delle fasi I e II sono obsolete e non molto utili”. Le perplessità che Allison esprime a margine del convegno si riferiscono soprattutto alla fase I quella che ha lo scopo di valutare la sicurezza di un  nuovo trattamento e di definirne le dosi ottimali. “In immunoterapia  il concetto di dose minima o massima non esiste”. Poi un avvertimento alle aziende: “che investano sull’immunoterapia senza timori, inutile farsi spaventare dai costi. Pensino ai benefici per i pazienti i quali, alla fine, si traducono in risparmi”.

Il Nobel all’oncologia

E pensare che l’oncologia, di promesse, ne ha sempre fatte. Ma i tempi di maturazione delle terapie sono sempre molto lunghi e spesso la ricerca in laboratorio si è arenata miseramente. Non è un caso, infatti, che non si sentiva parlare di grandi scoperte in oncologia dal 2008, quando “la medaglia olimpica” della ricerca in materia fu assegnata al tedesco Harald zur Hausen che aveva lavorato sulla relazione tra papillomavirus e cancro alla cervice uterina. Allison e Honjo hanno studiato a fondo il sistema immunitario e ne hanno capito il ruolo nella lotta contro il cancro.

Gli studi di Allison e Honjo

L’idea non era nuova, già altri prima di loro erano arrivati alle stesse conclusioni, tuttavia nessuno era riuscito a capire a fondo il meccanismo e a produrre una terapia specifica. I due scienziati hanno dimostrato come si possano togliere i “blocchi” che impediscono al sistema immunitario di aggredire le cellule tumorali, dando così il via alla ricerca clinica basandosi sulle proteine (checkpoint immunitari) Ctla-4 e Pd-1. Il professore texano, a colloquio coi giornalisti, ha mostrato fiducia sul futuro prossimo. “Oggi grazie all’immunoterapia, a 5 anni dalla diagnosi, più del 50% dei malati di melanoma al quarto stadio è vivo. Sono  pazienti che prima del 2011, se non trattati, avevano davanti 7 mesi  di vita” mentre ora “possiamo parlare di ‘cura’, termine impensabile  fino a pochi anni fa, pure per altre forme di cancro. Il nostro  obiettivo è aumentare le curve di sopravvivenza”. 

Combinazioni

Allison, così come Padmanee Sharma, ricercatrice dell’University of Texas MD Anderson cancer center di Houston, propone sempre più combinazioni di terapie per il futuro. Non basterà solo la chirurgia, la chemio o la radioterapia. Saranno necessari vaccini terapeutici e, soprattutto identificare dei target specifici. Durante la sua relazione, Sharma si pone domande chiave: “Perché alcuni pazienti rispondono e altri no? Possiamo identificare dei marker utili a prevedere chi risponderà? Ci sono target biologici che possiamo colpire?”. La ricerca si muove in questa direzione.