Interoperabilità: una sfida da vincere per una vera sanità digitale

Una miriade di dati potenzialmente utili per migliorare la salute di tutti noi, ma scarsamente collegati fra loro. Quella dell’interoperabilità è una sfida da accettare (e vincere) per far sì che le opportunità della digital health non rimangano solo tali ma si trasformino in qualcosa di concreto

Ogni giorno in ospedali, ambulatori, laboratori o tramite app dedicate, viene raccolta una grande quantità di dati potenzialmente utili per migliorare la salute di tutti noi, ma scarsamente collegati (e collegabili) fra loro. Ci troviamo di fronte ad un ecosistema frammentato a causa di molteplici servizi indipendenti fra loro, dei diversi vendor coinvolti e dei relativi software e formati di dati proprietari, nonché ai vincoli burocratici/legali che possono sorgere in questo settore.

 

 

Che cos’è l’interoperabilità?

In ambito informatico l’interoperabilità costituisce la capacità di più sistemi di scambiare informazioni tra loro e di essere in grado di utilizzarle. Se la possibilità di scambiare dati può apparire scontata al giorno d’oggi, non si può dire lo stesso sulla capacità di comprendere/utilizzare le informazioni. Sistemi differenti, infatti, non necessariamente “parlano la stessa lingua”.

Quali vantaggi?

L’interoperabilità dei dati sanitari ha risvolti positivi diretti per il cittadino e per chi lo assiste, ma è particolarmente rilevante anche per l’avanzamento delle conoscenze in diverse aree della sanità digitale.

Miglior comunicazione dei dati sanitari…

A volte, semplicemente rendere disponibile l’informazione giusta al momento giusto può migliorare il processo di cura. L’interoperabilità può concorrere: all’eliminazione delle richieste di esami duplicati, ottenendo la storia clinica del paziente e gli esami svolti anche presso altre strutture; ad un’ottimizzazione del lavoro, riducendo i tempi spesi a rispiegare gli stessi sintomi e cercare precedenti esami svolti in altre strutture. E se è vero che il tempo è denaro, quest’ultimo vantaggio equivale ad un risparmio sia per i pazienti che per il Ssn.

… e sicurezza per i pazienti

La mancanza di dati (magari custoditi da un’altra struttura) relativi ad esempio ad allergie, terapie in corso (per verificare eventuali interazioni) o condizioni pregresse può portare ad errori dalle conseguenze anche gravi.

Ovviamente, questo non basterebbe da solo ad eliminare qualunque errore medico venga commesso, tuttavia, avere a disposizione dati capillari e affidabili sul processo di cura e sulla salute dei pazienti può giovare in un altro modo: ricercare e analizzare le cause di un errore medico, può aiutare a prevenire che analoghe situazioni si ripresentino in futuro.

Assistenza sanitaria transfrontaliera

Viviamo ormai in un mondo globalizzato e anche in ambito sanitario possiamo superare i confini nazionali. Un passo importante su questo fronte è stato mosso dall’Unione europea. Attraverso il programma europeo Connecting Europe Facility, si vuole raggiungere l’interoperabilità del Patient summary e delle ricette elettroniche, utilizzabili se ci si trova all’estero in altri Paesi membri. Al momento solo pochi Stati sono già operativi ma per il 2021 questa possibilità sarà realtà in 22 Paesi Ue, Italia compresa.

Cooperazione internazionale

La possibilità di scambiarsi dati fra organizzazioni diverse, e quindi anche fra nazioni differenti, può garantire non solo una miglior assistenza sanitaria transfrontaliera ma anche facilitare la cooperazione internazionale. Basti pensare ai benefici che vi sarebbero ad esempio per sistemi di sorveglianza sanitaria contro le epidemie. Oppure in ambiti in cui la disponibilità di dati è molto scarsa, come nel caso delle malattie rare.

Ricerca

L’impiego di formati adeguati nel raccogliere real-world data può contribuire all’avanzamento della ricerca biomedica. I dati possono essere più facilmente combinati fra loro, diversi studi confrontati con minor incertezza e soprattutto sarà più facile analizzarli. Se ricercatori e data scientist possono contare su formati standard e terminologie condivise, non sarà più necessario avere accesso diretto ai dati per programmare le analisi. Questo costituisce un possibile avanzamento su due fronti: la possibilità analizzare dati altrimenti non accessibili (ad esempio a causa di rigide normative sulla privacy) e di migliorare la qualità delle analisi (che possono essere preparate dai maggiori esperti in tutto il mondo e non solo da chi ha accesso diretto ai dati).

Intelligenza artificiale e big data

Gli algoritmi hanno bisogno di operare e di essere “allenati” con dati di qualità. Banche dati strutturate in maniera omogenea, grazie a standard internazionali e terminologie condivise, costituiscono un indubbio vantaggio da questo punto di vista. In particolare se, combinando dati da fonti diverse, si riesce a fornire un quadro completo per ciascun paziente.

Queste informazioni potrebbero servire ad esempio come base per algoritmi che calcolino il rischio di ricadute/riammissione in ospedale o per identificare possibili situazioni non diagnosticate da approfondire.

Le diverse facce dell’interoperabilità

Avendo chiari i benefici derivanti da una maggiore interoperabilità nel settore salute, possiamo spingerci ad analizzare un po’ più nel dettaglio gli aspetti tecnici. Si può suddividere l’interoperabilità in 4 livelli, ognuno dipendente dal precedente.

  1. Interoperabilità tecnica

Il primo livello rappresenta la mera capacità di scambiare dei dati e al giorno d’oggi è quello più facile da soddisfare, benché nel settore sanitario sia particolarmente importante prestare attenzione alla sicurezza di queste trasmissioni di dati.

  1. Interoperabilità sintattica

Una volta condivisi i dati è però necessario poterli leggere. Questo livello è rappresentato dall’interoperabilità sintattica, che riguarda il formato e la struttura dei dati scambiati. Ci si riferisce quindi al formato dei file da utilizzare o, meglio ancora, delle Application Programming Interface (Api), potenti strumenti in mano agli sviluppatori, creati apposta per far dialogare fra loro sistemi differenti.

Il raggiungimento di questo scopo è favorito dalla presenza di appositi standard internazionali. Di notevole importanza è ad esempio lo standard “Fast Healthcare Interoperability Resources” (Fhir), creato da Health Level Seven International (HL7), che permette di scambiare i dati delle cartelle cliniche elettroniche.

  1. Interoperabilità semantica

Infine, benché gli standard come il Fhir racchiudano già alcune definizioni di base di termini e concetti medici, è necessario adottare un vocabolario condiviso, che fughi ogni possibile fraintendimento. Pensiamo banalmente ai termini “cancro” e “neoplasia maligna”: per un medico è chiaro che si parli della stessa cosa, ma una macchina è in grado di capirlo? È necessario implementare un opportuno sistema di classificazione e codifica. Un esempio è costituito dalla “Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati” (Icd), utilizzata per codificare cause di morte, diagnosi e prestazioni dei ricoveri ospedalieri. Particolarmente adatta risulta inoltre la terminologia Snomed CT (con oltre 340.000 concetti medici), da poter poi integrare a seconda delle necessità con terminologie più dominio-specifiche.

Complessità da risolvere: un paio di esempi

Data la presenza di diversi standard, codifiche e terminologie, raggiungere questo livello di interoperabilità non è così scontato. Ad esempio vi sono sovrapposizioni fra Icd e Snomed CT. E anche della stessa classificazione ICD ne esistono diverse versioni (come ICD-9 e ICD-10) e non tutti utilizzano la stessa.

Altro esempio potrebbe essere costituito da come identificare i farmaci impiegati. Un sistema informatico potrebbe salvare l’international nonproprietary name (Inn), un altro la nomenclatura chimica Iiupac o la classificazione Atc. Infine, il medico potrebbe indicarne il nome commerciale. Ci sarebbe bisogno di un sistema di conversione, che nell’esempio specifico è banale ed esente da errori di attribuzione, ma non per tutti i concetti sanitari la situazione è così semplice.

È quindi evidente che, ove possibile, conviene adottare fin da subito uno standard condiviso. Benché miglioramenti sotto questo punto di vista siano possibili, non è però immaginabile che magicamente milioni di medici e infermieri, così come i laboratori di analisi in tutto il mondo, si adeguino ad un unico standard condiviso per terminologie, misurazioni e flussi di lavoro. È necessario che i sistemi utilizzati siano in grado di normalizzare e classificare correttamente dati provenienti da fonti diverse.

  1. Dagli aspetti tecnici a quelli organizzativi

Dal 2019, inoltre, l’Healthcare Information and Management Systems Society (Himss) considera un nuovo e ulteriore livello: l’interoperabilità organizzativa. Lo scambio di dati non deve essere il fine di per sé, ma il fine ultimo è quello di aiutare i professionisti sanitari a lavorare in maniera più efficiente e migliorare la salute dei pazienti.

Con la presenza di diversi stakeholders, ciascuno con interessi differenti, l’interoperabilità dovrebbe essere incentivata tramite policy o leggi.

Fascicolo sanitario elettronico: il caso italiano

Policy e leggi costituiscono un punto particolarmente rilevante anche se si guarda alla realtà italiana. Anche ammesso di avere sistemi informatici in grado di parlarsi tra loro, non è detto che questo sia fattibile. Basti pensare per esempio alle limitazioni imposte dalle normative sulla privacy e all’impossibilità, anche se vi fosse il consenso del paziente, di trasferire direttamente i dati della cartella clinica elettronica di una struttura ospedaliera a un’altra.

Limiti che però potrebbero venir superati grazie al Fascicolo sanitario elettronico (Fse). Mentre la cartella clinica elettronica è gestita dalla singola struttura ospedaliera, l’Fse ha come centro il cittadino ed è nato proprio tenendo a mente l’interoperabilità e l’esigenza di condivisione di questi dati clinici. Il cittadino può scegliere chi è autorizzato a consultare il suo fascicolo (fra medici di famiglia, pediatri e specialisti), anche oscurando eventualmente alcune informazioni.

Fse: dalla teoria alla pratica

Se in linea teorica il problema appare già risolto, la situazione non è però così semplice. Quasi tutte le Regioni italiane hanno implementato l’Fse al 100% dal punto di vista tecnico, ma il numero di cittadini che ha il proprio fascicolo attivato in certe Regioni rasenta lo 0% (Figura 1, in blu). E anche in quelle in cui la situazione è migliore, non è detto che l’utilizzo effettivo sia così alto.

Salvo qualche caso virtuoso, inoltre, la situazione non è molto diversa se si va a guardare quanti medici o Aziende Sanitarie alimentano l’Fse, inserendo e aggiornando i dati di propria competenza (Figura 1). Mancando chi inserisce i dati si mina l’utilità di questo strumento digitale.

Il rischio è quello di realizzare soluzioni potenzialmente molto utili, ma lasciarle a sé stesse, senza riuscire ad integrarle nel processo di cura, né a pubblicizzarle adeguatamente o a coinvolgere i diretti interessati (medici e cittadini).

Converrebbe quindi riflettere attentamente su quali sono le barriere attualmente presenti (ad esempio flussi o carichi di lavoro incompatibili, scarsa fiducia, come poterle eliminare e quali incentivi contrapporgli.

Interoperabilità al servizio del medico e del cittadino

L’adozione di standard condivisi consentirebbe di ottenere facilmente dati da più fonti e di poterli combinare in maniera fruibile. L’interoperabilità organizzativa completerebbe il quadro. L’obiettivo è quello di costituire un ecosistema più completo e facilmente fruibile dal medico e dal cittadino, con tutti i vantaggi del caso.

Non sarà banale, ma quella dell’interoperabilità in sanità è una sfida da accettare (e vincere) per far sì che le opportunità della digital health non rimangano solo tali ma si trasformino in qualcosa di concreto.

Bibliografia essenziale

 

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