Finanziamenti per la ricerca clinica: in Italia meno di 800 milioni all’anno

Le risorse pubbliche difficilmente superano il 5% del totale, mentre quasi il 90% dei contributi arriva dalle imprese. Ecco alcuni numeri di un'analisi condotta dal Cergas-Sda Bocconi

finanziamenti per la ricerca clinica

In Italia i finanziamenti per la ricerca clinica oscillano tra 700 e 800 milioni di euro all’anno. Il contributo pubblico spesso non supera il 5% del totale e in alcuni casi, come i bandi Aifa per la ricerca indipendente, è comunque sostenuto dalle imprese. A segnalarlo è un’analisi del Cergas-Sda Bocconi illustrati oggi a Roma dell’economista Claudio Jommi nell’ambito della presentazione di un “libro bianco” sul valore della ricerca clinica indipendente in Italia promosso da Fadoi (Federazione dirigenti ospedalieri internisti) e Fondazione Roche.

I numeri

I dati sono incompleti, ha spiegato Jommi, a causa della “molteplicità e frammentazione dei soggetti coinvolti (ministero, Aifa, 5xmille, Ue, fondazioni, imprese, ndr) sia tra gli erogatori di finanziamento sia tra i potenziali fruitori”. Le conclusioni dell’analisi riguardano gli anni per i quali sono disponibili dati più consistenti. Nel 2016 – anno di maggiore impegno pubblico tra quelli analizzati – i finanziamenti per la ricerca clinica si fermano a quota 788 milioni di euro, di cui il 7,5% erogato dallo Stato, l’89% dalle aziende private e il resto da fondi Ue e dai cittadini tramite il 5 per mille. Nel 2017, sul totale di circa 753 milioni, la quota a carico dello Stato (attraverso Aifa e ministero della Salute) è scesa all’1%, mentre il contributo delle aziende è salito al 95,86%. In media nel periodo 2014-2018 le imprese hanno finanziato il 92% della ricerca clinica mentre il contributo pubblico è stato del 4%.

Lo scenario

Sullo sfondo, un sistema Paese che alla ricerca (in generale, non solo clinica) destina finanziamenti pubblici pari all’1,35% del Prodotto interno lordo contro una media Ue del 2,07%. A ricordarlo è li libro bianco Fadoi-Fondazione Roche, che sul contesto specifico della ricerca clinica avverte: “La ricerca clinica rappresenta un asset strategico per il nostro Paese e ha un valore scientifico, sociale, etico ed economico per i cittadini, per il Ssn e per l’intero sistema. Tuttavia, in Italia non sembra godere di ottima salute considerando che il numero delle sperimentazioni cliniche indipendenti si è ridotto del 50% negli ultimi 8 anni”.

Il nodo “conflitto d’interessi”

A preoccupare gli esperti è anche il riassetto della normativa sulle sperimentazioni cliniche, che deriva dalla cosiddetta “legge Lorenzin” (n.3/2018). Si riferiscono in particolare a uno dei decreti attuativi previsti dalla legge (decreto legislativo n. 52/2019) che rappresenterebbe una “svolta negativa” per l’introduzione di “misure sul conflitto di interessi che potrebbe deprimere ancor più il settore della ricerca, annullando i benefici per i pazienti e per il Ssn che oggi derivano dai finanziamenti che le aziende farmaceutiche destinano alla ricerca tramite la collaborazione con le istituzioni ospedaliere”.

No alla “cultura del sospetto”

Al d.lgs 52 del 2019 è dedicato un position paper redatto da un panel di esperti e sottoscritto da 23 sigle tra associazioni, società scientifiche e fondazioni. Il documento denuncia in particolare le ultime righe del comma 4 dell’art. 6 del decreto legislativo che, per garantire l’assenza di conflitti di interesse degli scienziati sperimentatori con l’azienda titolare del farmaco oggetto di studio, impone “l’assenza di rapporti di dipendenza, consulenza o collaborazione, a qualsiasi titolo, con il promotore”. Un approccio che – secondo gli autori del position paper – sembra avallare una “cultura del sospetto”, che scoraggia la partecipazione degli scienziati italiani a panel di ricerca anche internazionali. L’auspicio degli esperti, riportato nel “libro bianco”, è che “l’applicazione del D.Lgs n. 52/2019 in tema di conflitti di interessi sia fatta in un’ottica non restrittiva, tenendo conto degli interessi comuni e in modo da non limitare la ricerca clinica in Italia” sia indipendente che sponsorizzata.

Ricerca, benefici e partnership

“Siamo convinti che promuovere una giusta e sana collaborazione tra pubblico e privato possa fare la differenza in quanto garantisce benefici sia a livello economico, sia di soluzioni sempre più efficaci per la salute del nostro Paese”, commenta la presidente della Fondazione Roche, Mariapia Gravaglia, mentre Andrea Fontanella, presidente Fadoi, invita a guardare ai risultati della ricerca: “Come medici, che quotidianamente ci confrontiamo per la cura dei nostri malati non possiamo trascurare il fatto che una ricerca clinica ben organizzata e competitiva consenta ai nostri pazienti di accedere alle terapie innovative, spesso più efficaci”.