Servirebbe meno farmacoeconomia e più dialogo con il paziente

Gli obblighi burocratici spesso consumano tempo e risorse agli operatori della sanità italiana. Sul fronte dell'umanizzazione delle cure c'è ancora molto da fare

Un sorriso, una parola rassicurante, la descrizione dei benefìci che la terapia potrà dare, dei suoi possibili effetti collaterali, in una parola “dialogo” con chi si accinge ad intraprendere un percorso terapeutico – a volte per il resto della propria vita – che può destare non poche preoccupazioni e perplessità. Poche volte e soltanto in brevissimi interventi se ne è parlato a congressi, convegni, seminari, o scritto su riviste scientifiche. Ma anche in seguito a questi esigui cenni sull’argomento, ritengo che ancor minori siano state le ricadute in fatto di messa in pratica.

Il dialogo non è un accessorio

Non un compito accessorio da parte di chi eroga terapie, ma di centrale importanza, a mio avviso, non solo per quella componente umano-etico-professionale che dovrebbe essere parte preponderante del corredo di un professionista della sanità, ma anche per affermare e consolidare la fisionomia di un ruolo che sempre più dovrebbe rappresentare il massimo riferimento in materia di farmaco-terapia.

Questione di numeri

Nella pratica professionale quotidiana e nel confronto con colleghi potrei trovare, forse, parte delle risposte alle mie domande, pensando per esempio alla mole di lavoro che non lascia molti spazi, alla sempre più incalzante e ingombrante (forse eccessiva) burocrazia, che nel nostro Paese rallenta e rende più difficoltose – sanità non esclusa – molte procedure, ai tantissimi numeri che quotidianamente ci viene chiesto di produrre ai vari enti di controllo e supervisione (con tutti i doverosissimi “ossequi” a ogni sorta di sistema che venga messo in atto per garantire trasparenza), ai tanti, forse troppi, atti amministrativi della nostra routine lavorativa ed infine, spesso, ahinoi, in coda alla lista, agli adempimenti peculiari del nostro ruolo professionale.

Il fardello della burocrazia

Pertanto, ingiusto sarebbe biasimare i tanti colleghi che, come chi scrive, sono sempre più oberati da scadenze di tipo burocratico-amministrativo e inesorabilmente si vedono proiettati verso un ruolo che non è quello per cui hanno costruito il proprio cursus studiorum, prima e le sempre più alte specializzazioni professionali, poi. Alla luce di tali considerazioni, tuttavia, non posso fare a meno di continuare a pormi quella domanda – che rischia di rimanere ancora senza una risposta chiarificatrice. Ovvero se sia giusto oggi sottrarre sempre più tempo al paziente per soddisfare le continue, numerose richieste di rendicontazione, produzione ed elaborazione di dati utili a coprire le pur giuste esigenze di analisi economico-statistiche o a portare a termine i tanti adempimenti burocratici ed amministrativi.

Demandare al personale amministrativo?

Io, dal canto mio, ritengo che ciò non sia per nulla giusto e sono anzi convinto che in un’epoca in cui la farmacoeconomia è argomento sempre più centrale, molti compiti sarebbero da demandare a personale amministrativo, con conoscenza e adeguata formazione informatica e statistica, tale da poter soddisfare le esigenze di comunicazione dei dati relativi al settore farmaceutico, sempre più capillarmente richiesti da chi amministra la sanità. Soltanto così si potrà restituire a tutti noi che operiamo nel campo farmaceutico quel tempo sottratto al dialogo con il paziente, in modo tale da poter porgere lui tutte quelle informazioni che contribuiranno a una più solida consapevolezza riguardo il suo percorso terapeutico e forse anche ad una maggiore serenità nell’affrontare lo stesso.

Pochi riscontri nell’umanizzazione delle cure

Se di “umanizzazione delle cure e delle terapie” finora si è sentito parlare o si è letto, ben pochi credo siano stati i riscontri pratici in tale ambito e se poco spazio a questi argomenti la comunità scientifica ha dedicato, non è altrettanto esigua la letteratura in materia di “aderenza terapeutica” o “compliance terapeutica”, ma anche la mole di lavori che descrivono i miglioramenti degli esiti terapeutici laddove la condizione psicologica del paziente è maggiormente positiva, ovvero, ad esempio, in quei casi in cui lo stesso può intraprendere e mantenere una terapia tra le mura della propria casa e attraverso i servizi territoriali essere seguito in tale percorso.

Informazione, consapevolezza e coinvolgimento

Nelle ormai numerosissime casistiche di terapie croniche domiciliari, anche alla luce delle informazioni acquisite con la mia pratica professionale nel settore, ritengo che fattori che non poco contribuiscono alla tranquillità dell’assistito, con ricadute positive sul quadro psicologico dello stesso e quindi con molte probabilità sul miglioramento degli esiti delle cure, siano la sua informazione, la consapevolezza, il coinvolgimento attivo nelle diverse fasi del percorso terapeutico e il costante dialogo con chi quella cura l’ha prescritta e con chi la eroga, figure di riferimento per quanto riguarda gli aspetti clinici e farmacologici.

Valore terapeutico aggiunto

Oggi, seppur con la consapevolezza che a tal riguardo vi sarà, probabilmente, ancora più di uno scettico, ma anche forte della mia esperienza quotidiana e dei dati scientifici a supporto di queste convinzioni, il mio augurio è che io e i miei colleghi tutti si possa continuare a dedicare del tempo al colloquio con gli assistiti, anzi, magari, a incrementarlo, perché credo molto nell’importanza della “buona” comunicazione tra chi opera in sanità e il paziente e nondimeno nel suo fondamentale valore terapeutico.