Farmaceutica: crescono ricavi e addetti per le 13 big italiane

Presentato al Senato un aggiornamento del rapporto Nomisma "Industria 2030" sulle aziende medio-grandi a capitale italiano aderenti a Farmindustria

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Ricavi e occupazione in crescita per le 13 big della farmaceutica a capitale italiano: nel 2018 il giro d’affari (11,6 miliardi di euro) è cresciuto del 4% rispetto all’anno precedente e, nello stesso periodo, è aumentato del 3,3% il numero di addetti (43.000). Sono questi alcuni dei dati principali riportati in un aggiornamento del rapporto Nomisma 2030 presentato in occasione di un convegno al Senato. I numeri si riferiscono alle 13 aziende di medio grandi dimensioni a capitale italiano (denominate “Fab13”) aderenti a Farmindustria, ovvero Dompè, Menarini, Molteni, Zambon, Abiogen Pharma, Angelini, Recordati, Chiesi, Italfarmaco, Mediolanum, I.B.N Savio, Kedrion e AlfaSigma).

I dati

È il fatturato estero a trainare l’incremento complessivo del giro d’affari, con più 6,2% tra il 2017 e il 2018 e rappresentativo del 68,6% delle vendite. La crescita non c’è per i ricavi in Italia (-0,6% per il confronto 2018-2017). Lo stesso vale per gli occupati. Sono cresciuti di quasi 1.400 unità in un anno, ma l’espansione ha riguardato principalmente le sedi estere delle Fab13, mentre i livelli di occupazione “domestici” sono calati leggermente (-0,6%). La componente italiana si attesta al 35,2% del totale nel 2018 e l’Italia continua comunque a rappresentare la scelta localizzativa prioritaria delle Fab13 per quanto riguarda le attività a maggior valore aggiunto, la base da cui prendono avvio i processi decisionali e la spinta all’innovazione (headquarter e ricerca).

Per quanto riguarda la Ricerca e Sviluppo, nel 2018 la cifra complessivamente stanziata dalle Fab13 ha superato il miliardo di euro, facendo registrare un incremento del 10,8% rispetto al 2017. Le Fab 13 hanno quindi investito l’8,7% dei ricavi in Ricerca e Sviluppo nel 2018.

Le richieste alle istituzioni

Le Fab13 chiedono alle istituzioni stabilità delle regole al fine di mantenere in Italia la produzione e continuare a garantire occupazione e sviluppo. “I rischi riguardano alcune attività dell’Aifa sul prontuario terapeutico, con una revisione al ribasso dei prezzi. Non c’è motivo di risparmiare ancora su questo settore”, dice Alberto Chiesi, presidente dell’omonimo gruppo farmaceutico. “Ogni volta che le autorità intervengono sui prezzi dei nostri farmaci i nostri equilibri industriali vengono stravolti e con essi la nostra capacità di investire e dare lavoro”, sottolinea Lucia Aleotti, azionista e membro del Cda del Gruppo Menarini.

Le preoccupazioni sono in linea con quelle dell’associazione di rappresentanza delle imprese del farmaco: “Chiediamo allo Stato e alle agenzie regolatorie di non indirizzare le proprie decisioni solo su basi economiche ma di farlo su basi scientifiche. Le istituzioni si rendano conto che c’è necessità di ammodernare il sistema”, dice a margine del convegno Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria. “Il nostro sistema è complesso, abbiamo due livelli di decisione a cui si aggiunge il ruolo regolatorio dell’Aifa. Bisogna tenere conto dei profondi cambiamenti nelle cure, le regole vecchie non sono più valide. Noi abbiamo un meccanismo come il ‘payback’ per le cure più innovative, e dall’altra parte la spesa territoriale cala, serve un riequilibrio. Inoltre – sottolinea il dg di Farmindustria – abbiamo bisogno che Aifa non faccia provvedimenti su fondamenti economici ma scientifici”. Intervenendo al convegno, Giorgetti ricorda come il settore farmaceutico rappresenti “un valore industriale e sociale di assoluta eccellenza” per il Paese, anche grazie a una peculiarità: “Una composizione unica in Europa, bilanciata tra un 60% di aziende a capitale internazionale e un 40% di quelle a capitale nazionale. Grazie a questa forte presenza ‘tricolore’ si è creato un ambiente favorevole per attrarre investimenti importanti delle imprese multinazionali”.