Epatite C, quasi 200 mila pazienti trattati con i farmaci innovativi

L’Aifa aggiorna i dati. Nel frattempo, uno studio dell’Iss segnala 280 mila mancate diagnosi, di cui circa 146 mila fra i tossicodipendenti. Dagli esperti un appello per potenziare lo screening nei Serd

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Sono quasi 200 mila (199.443 per l’esattezza) i pazienti trattati in Italia con i farmaci innovativi contro l’epatite C. A dirlo è l’ultimo aggiornamento dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sui trattamenti avviati con nuovi farmaci ad azione antivirale diretta di seconda generazione (DAAs) sottoposti a monitoraggio mediante i Registri. Si tratta delle terapie erogate secondo i 12 criteri definiti da Aifa nell’ambito del Piano di eradicazione delle infezioni da Hcv in Italia. I dati sono aggiornati al 2 dicembre.

Secondo il “bollettino” dell’Agenzia del farmaco, la maggior parte dei trattamenti (69.857) riguarda pazienti che soddisfano il “criterio 1” (Pazienti con cirrosi in classe di Child A o B e/o con HCC con risposta completa a terapie resettive chirurgiche o loco-regionali non candidabili a trapianto epatico nei quali la malattia epatica sia determinante per la prognosi). A seguire il “criterio 8” con 55.187 pazienti  e il “criterio 4” (36.637).

Lo studio Iss sulle mancate diagnosi

Se i numeri Aifa fotografano la situazione dei pazienti che hanno accesso alle cure innovativi, un recente studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) affronta il problema delle mancate diagnosi. In Italia ci sarebbero circa 280mila pazienti con virus da epatite C ancora da diagnosticare, di cui circa 146mila avrebbero contratto l’infezione attraverso l’uso, anche pregresso, di sostanze stupefacenti, 80mila con il riutilizzo di aghi da tatuaggi o piercing e 30mila attraverso la trasmissione sessuale. Le stime emergono da un lavoro, aggiornato a novembre 2019, presentato dalla ricercatrice dell’Iss, Loreta Kondili, all’ultimo congresso annuale dell’American Association for the Study of Liver Diseases.

Lo studio Iss è stato illustrato oggi al Senato nel corso del convegno “La gestione dell’Hcv in pazienti consumatori di sostanze”, dove sono stati presentati anche i risultati di un progetto – patrocinato da quattro società scientifiche (Simit, Federserd, Sipad e Sitd) e denominato Hand (Hepatitis in addiction network delivery) – che ha previsto la distribuzione di 2.500 test rapidi per la diagnosi in diversi Serd (Servizi per le dipendenze) di sette città italiane. Un’operazione che ha permesso di incrementare del 20% gli screening fra i tossicodipendenti.

“L’Italia ha un compito estremamente importante che le è stato dettato dall’Organizzazione mondiale della sanità: eliminare l’infezione da Hcv entro il 2030 – ha detto il direttore scientifico della Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali), Massimo Andreoni – Per questo dobbiamo lavorare sulle popolazioni a maggior rischio epatite C, cioè su quei soggetti che fanno uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa”. Per il presidente della Sipad (Società italiana patologie da dipendenza), Claudio Leonardi, “i Serd non curano soltanto la dipendenza, ma indirizzano il paziente ad uno screening completo per quanto riguarda l’epatite C”.

Numeri e risorse

Commentando i dati, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, auspica chiarezza definitiva sui numeri. “L’associazione dei pazienti indica 130-140mila persone che non sanno di avere l’epatite C. Altri studi ne individuano 300mila. Anzitutto, quindi, bisogna capire il numero reale, perché è differente stanziare risorse per il trattamento di 150mila o 300mila pazienti. La prima cosa da fare è affidare uno studio all’Istituto superiore di sanità, affinché ci dia una stima realistica sulla previsione di spesa a cui andiamo incontro”. Spesa che riguarda le cure, la diagnostica, ma – secondo Sileri – dovrebbe sostenere anche la “formazione dei medici e del personale sanitario”.