Cosa possono insegnare i pazienti a medici e personale sanitario

Il dibattito si sposta su cosa il paziente possa fare per i medici e non solo il contrario. Del tema se ne è parlato all'European patient forum di Bruxelles e sono emersi casi studio interessanti in cui le università propongono anche dei corsi specifici sul tema

Si parla tanto di pazienti esperti che devono formarsi per poter essere maggiormente coinvolti nelle decisioni mediche. Ma poco si sa di come, dall’altra parte, medici e professionisti dell’area sanitaria possano a loro volta essere formati dai pazienti. In altre parole, possono i pazienti aggiungere contenuti e conoscenze nel contesto dell’educazione e della formazione continua di medici e professionisti della salute?

Il convegno in Belgio

Se n’è parlato durante il congresso dello European patient forum (Epf) tenutosi di recente a Bruxelles, con una sessione dedicata proprio a questo tema. Di certo, mettere i pazienti in prima linea nell’educazione dei futuri medici e nella formazione continua dei clinici presuppone un grosso cambiamento culturale ma si tratta di un altro tassello necessario per la costruzione di una vera partnership di cura tra medico e paziente.

Pazienti-educatori

Sin dagli anni ‘60 si iniziò a parlare di pazienti-educatori, ma il potenziale del paziente nella promozione dell’insegnamento era relegato a ruoli passivi, come il racconto delle storie di malattia o le scene simulate da “pazienti-attori”. Nel modello a scala sviluppato da Sherry R. Arnstein per descrivere la partecipazione dei pazienti, si dovrebbe passare sempre più a un ruolo attivo con pazienti che fanno da co-tutor e diventano partner alla pari degli accademici. Ma dove siamo oggi? E come si può progredire per raggiungere una situazione in cui i medici possano beneficiare dei pazienti durante la loro formazione? Stijntje Dijk, studentessa di medicina dell’Erasmus University di Rotterdam intervenuta al congresso Efp nota che oggi nelle facoltà mediche i pazienti sono visti come semplici soggetti. Ma gli studenti desidererebbero un loro coinvolgimento più serio se è vero che, come affermava il grande patologo Rudolf Virchow, “non puoi diventare un medico senza i pazienti”.

Il punto della situazione

Per fare il punto della situazione, la studentessa olandese ha condotto una revisione sistematica, raccogliendo 49 articoli da cui ha estrapolato una serie di informazioni rilevanti. Innanzitutto si è chiesta quali fossero le motivazioni del coinvolgimento. Da una parte i pazienti sono mossi da un forte senso di responsabilità verso la comunità e dalle possibilità di realizzazione e crescita personale. Dall’altra le università mostrano il desiderio di trasformare radicalmente l’educazione facendola diventare più coinvolgente e completa.

Il paziente come insegnante

Dallo studio sono emersi anche i principali ruoli che i pazienti dovrebbero ricoprire nell’educazione medica. Prima di tutto quello dell’insegnante, con competenze che spaziano dalla condivisione delle storie di malattia e dei contenuti volti a incrementare le capacità cliniche degli studenti, all’educazione inter-professionale. Poi quello del valutatore, in grado di dare un feedback agli studenti sulle loro capacità di colloquio medico ed esame obiettivo. Terzo aspetto, quello di sviluppatore di curriculum, che prende decisioni istituzionali sui piani di studio. Infine quello di membro delle commissioni di selezione, con una prospettiva, ça va sans dire, diversa rispetto a quella dei professori standard.

I ruoli integrati

Per raggiungere una situazione in cui questi ruoli riescano a integrarsi in modo naturale nella struttura delle università, un impegno comune è richiesto a tutti gli attori coinvolti. Per esempio, per poter insegnare, i pazienti dovrebbero essere esposti a una formazione più o meno approfondita che rafforzi la loro fiducia e le loro capacità educative e li prepari a eventuali conflitti, garantendo sempre i risultati prefissati dal programma. Gli accademici dovrebbero occuparsi invece di mettere in campo risorse adeguate per creare piattaforme permanenti piuttosto che incontri sporadici. Dovrebbero anche aumentare il riconoscimento del valore di un’educazione centrata sul paziente all’interno delle università. Un compito arduo ma non impossibile.

Gli esempi virtuosi

Esistono già alcuni esempi virtuosi. All’Università di Montreal, in Canada, ben 200 pazienti insegnano nella facoltà di medicina, mentre a Stanford, in Usa, esiste un corso opzionale chiamato “Walk with me”. Quest’ultimo dà l’opportunità agli studenti di entrare in contatto con i pazienti e le loro famiglie sin dai primi anni di corso. E si è provato che quando lo studente lavora con i pazienti sin da subito, l’idea che il paziente, e non la malattia, sia al centro della sua missione rimarrà ben salda nella sua professione.

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*Foto in evidenza di Stefan Stefancik

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