Dispositivi indossabili al servizio della medicina

Dal primo wearable device ad oggi, tanta strada è stata fatta e i wearables entrano sempre più di diritto anche in campo medico. Dalla ricerca, alla prevenzione o gestione del trattamento, le possibilità di utilizzo sono molteplici

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Risale agli anni ’80 il primo wireless wearable device in grado di monitorare il battito cardiaco in tempo reale. Da allora tanta strada è stata fatta e i dispositivi indossabili non sono più appannaggio del solo mondo del fitness, ma entrano sempre più di diritto anche in campo medico.

Una preziosa fonte di real-world data

Questi dispositivi non si limitano a monitorare segni vitali (come appunto il battito cardiaco, ma anche la pressione o la frequenza respiratoria ad esempio), ma consentono di monitorare attività quotidiane che possono essere legate allo stato di salute (come il classico numero di passi, monitorabile da praticamente qualunque smartwatch o smartphone, ma anche ad esempio la qualità del sonno).
Ormai sono disponibili una vasta gamma di sensori/dispositivi indossabili di diverso tipo, da quelli consumer a quelli con sensori adatti e certificati per un utilizzo clinico o di ricerca. Uno scenario in rapida evoluzione che contribuisce a rivoluzionare il settore salute.
I due grandi vantaggi dei wearable devices sono:

  • Fornire un monitoraggio continuo di diversi parametri, senza limitare le attività quotidiane delle persone e costituendo una potenziale preziosa fonte di dati real life
  • Poter raccogliere dati da persone sane, consentendo quindi una medicina preventiva

Dispositivi indossabili: dal fitness alla medicina

Parlando di wearables vengono subito in mente gli smartwatch destinati al mercato di largo consumo. I nuovi Apple Watch ad esempio sono in grado di eseguire un elettrocardiogramma, rilevare se il ritmo è irregolare e avvertire di una possibile fibrillazione atriale. Funzionalità riconosciute prima dall’FDA ma che a fine marzo 2019 hanno ottenuto anche il marchio CE. Queste approvazioni si sono basate su importanti studi condotti da Apple: un trial clinico con circa 600 partecipanti (Apple Watch vs ECG a 12 derivazioni effettuata da un cardiologo; NCT03492554) e lo studio di screening Apple Heart Study (NCT03335800), con oltre 400.000 partecipanti.
Considerando che molte persone scoprono di soffrire di fibrillazione atriale solo dopo essere andate incontro ad ictus, anticipare la diagnosi avrebbe un impatto clinico rilevante.
Anche gli altri attori non sono però rimasti a guardare. Risale a fine ottobre la partnership fra Fitbit e l’alleanza Bristol-Myers Squibb/Pfizer. Mentre si prepara per sottomettere all’FDA un suo software per rilevare la fibrillazione atriale, Fitbit ha infatti stretto un accordo con le due aziende farmaceutiche per sviluppare contenuti educazionali e di orientamento a supporto degli utenti a maggior rischio di insorgenza di fibrillazione atriale.
Cambiando patologia, ma rimanendo sempre nell’area cardiovascolare, è di questi giorni invece l’accordo fra Novartis e Biofourmis. L’obiettivo, tramite la piattaforma di Biofourmis e i dati di sensori indossabili, è quello di identificare e trattare precocemente riacutizzazioni di scompenso cardiaco.
L’impegno di Apple e degli altri competitor, così come queste partnership, dimostrano che l’interesse per i wearables in quest’area è alto. Dato confermato ulteriormente dalla mossa di Alphabet (Google), che sempre in questi giorni ha dato notizia dell’acquisizione di Fitbit per oltre 2 miliardi di dollari (closing previsto nel 2020), addentrandosi ancor di più nel settore della digital health.
Andando oltre al monitoraggio dei segni vitali, un’utile funzionalità disponibile con alcuni smartwatch, pensata soprattutto per gli anziani, può essere il riconoscimento automatico delle cadute. Una volta rilevata una caduta poi, il dispositivo chiede se si sta bene o serve aiuto. In caso di richiesta di aiuto o mancata risposta, vengono quindi avvistati parenti o soccorsi.

I nodi da sciogliere

Nonostante gli esempi citati in campo medico, queste tecnologie sono ad oggi più concentrate sul mondo del fitness/benessere. E le fasce di popolazione che più ne fanno uso sono probabilmente quelle più giovani e in salute, senza quindi avere esigenze cliniche particolari da soddisfare né elevati fattori di rischio.
Per sfruttare al meglio le potenzialità che originano dall’uso dei dispositivi indossabili, c’è bisogno di una maggiore consapevolezza, sia da parte del cittadino che del medico.
È importante che si diffonda una cultura basata sulle evidenze scientifiche anche fra chi non è nel campo medico; perché non basta qualche buona recensione online per certificare il passaggio da dispositivo indossabile da usare per svago a dispositivo medico, a cui affidare prevenzione o gestione di una condizione clinica. Viceversa, dal lato dei medici, bisogna superare (nei casi opportuni) la diffidenza iniziale che può esserci verso questi nuovi strumenti.
È quindi necessario basarsi su solide evidenze dei benefici ottenibili, potendo contare su studi clinici o dispositivi certificati, con sensori medical-grade.

Dalla prevenzione alla gestione del trattamento

Non meno importanti degli smartwatch sono i dispositivi indossabili rivolti in maniera mirata al mondo della salute. Il monitoraggio dei pazienti può venire enormemente semplificato dalla presenza di appropriati dispositivi che possono fornire al paziente e/o al medico dati affidabili.
Un classico esempio è quelli dei sensori per il monitoraggio della glicemia (sotto forma di cerotti) e delle relative app che aiutano il paziente diabetico nella gestione della terapia insulinica.
I dispositivi indossabili possono anche facilitare il tele-monitoraggio, una pratica particolarmente utile nel caso di pazienti anziani con difficoltà a muoversi o per chi risiede in aree poco servite. Come indicano le stesse Linee di indirizzo nazionali per la telemedicina: “La telemedicina può essere di supporto alla dimissione protetta ospedaliera, alla riduzione delle ospedalizzazioni dei malati cronici, al minor ricorso ai ricoveri in casa di cura e di riposo degli anziani, alla riduzione della mobilità dei pazienti alla ricerca di migliori cure”.
Soluzioni che, oltre ai risvolti clinici positivi, consentono un contenimento della spesa sanitaria. Già nel 2005, uno studio italiano (Scalvini et al.) aveva riscontrato in pazienti con scompenso cardiaco una riduzione del 24% dei costi sostenuti grazie ad un progetto di telemedicina.
La sempre miglior copertura di rete, anche nelle aree rurali o in Paesi a basso/medio reddito, apre ad una nuova era in cui i dispositivi indossabili permettono di monitorare costantemente la salute dei pazienti da remoto, anche in contesti con risorse molto limitate. Se opportunamente normati e gestiti, telemedicina e wearable devices promettono di migliorare l’accesso all’assistenza sanitaria e di ridurne i costi. Aspetti importanti non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in quei Paesi che fanno fronte ad un sensibile invecchiamento della popolazione, Italia compresa.

Un supporto alla ricerca clinica

La tecnologia indossabile sta prendendo piede anche negli studi clinici, consentendo di ottenere dati affidabili in tempo reale o quasi. Utilizzando dispositivi in grado di trasferire direttamente i dati agli sperimentatori si evita ad esempio il rischio di errori di trascrizione. Se le informazioni raccolte con dispositivi indossabili sono in grado di risparmiare ai pazienti qualche visita presso il centro di riferimento, si aumenta inoltre la facilità con cui i pazienti, specialmente quelli che abitano più distanti, decidano di prendere parte allo studio. Nel già citato Apple Heart Study, ad esempio, non era prevista alcuna visita presso un centro ospedaliero.
Oltre al vantaggio in termini di arruolamento e comodità per il paziente, con un maggior impiego di dispositivi indossabili, ci si avvicinerebbe anche un po’ di più ad uno scenario real-life.

Smartwatch/smartband e cerotti… c’è altro?

Guardando oltre ai classici esempi fatti sopra, si apre un mondo di possibilità. Dall’orecchino che misura la saturazione di ossigeno nel sangue, al tatuaggio che misura la glicemia o l’idratazione, fino ad arrivare a vestiti/accessori realizzati con tessuti smart, che possono integrare al loro interno sensori ambientali o per i più disparati parametri fisiologici.

 

 

Non rientrerebbero poi in una definizione stringente di dispositivo indossabile, ma di fatto anche gli smartphone ormai lo sono. App e sensori del cellulare stesso possono quindi essere sfruttati per raccogliere ed elaborare dati rilevanti ai fini della salute (numero di passi e distanza percorsa, pattern di utilizzo del telefono stesso, ecc).
Oppure, un altro caso particolare è rappresentato dai dispositivi ingeribili. Ad esempio Abilify MyCite, una compressa di aripiprazolo, uno psicofarmaco, associata ad un sensore che traccia se il paziente ha preso o meno il trattamento.
Per non parlare poi del potenziale che avrebbero le lenti a contatto. Già nel 2014 Google annunciava un progetto per lo sviluppo di lenti a contatto con chip integrati al fine di monitorare la glicemia. A fine 2018 il progetto è stato abbandonato, ma non per difficoltà tecniche nella realizzazione del dispositivo ma per la scarsa correlazione osservata fra il livello di glucosio riscontrato nel sangue e nel liquido lacrimale. La sfida delle lenti a contatto smart non è però stata abbandonata. Un team dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia ad esempio sta lavorando a prototipi con zoom incorporato.
Le possibilità sono molteplici e gli sviluppi tecnologici futuri continueranno a presentarci nuove possibilità. Che si parli di prevenzione, diagnosi precoce o gestione del trattamento, i dispositivi indossabili accompagneranno sempre più frequentemente il percorso di medici e pazienti.

Bibliografia essenziale

 

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