Servono inalatori più “green” per asma e Bpco

Un recente studio pubblicato sul Bmj Open, ha mostrato come gli inalatori spray a dose misurata contengono due idrofluoroalcano (Hfa) come propellenti, classificati come potenti gas serra. Gli autori chiedono un passaggio verso inalatori alternativi, a basso potenziale di riscaldamento globale, come gli inalatori di polvere secca, nei pazienti in cui è possibile

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In tempi di riscaldamento globale e cambiamenti climatici, ci sarebbe anche un altro modo per essere “gentili” con la Terra:  utilizzare cioè inalatori per l’asma “green”. Un recente studio condotto da Alexander Wilkinson del National Health Service (Nhs) britannico e pubblicato su Bmj Open sostiene infatti che così facendo si avrebbe un impatto ecologico simile a quello di tagliare il consumo di carne. Gli inalatori spray a dose misurata (pressurized metered dose inhaler, Mdi) contengono due idrofluoroalcano (Hfa) come propellenti (HFA134a e HFA227ea) classificati come potenti gas serra. Motivo per cui molte agenzie stanno invitando le aziende a virare verso prodotti alternativi, a basso potenziale di riscaldamento globale, come gli inalatori di polvere secca (dry powder inhalers, Dpi). Gli autori hanno quindi analizzato l’impatto sulle emissioni di gas a effetto serra e sui costi dei farmaci derivanti da questo passaggio.

Impronte di carbonio differenti

Il team guidato da Wilkinson ha studiato le prescrizioni del Nhs nel 2017, relative alle 4,67 milioni di persone con diagnosi di asma, raccogliendo i dati sull’impronta di carbonio degli inalatori comunemente usati nel Paese. Hanno poi confrontato le emissioni di gas a effetto serra degli inalatori spray a dosaggio misurato con gli inalatori di polvere secca, che si attivano semplicemente per inalazione.  I due dispositivi differivano nettamente. Per i Mdi si passava dall’inalatore meno inquinante, che emetteva Hfa a livelli pari a 10 kg di anidride carbonica circa, nel corso delle 200 erogazioni previste dal device. Fino al peggiore che emetteva l’equivalente di oltre 36 kg di CO2. Gli inalatori di polvere secca invece non usano affatto propellenti Hfa e la loro impronta di carbonio, se esiste, dipende principalmente dalla loro produzione e smaltimento, con numeri relativamente piccoli: da 1,5 kg a 6 kg equivalente di CO2 a seconda del marchio.

Come smettere di mangiare carne

Nel Regno Unito, gli Mdi rappresentano circa il 70% di tutte le prescrizioni di inalatori e i ricercatori stimano che sono responsabili del rilascio dell’equivalente di 635.000 tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Se solo il 10% di quei pazienti passasse ai Dpi, si potrebbe risparmiare l’emissione dell’equivalente di 58.000 tonnellate di CO2. La stessa impronta di carbonio prodotta da 180 mila viaggi di andata e ritorno tra Londra ed Edimburgo (pari a circa 1.300 km ciascuno), con auto alimentate a gas, come ha riportato il Time. A livello individuale, la sostituzione del vecchio inalatore con quello di polvere secca potrebbe risparmiare l’equivalente dell’emissione di 150-400 kg di anidride carbonica all’anno. In pratica come se smettessero di mangiare carne.

L’esempio italiano

Nel resto d’Europa la prescrizione di Mdi resta sotto il 50%, con l’eccezione della Scandinavia che si distingue con solo il 10% circa. In Italia, proprio in questi giorni, Chiesi ha annunciato durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP25) il suo piano di lanciare sul mercato, entro la fine del 2025, un inalatore spray innovativo e maggiormente rispettoso dell’ambiente per i pazienti con asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Un nuovo propellente

Il Gruppo Chiesi ha delineato un piano di investimenti quinquennale da 350 milioni di euro per portare sul mercato  nuove formulazioni, che ridurranno del 90% la carbon footprint degli inalatori spray Mdi. Nell’ambito di questo piano, l’azienda italiana ha annunciato un accordo commerciale multimilionario per la fornitura di Hfa 152a da parte del principale produttore di propellenti ad uso medico Koura. Questo nuovo propellente ridurrà al minimo la carbon footprint dei Mdi, fino al livello degli inalatori a polvere secca Dpi. Ad oggi Chiesi ha già investito circa 50 milioni di euro in impianti di produzione per la nuova formulazione e collaborerà con Koura per finalizzare il pacchetto di tossicologia richiesto dalle agenzie regolatorie mondiali, prima di entrare nella fase successiva dei test clinici, obbligatori per qualsiasi nuovo farmaco.

Effetto boomerang

C’è da dire d’altra parte che non tutte le persone affette da asma grave o Bpco hanno la forza polmonare sufficiente per assorbire il farmaco e sono in grado di inalare e utilizzare gli inalatori Dpi. Tanto che gli stessi autori del lavoro pubblicato sul Bmj Open non chiedono una completa eliminazione degli Mdi – l’unico modo per somministrare il farmaco in questi pazienti – ma di trovare il giusto equilibrio tra costi e benefici. Usare alternative ogni volta che è possibile può essere un vantaggio per il Pianeta ma anche per gli stessi pazienti, considerando che sono loro stessi ad essere maggiormente colpiti dall’inquinamento atmosferico. “Il cambiamento climatico è una minaccia enorme e attuale per la salute, che avrà un impatto sproporzionato sulle persone più povere e vulnerabili del pianeta – hanno scritto i ricercatori – comprese le persone con malattie polmonari preesistenti”.