Tecnico veterinario: figura in ascesa, ma poco riconosciuta

È il braccio destro del medico nelle strutture che si prendono cura degli animali. Negli Usa e nel Nord Europa è un professionista affermato da molti anni. In Italia una regolamentazione ufficiale delle sue competenze è arrivata solo nel 2018 e molti veterinari sono ancora scettici. Dal numero 3 di Animal Health

veterinari

Accogliere il cliente, preparare gli strumenti per le visite e, quando necessario, svolgere delle procedure manuali sull’animale. Queste le principali mansioni di una figura che sta prendendo sempre più campo negli ambulatori italiani: il tecnico veterinario. Un soggetto versatile, che sa unire competenze tecniche e doti assistenziali. Nonostante una parte della categoria veterinaria risulti ancora ostile all’affermazione di questa figura, il tecnico veterinario sta registrando un’ascesa che va di pari passo con l’evoluzione del settore della salute animale.

“C’è chi ci chiama infermieri, chi assistenti. Nel tempo è cambiata molto la considerazione nei nostri confronti. Basti pensare che prima non esisteva neanche un nome per questa figura professionale”. A raccontare la sua esperienza da tecnico veterinario è Luana Rubano, in questo settore già da dieci anni. Ha vissuto in prima persona la crescita e lo sviluppo della categoria. Nel campo della veterinaria italiana, il tecnico veterinario è inquadrato nel Ccnl di Confprofessioni, il contratto di comparto delle professioni ordinistiche. A precisare i requisiti di “conoscenza, abilità e competenza” è stato invece l’Ente italiano di normazione e unificazione (Uni) che, nell’ottobre del 2018, ha pubblicato la norma per questa figura. “Il tecnico veterinario – si legge – svolge la propria attività in stretta collaborazione con il medico veterinario ed è di supporto alle cure infermieristiche degli animali ricoverati all’interno di una struttura veterinaria”.

Italia indietro di 50 anni

La figura professionale del tecnico veterinario è presente da più di cinquant’anni negli Usa e nell’Europa del Nord. In molti Paesi, il legislatore ha previsto l’obbligo della presenza di personale qualificato nelle strutture veterinarie. Allo stato attuale la formazione e le competenze finali richieste non sono omogenee tra i differenti Stati. Dagli studi statistici effettuati negli Usa, risulta che in tale Paese vengono utilizzati 3,6 “technician” per ogni struttura veterinaria. “In Italia, invece, c’è un rapporto molto più basso, siamo in minoranza”, precisa Luana Rubano.

Nel nostro Paese, infatti, “gran parte del personale presente nelle strutture veterinarie, si calcola non meno di 5.000 unità, di cui 1.500 nelle sole strutture ambulatoriali private, non possiede una formazione di base specifica né le opportune conoscenze tecniche necessarie per lavorare nel settore, né tantomeno una certificazione delle competenze acquisite per svolgere questo tipo di lavoro. Ancora oggi molte di queste persone vengono inquadrate, non avendo formazione né certificazioni, come operai o braccianti agricoli, o nel caso di strutture pubbliche, come tecnici generici”, scrive Uni nell’introduzione al documento che fornisce, inoltre, gli elementi per la valutazione e convalida dei risultati dell’apprendimento e le linee guida per la formazione non formale del tecnico veterinario.

Le mansioni

Il suo ruolo è importante nell’insegnare ai proprietari come mantenere in salute il proprio animale domestico. Le sue competenze, conoscenze e abilità riguardano l’accoglienza del cliente, la preparazione di spazi e strumentazioni di trattamento clinico e chirurgico, l’assistenza alle procedure clinico-chirurgiche e il trattamento di documenti clinici e amministrativo contabili. È il braccio destro del veterinario. “È una figura indispensabile, non solo nelle grandi realtà. Sono sicuro che se un piccolo studio facesse l’investimento di prendere un tecnico veterinario lavorerebbe meglio, guadagnerebbe di più e vivrebbe con maggiore serenità”. A dichiararlo è Carlo Scotti, coordinatore nazionale Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani), uno dei primi veterinari che ha investito sui tecnici e ne ha assunti. “Nell’ospedale veterinario in cui lavoro – spiega Scotti – ci sono 35 medici veterinari e 12 tecnici veterinari. È una figura estremamente utile, possono fare prelievi sotto controllo veterinario, terapie infusionali, medicazioni, preparazione strumentarie”.

A spiegarlo è anche Luana Rubano: “Siamo spesso il riferimento per i padroni degli animali. Quando sono ricoverati, il 99% delle volte il cliente si rivolge a noi per quanto riguarda l’aspetto di welfare dell’animale, se c’è qualcosa che dà fastidio o che preferisce. Anche perché nel periodo in degenza trascorriamo molto tempo con loro. Con noi i clienti si sentono più a loro agio”.

Come si diventa tecnico veterinario

Ci sono dei corsi riconosciuti in Europa dall’Acovene (Accreditation committee for veterinary nurse education), tra i quali c’è il corso italiano Abivet che ha due sedi, a Cremona e a Roma. Per lavorare, un tecnico veterinario, però, non è obbligato a frequentare questi corsi. Dopo la scuola dell’obbligo potrebbe inserirsi in un ambulatorio anche senza alcun titolo. “È prassi, ma non è legge che vengano richiesti questi corsi formativi – precisa Scotti – anche perché è molto più complicato trovare lavoro senza avere un’istruzione adeguata del settore”.

Il corso Abivet è strutturato in 2 anni, c’è la possibilità di seguirlo anche online ma, in entrambi i casi, è obbligatorio un tirocinio di 400 ore divise tra il primo e il secondo anno. “Sarebbe bello che ci fossero anche più approfondimenti per noi tecnici, più spazio nella veterinaria”, osserva il tecnico Rubano. Ricorda che, all’inizio della sua carriera, “quando volevo seguire un corso di aggiornamento o ascoltare un seminario di mio interesse, i corsi organizzati erano principalmente per medici e dovevo chiedere il permesso di partecipare come uditore, ma spesso mi veniva anche negato”.

Gap da colmare

Parliamo di un mestiere che in Italia ha iniziato ad affermarsi solamente da poco, per cui sorge spontaneo chiedersi perché fino a ora non si era sentita l’esigenza di questo ruolo. “Prima c’era un’anomalia del mercato – sottolinea Scotti – moltissime strutture prendevano i giovani veterinari appena laureati, abilitati e iscritti all’ordine e gli facevano svolgere un’attività di tipo infermieristica piuttosto che quella per cui erano formati. Con un’evoluzione e una maturazione del comparto professionale, stiamo colmando questo gap”.

Un ritardo legato, secondo il tecnico Rubano, a una questione culturale. “Negli anni l’approccio ai nostri animali domestici è cambiato. Molti anni fa sarebbe stato impensabile far fare una tac o una risonanza magnetica a un animale domestico. Ora, invece, viene considerato a tutti gli effetti un membro della famiglia – continua Rubano – e vengono dedicate a loro le stesse cure che verrebbero destinate ad una persona. Cambiando, quindi, la cultura, cambiano le esigenze. La mia è una figura che è partita dal nulla, ma chi l’ha provata si reso conto della differenza”.

Alleati o competitor?

Entrambi gli intervistati non hanno dubbi: il tecnico veterinario è sicuramente un punto di forza per la categoria. “In tutte le rivoluzioni ci sono le battaglie di retroguardia. È chiaro che c’è una parte della categoria veterinaria ancora ostile a questa nuova figura, ma si difende l’indifendibile”, evidenzia il coordinatore nazionale Anmvi. “Bisogna che il medico si abitui a capire qual è il suo lavoro. Grazie ai tecnici, i veterinari possono assurgere alla figura di un professionista di alto livello, possono svolgere un’attività più qualificata, quello per cui sono laureati. È un’anomalia, dunque, dire che il tecnico rubi il lavoro al veterinario, un infermiere non può rubare lavoro ad un medico”.

Anche perché il tecnico svolge ogni mansione sotto la supervisione del veterinario. “Sono il braccio, le mie competenze non vanno a sovrapporsi a quelle del medico. Alcuni veterinari ci hanno visto come dei competitor, invece, noi siamo dei punti di forza, li spalleggiamo. Nelle piccole realtà è più difficile inserirsi – confessa Rubano – per questioni economiche e per l’assenza di un turnover. Anche io ho iniziato in un piccolo ambulatorio e avevo mansioni che non erano strettamente connesse alla mia formazione. Per questo – conclude – va compreso che con noi non si toglie, ma si aggiunge qualità al lavoro”.

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