Medicina di precisione: il ruolo di genitori e pazienti con malattie rare e ultra-rare

Due casi recenti evidenziano la trasformazione in atto verso una ricerca scientifica (e accesso alle cure) sempre più "ad personam"

Quanto in là può spingersi un genitore per trovare una cura per il proprio figlio affetto da una malattia rara, senza soluzioni e talora fatale? Quanto è disposto a farsi carico, oltre che delle ansie e delle paure, anche del reperimento dei fondi necessari e della gestione della ricerca, se non addirittura di partecipare direttamente allo svolgimento della stessa? Tutto ciò va ben oltre a quello che ci si aspetta da una famiglia. Tuttavia, da quando la diagnosi molecolare è diventata più rapida e si è ampliato il corredo di strumenti per la correzione dei geni, lo scenario è decisamente cambiato. Si sente parlare di terapie cucite su misura su pazienti affetti da specifiche malattie genetiche e se le mutazioni sono rare o ultrarare, la terapia in questione diviene davvero “ad personam”. Con tutta una serie di conseguenze da risolvere di natura etica, economica e regolatoria.

Due esempi: Mila Makovec

Due esempi recenti provengono dagli Stati Uniti. Il primo, forse più noto per il clamore che l’ha già accompagnato, è quello di Mila Makovec e del Milasen, il farmaco che porta il suo nome, studiato esclusivamente per la sua rarissima malattia, la sindrome di Batten. La storia comincia con l’incontro tra Julia Vitarello, mamma di Mila, e il dottor Timothy Yu del Boston Children’s Hospital che riesce a individuare il problema genetico della piccola e a ideare una terapia personalizzata a base di Rna. Yu supervisiona la sintesi e messa a punto del farmaco che, dopo le necessarie prove di efficacia e sicurezza, viene approvato dall’ente regolatorio americano, la Fda, all’inizio del 2018. Ora, a 20 mesi dalla prima somministrazione, il bilancio è parzialmente positivo. Le condizioni di Mila sono migliorate, anche se il trattamento non ha agito sui danni pregressi.

Il secondo caso: Maxwell

Il secondo caso riguarda Maxwell, un bimbo di poco più di due anni, a cui nel giugno 2018 viene diagnosticata una malattia neurodegenerativa causata da mutazione del gene SLC6A1. La malattia è così rara (meno di cento casi in tutto il mondo) da non avere nemmeno un nome e progredisce rapidamente con crisi epilettiche gravi e altri disturbi comportamentali e neurologici permanenti. E, ovviamente, non esiste alcuna terapia. Ma la mamma, Amber, non si perde d’animo, lascia il suo lavoro da analista finanziaria e inizia una lotta contro il tempo. Prima si istruisce sulle malattie genetiche, poi fonda un’associazione (SLC6A1Connect) e organizza una campagna di raccolta fondi che le consente di mettere insieme circa un milione di dollari. Infine contatta circa 300 laboratori di ricerca, finché non riesce a convincere il dottor Steven Gray del Southwestern medical center di Dallas, in Texas, a interessarsi a SLC6A1. Gray è un ottimo candidato perché si occupa di terapia genica e lo scorso anno ha iniziato una sperimentazione su alcuni bambini affetti da un’altra malattia neurodegenerativa. Già il passaggio nel modello animale è uno step essenziale nel processo di sperimentazione. Amber, quindi, contatta un altro ricercatore, questa volta cinese, perché crei un modello animale con la stessa mutazione di Maxwell. E così accade.

Il modello è oggi pronto e sta per essere spedito negli Usa, dove sarà utilizzato per testare la terapia genica messa a punto nel frattempo dal dottor Gray. I tempi sono ancora prematuri per dire se la terapia sarà efficace e arriverà in tempo per scongiurare i danni irreversibili che potranno colpire Maxwell, ma i suoi genitori hanno raccolto altri 5,5 milioni di dollari affinché si possa arrivare al trattamento del loro bambino.

Biomedicina più veloce della politica del farmaco

Questi casi ci mettono di fronte all’evidenza di una nuova biomedicina che va avanti a una velocità nettamente superiore rispetto a quella delle politiche del farmaco. I passaggi sono rapidi, le valutazioni precliniche e tossicologiche abbreviate, le revisioni dei comitati etici accelerate e l’accesso alla terapia del tutto personalizzato. Ed è verosimile che in futuro vi siano sempre più casi come questi e che la spinta dei pazienti si faccia sempre più forte.

Risorse economiche, etica e conoscenze

Ma come affrontare e sostenere la produzione e la messa a disposizione di queste terapie? È inevitabile pensare al divario che si potrebbe creare tra coloro che saranno nelle condizioni di affrontare, sia sul piano economico sia su quello gestionale, le sfide e i costi della ricerca e dello sviluppo e coloro a cui invece, per forza di cose, mancheranno le risorse e le conoscenze necessarie.

Il grado di evidenza

A queste considerazioni, si aggiunge il monito di Janet Woodcock della Fda che in un editoriale solleva il tema della delicatezza di queste situazioni. Quanto, anche in condizioni di urgenza e criticità, siamo disposti a tollerare in termini di sicurezza? Quale grado di evidenza è necessario prima di esporre anche una sola persona a un farmaco? E poi, come reagire a un potenziale fallimento della terapia, e come discutere con la famiglia eventuali criteri di stop prima del trattamento? Tutte questioni aperte che non hanno una facile risposta e le cui soluzioni dovranno necessariamente derivare da confronto che includa tutti: sperimentatori, medici, enti regolatori, finanziatori, pazienti e cittadini.

 

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