Fondi italiani ai francesi, il caso Sofinnova-Itatech fa sempre più discutere

Non si placa la polemica dei 40 milioni dati in gestione, ormai più di un anno fa, dal fondo gestito da Cdp-Fei a un operatore transalpino. Antonio Palmieri di Forza Italia continua la sua battaglia a suon di interrogazioni parlamentari. Ma dalla Francia replicano: “Nel documento presentato al Mef molte imprecisioni”. Dal numero 174 del magazine

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C’è una nuova puntata nella telenovela ITAtech- Sofinnova. Lo scorso 7 novembre Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia, ha presentato un’interrogazione parlamentare (la seconda in un anno) per chiedere al ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, “quali iniziative di competenza intenda adottare affinché i fondi ITAtech per la parte in gestione francese siano riassegnati a un gestore italiano”. L’iniziativa ha riacceso una polemica che non ne vuole sentire di placarsi e che coinvolge istituzioni, aziende, imprenditori e addetti ai lavori. Nel frattempo dalla Francia è arrivata la replica, la prima da quando è scoppiato il caso, che mette in discussione il testo dell’interrogazione presentato al Mef.

La vicenda

Nel 2016, il Governo italiano lancia ITAtech, una piattaforma di investimento (tecnicamente un fondo di fondi) finalizzata a trasformare progetti di ricerca e di innovazioni tecnico-scientifiche pubbliche e private in nuove imprese ad alto contenuto tecnologico. Il fondo ha una dotazione di 200 milioni di euro ed è gestito da Cassa depositi e prestiti e dal Fondo europeo per gli investimenti (Fei), i quali hanno investito entrambi cento milioni di euro. A inizio 2018, una parte dei fondi di ITAtech (40 milioni) è data in gestione a Sofinnova Partners, fondo francese, che ne aggiunge circa altri cinquanta in totale (frutto di una propria raccolta effettuata tra investitori istituzionali, privati e aziende corporate), portando la dotazione a più o meno 90 milioni, e fondando un nuovo veicolo di investimento insieme a un partner scientifico di spessore come Telethon.

Il fondo Sofinnova-Telethon

Il nuovo fondo Sofinnova-Telethon fin dalla sua nascita solleva subito un vespaio. I 40 milioni sono la causa principale, ma tra i più sospettosi, all’epoca, serpeggia anche l’idea di un potenziale conflitto di interessi tra le parti in causa. Nello specifico, il riferimento va al fatto che l’allora amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti Fabio Gallia, figurava anche tra i membri del consiglio di amministrazione di Fondazione Telethon. Un corto circuito non da poco, utile a sollevare l’indignazione di una buona parte degli addetti ai lavori del settore. Il tutto si traduce in una prima interrogazione parlamentare all’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan, sempre a firma del deputato di Forza Italia Antonio Palmieri.

La seconda interrogazione parlamentare

A distanza di un anno l’onorevole Palmieri ci riprova: “Ho ripresentato l’interrogazione, da un lato perché se approccio un tema poi mi piace portarlo avanti, dall’altro per continuare a fare luce su questa vicenda”, ha spiegato ad AboutPharma . “Nella scorsa legislatura ITAtech ha regalato 40 milioni a un fondo francese. Per me e per tutti gli addetti ai lavori del mondo delle startup è sembrato uno schiaffo immeritato, oltre che un’incongruenza. È successo che un fondo costruito per sviluppare un ecosistema di aziende innovative in Italia, come primo gesto regala a un fondo straniero, che sia francese cambia poco, una somma di capitali significativa. È una questione di metodo: se vogliamo irrobustire un sistema nel nostro Paese, trovo illogico e sbagliato agire in questo modo”. Una parte dell’interrogazione parlamentare presentata a novembre scorso recita: “In Italia sono scarse le competenze imprenditoriali, manageriali e finanziarie necessarie al decollo del trasferimento tecnologico (…) è necessario che si creino uno o più investitori nazionali, che possano dialogare con tutta l’eccellenza scientifica del Paese, sostenendo il tessuto di competenze locali. Parte dei fondi è stata assegnata a un fondo di venture capital francese, Sofinnova Partners.

Soldi in Francia

Già nel 2012 il Fondo italiano di investimento, controllato da Cdp, ha affidato a Sofinnova 15 milioni di euro, per poi replicare l’investimento nel 2015 con altri 20 milioni. Dei primi 15 milioni – continua il testo – risulta che nessun euro sia andato a startup italiane, mentre dei secondi venti milioni, soltanto parte sono rientrati in Italia ma investiti, di fatto, su un altro intermediario e non su startup italiane. Da fonti di stampa si è appreso che Sofinnova in Italia aveva investito nel 2008 in una startup denominata Creabilis da cui aveva disinvestito nel 2016, generando un controvalore complessivo di 150 milioni. Questa operazione è stata citata sia da Cdp che da Fei come un esempio delle capacità di Sofinnova di investire in Italia. E quindi è stato giudicato come uno dei motivi per cui si preferiva affidare a un gestore francese anziché italiano il capitale di ITAtech. Ebbene, sia da fonti di stampa che dai documenti della Sec, la Consob americana, si è di recente appreso che a quella operazione è corrisposto un incasso di appena 200 mila dollari”.

Sollecitare il Mef per non ripetere gli stessi errori

Preso atto delle situazioni passate, la riassegnazione dei fondi dati a Sofinnova, come riportato nell’interrogazione, Palmieri sembra voler sollecitare il Mef a non ripetere lo stesso errore per gli investimenti futuri. “ITAtech c’è ancora – spiega Palmieri – e vorrei che questo errore non si ripetesse in futuro. Ora che sono cambiati i vertici sia del Mef che di Cdp, sarebbe opportuno che i fondi residui venissero destinati a realtà italiane. Al momento dell’assegnazione dei fondi a Sofinnova, penso che chi lo ha deciso abbia ragionato secondo la logica della competenza. Un ragionamento che non condivido, perché credo che ci siano realtà italiane di valore tanto quanto Sofinnova. Oltretutto, mi piacerebbe avere un rendiconto di ciò che è stato realmente fatto e prodotto fino a oggi: sapere se i vertici delle nostre istituzioni hanno realmente contezza di quello che è successo e cosa intendano fare con la restante parte dei milioni che ci sono ancora in pancia a ITAtech”. Al momento resta solo un’interrogazione parlamentare già depositata, ma a cui non corrisponde l’obbligo di una risposta da parte del ministero. E lo stesso Palmieri non si professa ottimista: “L’interrogazione parlamentare è stata già depositata, ma non sono molto fiducioso riguardo al fatto di avere una risposta entro quest’anno. Ci sono una serie di scadenze prioritarie per il Governo a partire dalla legge di bilancio, oltre a tutti quei decreti che vanno a scadenza entro fine anno. In sintesi, temo sia difficile che il Mef si esprima al riguardo, ma a me premeva riportare l’attenzione sul tema”.

La replica di Sofinnova

Per replicare alle posizioni presenti nell’interrogazione parlamentare di Antonio Palmieri, AboutPharma ha intervistato Graziano Seghezzi, managing partner di Sofinnova Partners. “Rispetto al contenuto dell’interrogazione parlamentare presentata dall’onorevole Palmieri – spiega Seghezzi – occorre precisare che ci sono evidenti imprecisioni e anche, forse, il preconcetto che un venture capital francese non possa operare in maniera corretta e trasparente a garanzia dei propri investitori, in questo caso anche italiani. Sofinnova Partners è oggi un player mondiale nel settore delle bioscienze, che, in oltre 45 anni di attività, ha promosso e finanziato più di 500 aziende, gestendo fondi pari a 2 miliardi di euro”. Secondo la tesi di Sofinnova, il credito concesso dal mercato nascerebbe da un know-how specialistico e da un track record di successi di investimento in Italia e all’estero in un settore altamente complesso con una percentuale di rischio imprenditoriale molto alta. “Se entriamo nel merito delle singole operazioni – continua Seghezzi – ci sembra doveroso ricordare che alcune delle transazioni italiane di biotecnologie di più grande successo sono state capitanate da Sofinnova: la Novuspharma di Bresso, da cui è nato il pixantrone, è stata acquisita da Cell Therapeutics per 700 milioni di dollari e la Ethical Oncology Sciences, che aveva l’esclusiva mondiale per lo sviluppo e la commercializzazione dell’antitumorale lucitanib, è passata a Clovis per 420 milioni di dollari”.

L’operazione Creabilis

Tuttavia Seghezzi non nasconde il passo falso relativo all’operazione Creabilis, citata nell’interrogazione parlamentare come caso anomalo di investimento/disinvestimento, evidenziando però delle imprecisioni presenti nel documento presentato in Parlamento: “Non nascondiamo che l’investimento in Creabilis non rientri tra gli esempi più virtuosi, malgrado l’impegno profuso per circa 10 anni. Tuttavia i valori riportati nell’interrogazione parlamentare sono molto lontani dalla realtà. Dall’exit sono stati raccolti 22 milioni di dollari, in un mix di azioni e cash, pagati in due tranche; al momento della transazione e al raggiungimento della prima milestone. Purtroppo il trial è fallito e quindi il potenziale dei 150 milioni sarà difficile da ottenere: può succedere in società di biotecnologie di questo tipo”. Seghezzi pone poi l’attenzione del panorama italiano, focalizzando il discorso proprio sul fondo oggetto della discordia, attivato insieme a Fondazione Telethon: “È evidente come Sofinnova sia ad oggi uno degli attori principali del panorama biotecnologico italiano, capofila di due progetti completamente dedicati alle biotecnologie italiane: il fondo Sofinnova Telethon e l’acceleratore BiovelocITA. Il primo ha una dotazione superiore ai 90 milioni di euro. È importante notare che nonostante l’accordo tra Cassa depositi e prestiti e Fei preveda che i gestori dei fondi investano almeno il 90% del capitale in Italia, abbiamo preferito dedicare tutti i fondi all’Italia visto il grado di convincimento che abbiamo sulle potenzialità del Paese”.

E prosegue: “Nel fondo Sofinnova Telethon, ITATech ha investito 40 milioni, apportati in parti uguali da Cdp (Italia) e da Fei (Europa). La parte restante proviene da investitori istituzionali, privati e corporate che stanno dando segnali di ulteriore fiducia su questo progetto. Per dedicarci in maniera approfondita all’Italia abbiamo deciso di aprire un ufficio a Milano e assunto un team di quattro professionisti italiani con i quali stiamo sondando i progetti a maggiore potenzialità. Il secondo progetto di cui parlavo prima, BiovelocITA, è il primo acceleratore biotech italiano, promosso proprio da Sofinnova nel 2015. Le due iniziative rappresentano con le loro dodici persone, il più grande team composto da professionisti italiani, dedicati alle biotecnologie in Italia”.

Sul ritorno degli investimenti in Italia, parla Seghezzi

Per quanto riguarda il discorso sul mancato ritorno degli investimenti in Italia, paventata da Palmieri, Seghezzi ci tiene a precisare: “Su questo punto ricordiamo che oltre all’investimento in BiovelocITA, abbiamo recentemente investito in altre due iniziative italiane: Erydel, azienda biotecnologica specializzata nella somministrazione di farmaci veicolati mediante i globuli rossi del paziente e in Enthera, azienda originata da BiovelocITA e focalizzata sullo sviluppo di farmaci per il diabete e le malattie gastro-intestinali. Questo grazie ai fondi raccolti nel corso degli anni precedenti e impiegati solo dopo aver selezionato con cura la potenzialità dei progetti stessi”.

In conclusione, il manager di Sofinnova, senza troppi giri di parole, auspica che la stessa attenzione rivolta nei confronti dell’attività del fondo francese, venga messa in atto nei confronti degli altri operatori che navigano attorno alla galassia di ITAtech, evitando eventuali pregiudizi o campalinismi, a suo dire, inappropriati : “Condividiamo con l’onorevole Palmieri la preoccupazione che i fondi pubblici vengano amministrati al meglio e vogliamo rassicurare sul fatto che abbiamo vagliato sempre con cura ogni investimento realizzato con i fondi raccolti non solo da ITAtech, ma da tutti i nostri investitori. Principio che auspichiamo anche Palmieri voglia applicare e verificare con lo stesso zelo in tutti i settori, non solo nelle biotecnologie, e per tutti i soggetti che hanno relazioni con il mondo pubblico. Se sta a cuore veramente l’evoluzione delle biotecnologie in Italia per puntare a quello che Palmieri definisce ‘un ecosistema italiano più favorevole ad accogliere ricerca, innovazione e investimenti’ occorre servirsi delle migliori professionalità e mutuare esperienze anche provenienti dall’estero, senza campanilismi e preconcetti inutili”.