Salute animale, cresce anche in Italia l’attenzione per le malattie infettive

Dalle più note zoonosi (West Nile virus, Chikungunya e Zika) alla Bluetongue, dalla leishmaniosi ad altre patologie che potrebbero arrivare nel nostro Paese la sorveglianza è alta, soprattutto in ambito veterinario. Dal numero 3 del magazine Animal Health

salute animale

Circa il 60% delle malattie infettive umane esistenti sono zoonotiche e almeno il 75% di quelle emergenti hanno un’origine animale. Lo confermano i dati dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sicilia di cui fa parte Annalisa Guercio, direttrice dell’Area diagnostica virologica, che ricorda anche come “del 5% di nuove malattie che compaiono ogni anno, il 3% sono di origine animale e l’80% degli agenti con un potenziale uso bioterroristico sono patogeni zoonosici”. Non stupisce perciò che l’interesse verso i microrganismi causa di queste infezioni sia in aumento. Soprattutto in un’ottica di approccio One Health secondo cui salute umana, animale e ambientale non devono essere considerati come silos separati, ma un tutt’uno. “Non c’è più differenza tra le malattie di interesse veterinario e quelle umane – continua Guercio – perché il concetto di “One Health” elimina le barriere. L’attenzione nei confronti dei patogeni zoonosici è alta, soprattutto verso i virus, e in particolare quelli a Rna, perché mutano velocemente e si adattano alle differenti specie animali, trovando sempre nuove via di trasmissione e nuovi serbatoi”.

Virus zoonotici e veterinari emergenti

Non è un caso se negli ultimi anni virus come Ebola e Zika hanno conquistato le prime pagine dei quotidiani e interi servizi dei telegiornali destando una certa preoccupazione, più che altro per una questione di salute pubblica. Non da meno è però il mondo veterinario, in cui, come ricorda un editoriale pubblicato nel 2018 su Veterinary Journal (Emerging viruses of zoonotic and veterinary importance) vi sono state recenti intrusioni di malattie virali (notificate in Europa e Russia), tra cui la malattia della pelle grumosa, la peste dei piccoli ruminanti, la febbre catarrale degli ovini (più comunemente conosciuta come Bluetongue), l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle. Sempre nello stesso documento Barbara Blacklaws e Janet Daly rispettivamente dell’University of Cambridge e dell’University of Nottingham, ricordano il riemergere del virus Schmallenberg e del virus della peste suina africana e l’importanza di incoraggiare la discussione delle infezioni virali emergenti dal punto di vista One Health.

“Le malattie infettive non riguardano solo la salute umana – scrivono le autrici dell’editoriale – ma hanno un impatto sulla stabilità della produzione alimentare e sulla sopravvivenza delle specie selvatiche. Ciò rientra nell’approccio One Health alle malattie infettive, in cui la possibilità di movimenti di agenti infettivi tra specie, inclusi gli esseri umani, è fondamentale. Sebbene uno dei principali motori di ricerca sulle infezioni zoonotiche sia la preoccupazione per la salute pubblica, esistono anche driver veterinari importanti. Tali malattie infatti possono avere effetti devastanti sulle popolazioni di animali selvatici, compromettendone la capacità di resistere ai cambiamenti ambientali globali che stiamo causando; possono riguardare gli animali da produzione, incidendo sull’efficienza della produzione alimentare e il commercio; e infine possono colpire gli animali domestici, causando problemi di benessere e aumentando i costi per i proprietari”.

I fattori antropogenici

Sebbene sia Guercio sia Umberto Agrimi, direttore del Dipartimento sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria dell’Istituto superiore di sanità (Iss), confermino che più che parlare di un aumento delle malattie zoonotiche si tratta di aumento delle capacità di identificazione dei patogeni, non c’è dubbio che le malattie emergenti siano molte, e che alcuni elementi ne abbiano favorito la diffusione. “Ci sono tante condizioni che facilitano l’emergere di nuovi agenti infettivi – spiega Agrimi – in larga misura da attribuire a fattori antropogenici, come lo spostamento di uomini, merci e animali”.

La globalizzazione degli spostamenti umani, l’aumento della densità delle popolazioni, i cambiamenti climatici e la perdita di habitat naturali, hanno infatti aumentato il rischio di interazione tra le specie e all’interno delle specie, portando all’emergere di malattie infettive. Sia per un aumento del contatto e della trasmissione tra specie diverse, sia per il movimento di agenti infettivi verso regioni geografiche dove non erano mai stati trovati prima.

“Le modifiche ambientali di cui siamo testimoni e, il più delle volte, responsabili – continua Agrimi – facilitano la comparsa di patogeni emergenti e la possibilità di cambiare e adattarsi a una nuova nicchia ecologica, passando da una silvestre, o prettamente animale, a un’altra che prevede anche la presenza della specie umana. È quello che è successo con l’Hiv all’inizio dello scorso secolo, quando gli esseri umani, in più riprese, son stati esposti al retrovirus che aveva la scimmia come serbatoio, fino a diventare una malattia umana.

Un altro esempio è l’Encefalopatia spongiforme bovina (Bse, anche nota come “morbo della mucca pazza”, causata non da un virus ma da un prione, ndr), malattia prettamente tecnologica che non si sarebbe mai manifestata con quei numeri incredibili, se non fosse stato per il veicolo, le farine di carne e ossa destinate all’alimentazione animale (derivate da carcasse di bovini affetti da Bse, ndr), materia prima dell’industria mangimistica che ha viaggiato in tutto il mondo con grande facilità. La semplicità di spostamento della materia prima e la formidabile resistenza dell’agente patogeno hanno creato una condizione di rischio estremo”.

Tempeste di sabbia

Un altro esempio di malattia virale – in questo caso a interesse prettamente veterinario – che è arrivato nel nostro Paese per fattori antropogenici e in particolari per scenari di cambiamenti del clima, è la Bluetongue, che colpisce gli ovini, ma che non è trasmissibile agli esseri umani. È stata un’infezione inattesa che poi ha interessato tutta l’Europa, come ricordano i due esperti. “Oggi è arrivata anche nel Nord Europa – afferma Guercio – ma all’inizio è comparsa in Sicilia e Sardegna con tutti i suoi sierotipi tra cui l’ultimo, il tre, identificato per la prima volta in Italia proprio nella nostra Regione. Era una malattia confinata al di sotto del 40esimo parallelo fino agli anni 2000, che poi si è diffusa anche oltre toccando le prime regioni del bacino del Mar Mediterraneo, le due Isole maggiori appunto”.

Nelle malattie a trasmissione vettoriale però è difficile effettuare il controllo perché in alcuni casi subentrano le condizioni metereologiche. “In Sicilia e Sardegna per esempio – continua Guercio – questi insetti infettati dal virus sono arrivati probabilmente con le tempeste di sabbia. Ma lo abbiamo capito solo in seguito, con studi sulle condizioni meteo. Il Regolamento di Polizia veterinaria e la normativa vigente in materia impongono misure restrittive severe indirizzate a proteggere gli animali sani e le produzioni, evitare che ci sia un blocco nell’esportazione dei prodotti di origine animale italiani e limitare il danno economico”.

Le zoonosi a trasmissione vettoriale

Tra le malattie infettive di origine animale trasmesse all’uomo l’Efsa distingue tra quelle di origine alimentare (come la Bse appunto) e non alimentare, che si trasmettono tramite vettori, come gli artropodi (zanzare, zecche, mosche, pulci e pidocchi tra i più comuni), o mediante contatto diretto o stretta vicinanza con animali infetti (come l’influenza aviaria). Un attore ben noto in questo caso è la zanzara, sia che si parli della comune, Culex pipiens, vettore del West Nile virus, sia della tigre, Aedes albopictus, responsabile della diffusione di Chikungunya e Zika. Proprio quest’ultima, come ricorda Agrimi, “è un vettore competente per una vasta quantità di virus, e si è spostata di pari passo con la globalizzazione e il movimento delle merci, colonizzando un po’ tutto il mondo”. Chikungunya, Dengue, Zika, West Nile, Usutu, Encefalite da zecca (Tbe) e le infezioni neuro-invasive da virus Toscana, sono tutti esempi di arbovirosi (zoonosi causate da virus trasmessi da vettori artropodi – arthropod- borne virus – come zanzare, zecche e flebotomi), tenuti sotto controllo in Italia, ma di cui in realtà si contano oltre cento virus classificati come tali, in grado di causare malattia nell’uomo.

Vecchie conoscenze…

Secondo i dati riportati dal ministero della Salute, nel 2018, in Italia e in altri Paesi dell’Europa centro-meridionale, è stato registrato un aumento della circolazione del West nile virus. Solo nel nostro Paese l’infezione ha provocato 595 casi umani, di cui 238 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva con 237 casi autoctoni distribuiti in sei regioni (Veneto, Emilia- Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia) e un caso importato. Analogamente a quanto registrato nelle persone, nel corso del 2018, la sorveglianza veterinaria ha rilevato un aumento della circolazione del virus in zanzare, uccelli e cavalli in nove regioni italiane (Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Lazio, Basilicata e Puglia).

Guercio conferma che il virus ha come l’ospite definitivo l’uomo e il cavallo “che è l’unico insieme agli esseri umani, che può manifestare una sintomatologia pseudo influenzale, che nei casi più gravi può diventare neurologica” precisa. “Sono casi sporadici, non particolarmente diffusi, ma ci sono stati focolai anche in Sicilia, in cui il virus è stato introdotto da volatili infetti arrivati in epoca di stagione migratoria dalle zone subsariane” sottolinea Guercio. Mentre nel 2017, per la seconda volta in dieci anni, in Italia si è verificata un’epidemia di Chikungunya, causando 489 casi autoctoni, di cui 282 confermati in laboratorio, molti dei quali nel Lazio e in Calabria.

… e nuove comparse

Secondo Agrimi, un virus che prossimamente potrebbe arrivare in Italia è il Crimea-Congo virus (la febbre Congo- Crimea è una febbre virale emorragica provocata da un virus del genere Nairovirus), perché si trova vicino ai confini del Paese, sia nel Nord Africa sia nei Balcani. “È un virus che ha come serbatoio diverse specie animali, può essere veicolato per esempio dalle zecche trasportate dagli uccelli migratori. Per cui una sorveglianza di tipo entomologico degli uccelli migratori potrebbe avvertirci in anticipo di un eventuale pericolo. Una delle ultime malattie emergenti è stata descritta dai nostri ricercatori, i quali hanno identificato una nuova malattia da prioni nel dromedario, in Nord Africa. È una patologia nuova non riconosciuta – di cui a breve parlerò all’Oie (World organisation for animal health) sessione Medio Oriente – che probabilmente oggi emerge perché sono migliorati i livelli di sorveglianza. Non per forza si tratta di una malattia di nuova origine”.

Un’altra malattia che stando a quanto riferito da Agrimi è in aumento è la leishmaniosi (causata da venti specie diverse di protozoi del genere Leishmania e trasmessa dalle punture di almeno una trentina di diverse specie di moscerini flebotomi) “un’emergenza in termini di incremento della diffusione dei casi nell’uomo e negli animali” riferisce Agrimi. Tanto da rappresentare una vera preoccupazione per l’Organizzazione mondiale della sanità, che ha messo a punto un piano internazionale di sorveglianza per controllarla.

Ancora, un altro virus che Agrimi e colleghi si aspettano venga identificato è Hantavirus, la cui infezione viene trasmessa per diretto contatto con feci, saliva, urine di roditori infetti o per inalazione dei virus attraverso escrementi degli stessi animali. “In nord Europa sta creando problemi importanti – spiega il ricercatore – ha un impatto non da poco sulla salute dell’uomo e ha animali selvatici come serbatoio, inoltre è diffusa subito dopo le Alpi. In Italia non è ancora arrivato, ma potrebbe anche non essere stato identificato”.

Virus a trasmissione enterica

Non meno importanti secondo Guercio sono i virus riscontrati in alimenti o nell’ambiente contaminato da feci di animali o uomo, come il virus dell’epatite A e i Norovirus presenti nei molluschi, nelle cozze e nelle vongole, che in quanto microorganismi filtratori assumono il patogeno dalle acque contaminate. “Tra le malattie a trasmissione enterica una emergente è l’epatite E – racconta Guercio – che ha il suino e il cinghiale come serbatoio, ma colpisce anche gli esseri umani. La salsiccia, soprattutto quella contenente fegato di suino per esempio, può essere molto pericolosa, perché non è cotta ma stagionata, per cui il virus sopravvive. Ma è stata trovata anche nelle cozze, che filtrano l’acqua che può essere contaminata da feci di uomo o animali”.

Biobanca

Contro le infezioni virali zoonotiche o di interesse veterinario, la strategia d’elezione è la prevenzione, quindi la sorveglianza dei patogeni e la messa a punto, eventualmente, di vaccini e trattamenti antivirali. Per questo da qualche anno in tutta Italia stanno nascendo Biobanche, come quella del Mediterraneo della Sicilia, che consentono lo stoccaggio di materiali microbiologici, batteri, virus, protozoi ecc. Strutture che da una parte permettono la conservazione in sicurezza dei microrganismi che sono oggetto di studio dei laboratori, e che dall’altra li mettono a disposizione di altri enti di ricerca o dell’industria farmaceutica che volesse sviluppare strategie farmacologiche apposite.

“È importante conservare adeguatamente un ceppo di un virus emergente, per esempio, perché permette una maggiore comprensione della replicazione, della patogenesi e della trasmissione che portano a formulare strategie di intervento o test diagnostici. La conservazione dei microrganismi – conclude Guercio – consente anche di sviluppare studi di epidemiologia biomolecolare, per conoscere nel tempo e negli anni, la dislocazione geografica e le mutazioni che ci sono state”.

Impronta digitale

Secondo Agrimi infine, elemento fondamentale è avere un continuum di sorveglianza in campo umano e animale. Concetto ormai diventato di prassi nel mondo veterinario, da sempre molto attento ai virus emergenti, ma non sempre in quello della medicina umana. L’esperto ricorda anche come siano stati fatti grossi sforzi di integrazione contro l’influenza aviaria in un’ottica One Health, e di come ora l’istituto si stia concentrando particolarmente sui patogeni a trasmissione alimentare, sviluppando da una parte una vigilanza integrata e dall’altra facilitando il cambiamento culturale e tecnico da una sorveglianza prettamente epidemiologica a una molecolare di laboratorio.

“Le tecniche di tipizzazione Next generation sequencing (Ngs), permettono di avere una lettura di dettaglio più raffinata e precisa dell’impronta digitale del patogeno – conclude Agrimi – che può essere tracciato come se avessimo una sua impronta digitale. Elemento che permette di determinare con precisione il microrganismo responsabile e collegare i casi diffusi sul territorio. Abbiamo messo a punto una piattaforma di genomica molecolare che stiamo dando in uso alle Regioni, proprio perché possano leggere i loro dati alla luce di quelli del resto del Paese e studiarne l’epidemiologia”.

Clicca qui per richiedere la rivista