Epatite B cronica: dall’interleuchina-2 una possibile cura

Dopo il successo ottenuto contro l’epatite C i ricercatori stanno provando a ripetere l’impresa anche contro l’Hbv. Al San Raffaele di Milano una ricerca ha individuato alcune molecole in grado di riattivare il sistema immunitario disfunzionale nei pazienti colpiti dall’infezione. Dal numero 174 del magazine

sperimentazioni cliniche

Appena due anni fa faceva il giro del mondo la notizia che nuovi farmaci erano riusciti a eradicare completamente il virus dell’epatite C (Hcv). Non molto tempo dopo e sulla scia di quell’entusiasmo i ricercatori – tra cui diversi gruppi italiani – stanno provando a ripetere quel successo anche contro il virus dell’epatite B (Hbv). Responsabile, oltre che di una forma acuta curabile, di un’infezione cronica che al momento non può essere eliminata. Con la conseguenza che – secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riferite al 2015 – oltre 250 milioni di persone convivono con l’Hbv e sono costrette ad assumere farmaci a vita, che hanno costi molto elevati per il Servizio sanitario nazionale e non riducono significativamente il rischio di andare incontro a complicanze come cirrosi e tumore del fegato. Danni quest’ultimi causati dallo stesso sistema immunitario che non riesce a debellare il virus e nel tentativo di farlo danneggia gli epatociti. Sempre le stime dell’Oms riferite al 2015 riportano che sono quasi un milione i decessi dovuti alle complicanze dell’infezione. “Quella dell’epatite B cronica è un’epidemia silenziosa – spiega Matteo Iannacone, a capo dell’Unità di dinamica delle risposte immunitarie dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano – in cui l’Hbv continua a riprodursi nelle cellule del fegato anche per decenni senza sintomi specifici”.

Un pericolo per i bambini

Con la scoperta del vaccino (obbligatorio in Italia dal 1991), questa malattie infiammatoria epatica, è diventata ormai rara nei Paesi occidentali. Ma rimane un flagello per buona parte dell’Africa e dell’Asia orientale, aree prive della copertura vaccinale e dei più semplici strumenti di prevenzione. La sua prevalenza è maggiore nella regione del Pacifico occidentale dell’Oms e nella regione africana dell’Oms, dove ne sono affetti rispettivamente il 6,2% e il 6,1% della popolazione adulta. Seguono la regione del Mediterraneo orientale, il Sud-Est asiatico la regione europea dell’Oms, dove si stima che la prevalenza riguardi, nell’ordine, il 3,3%, il 2,0% e l’1,6% della popolazione generale. Il virus si contrae per trasmissione con sangue infetto come con l’Hiv, con trasfusioni, piercing, tatuaggi, tagli, contatti o scambi di siringhe o ancora tramite fluidi corporei infetti, come la saliva o per via sessuale. Ma la modalità più frequente è quella tra madre e  figlio, che sviluppa la malattia al momento della nascita o nelle settimane successive. Può avvenire anche da un bambino infetto a un bambino non infetto durante i primi 5 anni di vita. Al contrario di quello che accade quando un adulto entra in contatto con il virus, che in meno del 5% dei casi contrarrà la forma cronica, l’infezione nell’infanzia e nella prima infanzia porta all’epatite cronica in circa il 95% dei casi. “Ci son farmaci antivirali che inibiscono la replicazione virale – continua Iannacone – ma non eliminano il virus. Per questo è necessario capire le basi della malattia per sviluppare terapie più efficaci e risolutive”.

Le cellule disfunzionali

Per comprendere cosa esattamente succede al sistema immunitario delle persone che sviluppano l’infezione cronica, Iannacone e il suo team, hanno studiato in modelli murini della malattia, un sottotipo di linfociti T, che ha il compito di attaccare l’Hbv ma che non riesce più a svolgere il proprio compito in presenza del virus. Per farlo hanno utilizzato una tecnica di microscopia in vivo sviluppata dallo stesso Iannacone – la microscopia intravitale – con cui è possibile vedere singole cellule in azione in tempo reale e registrarne il comportamento. “La tecnica ci consente di vedere direttamente le cellule T in azione nell’organismo e come interagiscono tra di loro e con i microrganismi patogeni. Un aspetto che notoriamente non viene analizzato dalle tecniche tradizionali che sono statiche” afferma Iannacone. La ricerca condotta dal gruppo del San Raffaele e pubblicata su Nature (Dynamics and genomic landscape of CD8+T cells undergoing hepatic priming), ha permesso di scoprire che nell’epatite B cronica le cellule T CD8+, sono disfunzionali .n dalla loro attivazione, che avviene per contatto diretto con gli epatociti infetti. Attraverso l’analisi dell’espressione genica dei linfociti, poi, gli scienziati sono riusciti a tracciare una sorta di ritratto dettagliato del loro stato molecolare, che ha fornito loro moltissime informazioni.

Riprogrammare i linfociti

“La prima – racconta Iannacone – è che la scarsa capacità di reazione dei linfociti all’Hbv è diversa da quella che si osserva in presenza di altri virus o di cellule tumorali. Anche in alcune di queste patologie la risposta immunitaria è soppressa, ma il meccanismo con cui avviene è diverso. Ciò significa che i farmaci somministrati in quei contesti per riattivare il sistema immunitario – come gli inibitori dei checkpoint immunitari già in clinica per alcuni tipi di tumore – potrebbero non funzionare bene per l’epatite B cronica”. La caratterizzazione dei linfociti T disfunzionali poi, ha permesso di identificare una serie di molecole adatte ed efficaci a riaccendere l’attività delle cellule del sistema immunitario. Tra cui l’interleuchina-2 (IL-2) che in un certo senso è riuscita a riprogrammare queste cellule. “Le stesse cellule T che non riuscivano a combattere l’Hbv, in presenza di IL-2 sono in grado di ripartire e riprendere a funzionare correttamente” afferma Iannacone. Il gruppo di ricerca dopo questa scoperta ha sviluppato anche un sistema per consegnare la citochina direttamente nel fegato tramite vettori lentivirali. Il risultato, almeno in vitro, su cellule di pazienti, e in modelli animali, in cui è stata sperimentata la IL2, è un effetto antivirale importante.

Prossimi step

La speranza, come affermano i ricercatori, è che questa sia solo la prima di una lunga lista di candidati. Anche Luca Guidotti vice direttore scientifico dell’Istituto e professore ordinario presso l’Università Vita-Salute San Raffaele che ha collaborato alla ricerca, nel commentare lo studio aveva riferito soddisfazione nell’aver messo a punto “una piattaforma tecnologica nuova, che permetterà di identificare e validare nuove potenziali molecole, da testare in combinazione con antivirali di ultima generazione che stiamo indipendentemente collaborando a sviluppare”. Sarà proprio questo uno dei prossimi step dei ricercatori del San Raffaele che da una parte continueranno a cercare nuovi target e molecole attive e cercheranno di capire meglio il meccanismo d’azione sia cellullare che molecolare della IL2 per sviluppare una formulazione che massimizzi l’efficacia e riduca la tossicità. Dall’altra invece tenteranno di portare l’approccio appena sviluppato, basato sul trasporto della IL2 nel fegato, sugli esseri umani. “Abbiamo brevettato il sistema e ora sono in corso colloqui con le aziende farmaceutiche per riuscire a portarlo in clinica” commenta Iannacone. “Ma nonostante sia un aspetto che stiamo esplorando e che sembra molto promettente serve ancora molto tempo e lavoro”.

Il progetto Curb

Sempre sul fronte della lotta all’epatite B un team di ricercatori dell’Irccs Ospedale San Raffaele sta lavorano, insieme ad altri quattro enti, al progetto CurB, supportato dall’Unione europea e inserito all’interno degli accordi per la ricerca e l’innovazione di Regione Lombardia, con un contributo di oltre 3,3 milioni di euro su un valore complessivo stimato di oltre 5,6 milioni. Iniziato poco più di due anni fa, il consorzio ha coinvolto diversi enti di ricerca, tra cui, oltre all’Ospedale San Raffaele, la biotech Promidis, l’Università degli Studi di Milano, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia e la Fondazione Istituto nazionale genetica molecolare (Ingm). Obiettivo del progetto era individuare farmaci innovativi per la cura dell’epatite B cronica e in particolare inibitori del capside di Hbv per inibire la replicazione virale e/o la formazione di cccDna (il Dna circolare chiuso covalentemente o covalently closed circular Dna, un particolare tipo di struttura che si forma durante la propagazione di alcuni virus nel nucleo cellulare e può rimanere perennemente), acidi peptido- nucleici (Pna) anti-Hbv e anticorpi monoclonali umani, allo scopo di creare composti in grado di combattere l’infezione, come monoterapia o in combinazione con gli attuali e/o futuri farmaci anti-Hbv.

Tre filoni di ricerca

Ciascuna delle parti coinvolte ha avuto un compito diverso con l’intento – secondo quanto aveva dichiarato a suo tempo Romano Di Fabio del gruppo Irbm di cui fa parte Promidis e coordinatore del progetto – “di massimizzare il successo”. L’idea del partenariato era nata infatti per affrontare il “nemico” su più fronti e da diversi punti di vista. Da qui la creazione di tre linee di ricerca principale su cui hanno lavorato gli enti coinvolti: piccole molecole o farmaci tradizionali, farmaci di origine biologica, e frammenti di Dna modificati in grado di inibire la replicazione del virus. “Abbiamo cercato di coordinare questi approcci, impostando il progetto come si fa nei grandi gruppi farmaceutici multinazionali” aveva dichiarato. “Questo team di lavoro sta ottenendo dei risultati molto importanti. Siamo riusciti nel giro di due anni e mezzo a identi.care composti originali molto potenti”.

Primi risultati promettenti

Sia Iannacone sia Raffaele De Francesco, professore dell’Università degli Studi di Milano e Group leader virology dell’Ingm, confermano che il progetto portato avanti dai loro centri e Promidis, sulle piccole molecole in grado di legarsi alla proteina del capside impedendo la produzione del virus, è oggi a un buon punto e i candidati sono promettenti. “Al momento abbiamo identificato alcune molecole che hanno caratteristiche per entrare nella fase di sviluppo – spiega De Francesco – sono composti molto efficaci sia in modelli in vitro sia in modelli murini. Ora siamo in fase preclinica e stiamo dialogando con aziende farmaceutiche e investitori per trovare finanziamenti e continuare la ricerca e lo sviluppo”. Per quanto riguarda gli altri due progetti portati avanti principalmente dall’Università di Milano e il San Matteo di Pavia, a cui hanno lavorato anche gli altri enti, sulla sintesi di Pna antisenso per silenziare il mRNA virale e sull’isolamento e caratterizzazione di Mab umani anti-Hbv per neutralizzare le particelle virali e distruggere le cellule infette, De Francesco conferma che le ricerche sono andate bene e sono a buon punto ma per ora ancora in fase preliminare. “Non abbiamo ancor candidati di sviluppo” commenta.

Niente è impossibile

Nonostante l’epatite B cronica non sia più un grosso problema per i paesi occidentali, si continua a investire nel settore e questi progetti lo dimostrano. De Francesco lo spiega con il fatto che i farmaci oggi disponibili rappresentano una grossa spesa e non risolvono il problema. “Esistono diversi farmaci ma appartenenti tutti alla stessa classe, gli inibitori della polimerasi virale – conclude – la comunità scientifica ritiene che si debbano sperimentare altri meccanismi in combinazione per cercare di eleminare il virus in un tempo finito di terapia quindi mesi o forse anni ma non decadi o tutta la vita. Si è sempre pensato che sia quasi impossibile eliminare un virus in un’infezione cronica, ma il caso dell’epatite C ci ha insegnato che non era vero. Questo successo ha stimolato l’appetito per sviluppare farmaci che siano in grado di eradicare anche il virus dell’epatite B”. Il progetto CurB terminerà a gennaio 2020, insieme ai finanziamenti, ma la ricerca continua e De Francesco si augura che arriveranno anche nuovi finanziamenti per farla andare più velocemente.