La natura non è maligna, fa solo il suo mestiere

Con il coronavirus 2019-nCoV arrivato dalla Cina, a cavallo tra dicembre e gennaio, riaffiora il timore dell’uomo verso la Natura maligna che guarda a virus e batteri come a “bombe”biologiche ospitate e veicolate da altri esseri viventi. *L'editoriale del numero 4 di Animal Health

natura salute animale

Ci risiamo. “Incubo” e “incubazione”, in fondo, hanno la stessa radice. Esercizi etimologici a parte (chi vuole si cimenti) la paura di una pandemia indotta da microrganismi, a lungo latenti, che arriva da lontano, che prima o poi “regolerà” l’umanità ipertrofica, mietendo vittime e ristabilendo l’equilibrio tra le specie,non abbandona mai la società dei “sapiens”.

Il caso coronavirus e la natura maligna

Con il coronavirus 2019-nCoV arrivato dalla Cina, a cavallo tra dicembre e gennaio, riaffiora l’eterno timore dell’uomo verso la Natura maligna che guarda a virus e batteri come a “bombe”biologiche ospitate e veicolate da altri esseri viventi. È già (quasi) psicosi per l’arsenale che si spalanca di nuovo: si mettono in marcia o in volo eserciti di uccelli, pesci, volpi, ungulati, primati, ratti, zanzare, blatte e via discorrendo che invadono città e villaggi e diffondono pestilenze o polmoniti fatali. Sarà contagio diretto? Quando è avvenuto il “salto di specie”? Colpa dei cambiamenti climatici, degli ecosistemi alterati, della deforestazione, degli allevamenti intensivi, della caccia indiscriminata? Colpa dell’uomo, dunque?

La risposta dell’uomo

Alle tante e inevitabili domande gli scienziati rispondono non sempre unanimi ma poco importa. Intanto le autorità sanitarie internazionali – seppure ve ne fosse bisogno – prospettano crisi già vissute agli albori dell’umanità, ma anche consigli e soluzioni. Ci siamo già passati e sappiamo come muoverci. Soprattutto se viviamo in quelle parti di mondo che hanno l’acqua corrente nelle case e possono disporre di un armamentario di vaccini, farmaci, disinfettanti, controlli rigorosi alle frontiere e allevamenti di prim’ordine.

Sì, in queste parti di mondo ci si permette il lusso dell’ansia, qualche sospiro – magari accompagnato da un buon caffè mentre si legge di flagelli asiatici – che è tutt’altra cosa rispetto alle piaghe, quelle vere, che accompagnano l’esistenza di popoli lontani e che poco sanno, poco praticano in prevenzione, profilassi e biosicurezza e pochissimo accedono alle cure necessarie.

Sars e non solo, casi simili in passato

In Occidente ci hanno spiegato che la peste arrivava con i topi e che in anni non troppo lontani anche l’HIV l’hanno trasmesso gli scimpanzé, per non parlare di aviaria, febbri emorragiche e quant’altro inoculate nei nostri tessuti dagli insetti.

Solo per restare ai coronavirus si sa che sempre in Cina nel 2002, il SARSCoV è stato trasmesso dagli zibetti agli uomini e che dieci anni dopo perfino i miti dromedari dell’Arabia Saudita ci hanno “regalato” la sindrome respiratoria mediorientale da MERS-CoV.

Di cosa parliamo in questo numero

Il servizio di copertina di questo giornale – molto più umilmente – fa i conti con malattie potenzialmente veicolate da “vettori” di casa nostra, che una volta erano selvatici (si pensi ai cinghiali e alle volpi) e che da un bel pezzo invece preferiscono trotterellare fin dentro le nostre città.

Qui si parla del ruolo indispensabile dei veterinari, dei servizi ambientali e delle misure da adottare ma in fin dei conti – ancora una volta – della consapevolezza che la salute è una e una sola e bisogna averne cura tutti insieme. Come? Intanto imparando a coabitare con gli animali. Non ci
siamo riusciti in svariati millenni.