Innovazione nel futuro dei veterinari, ma la politica valorizzi la professione

Parla Gaetano Penocchio, presidente della Fnovi. Nel settore pubblico si scontano anni di tagli e blocco del turnover. Quello degli animali da compagnia è in rapida espansione, mentre il mondo delle produzioni zootecniche può offrire molte chance. *Dal numero 4 di Animal health

Il “sistema Paese” ha bisogno dei veterinari. Per la salute pubblica e la prevenzione. Ma anche per garantire sicurezza e salubrità della filiera agroalimentare, tutelando un fiore all’occhiello del made in Italy. Per ridisegnare il Servizio sanitario nazionale sotto il segno dell’approccio “One Health”, che significa interconnessione tra salute animale, umana e dell’ambiente. A poche settimane dall’inizio del nuovo anno, ne abbiamo parlato con Gaetano Penocchio, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei veterinari italiani (Fnovi).

Qual è lo “stato di salute” della professione veterinaria, pubblica e privata, nel 2020?

Il settore veterinario pubblico sconta, come altri, anni di politiche finalizzate alla riduzione dei costi: risparmi sul personale, blocco del turnover, degli stipendi. In mancanza di risorse si sono impoveriti gli organici, si è innalzata l’età media, si è abusato di contratti atipici. Tutto ciò precarizzando il lavoro e i medici veterinari non sono mancanza di risorse si sono impoveriti gli organici, si è innalzata l’età media, si è abusato di contratti atipici precarizzando il lavoro e i medici veterinari non sono stati sostituiti. Quando possibile si è preferito ricorrere ai tecnici di igiene e, negli Istituti zooprofilattici, a biotecnologi e tecnologi alimentari.

A fronte della collocazione in quiescenza entro cinque anni del 40% degli attuali medici veterinari del Ssn, il Paese chiede risposte: i consumatori chiedono salute, i produttori chiedono sostegno delle produzioni agroalimentari, livelli di garanzia per il consumo interno e internazionale, qualificazione e qualità igienico sanitaria degli alimenti, politiche di mercato, politiche di qualificazione e certificazione di qualità, valorizzazione del Made in Italy. Tutto questo è irrealizzabile senza disporre dei medici veterinari. Nel settore delle produzioni zootecniche la professione privata ha reali opportunità: il decreto sul veterinario aziendale ha portato il medico veterinario zooiatra ad agire in un sistema che, perseguendo salute, valorizza le produzioni e la professione.

Le attività del veterinario aziendale congiuntamente alle informazioni disponibili dalle diverse banche dati e alle informazioni derivanti dalle attività di controllo ufficiale alimentano un sistema informativo integrato. Un sistema che completa quello di sorveglianza epidemiologica e concorre a categorizzare il rischio dell’azienda zootecnica. Nel contempo il settore degli animali da compagnia è in grandissima evoluzione: preparazione, specializzazione, acquisizioni di nuove tecnologie hanno trasformato e migliorato la professione che ha poco da invidiare alla medicina umana. Il mercato sconta un eccesso di offerta, ma è recettivo alla qualità. Gli animali da affezione sono presenti nelle case di oltre 26 milioni di italiani (ovvero nel 52% delle nostre case).

Siamo all’inizio di un nuovo decennio. Quale consiglio darebbe a un giovane che si affaccia oggi alla professione veterinaria?

La nostra è professione ha grandi potenzialità e altrettanto grandi problemi. È un fatto che da anni il sistema di accesso ai corsi di laurea selezioni studenti con l’obiettivo di operare nella clinica degli animali da compagnia. Professione bellissima, ma è solo una delle opportunità praticabili. I giovani vanno informati sulle molte altre attività praticabili dal medico veterinario. Ad un giovane consiglierei di conoscere e valutare settori importanti della professione, oggi poco popolati.

Sul piano istituzionale, il nuovo Patto per la salute e l’istituzione di una Consulta delle professioni rappresentano passaggi importanti. Cosa vi aspettate o chiedete al Governo?

Con l’intesa fra il Governo e le Regioni, si è chiuso il tradizionale scontro tra Stato e Regioni sul finanziamento. Nel corso della Maratona per la salute voluta dal ministro Grillo lamentammo carenze nel testo allora disponibile del “Patto” con l’auspicio di integrare una parte riguardante la prevenzione e la sanità pubblica veterinaria. Tra le cose positive da registrare nel nuovo Patto, l’incremento delle risorse del Ssn e la visione One Health, che considera la salute umana e la salute degli animali interdipendenti e legati alla salute degli ecosistemi: animali, uomo e ambiente. Un approccio corretto alla sanità di prevenzione.

In questo senso utile l’attuazione del Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico- resistenza, l’attuazione del Piano coordinato nazionale dei controlli che comprende tutti i piani specifici di controllo in materia di sicurezza alimentare e sanità pubblica veterinaria. Al Governo chiediamo semplicemente di percepire il ruolo politico, economico e sociale della nostra professione. In questo senso sarà utile il lavoro della neonata Consulta delle professioni che salutiamo con favore. La Consulta potrà offrire un contributo determinante se saprà essere “un luogo di dialogo, ascolto e confronto”.

Il 16 gennaio scorso la Consulta si è riunita per la prima volta. Com’è andata?

Il ministro Speranza, in discontinuità con il passato, ha sentito l’esigenza di avviare un tavolo di confronto stabile con le professioni sanitarie. Questo, insieme alle modalità con le quali il ministro gestisce le relazioni personali, è stato sufficiente a creare una grande empatia tra i presenti. Nella sua articolata introduzione ha tracciato una visione strategica e giustamente ambiziosa della strada da percorrere: riformare e rendere più forte il Ssn, in ciò accompagnato dal contributo degli Ordini professionali.

La Consulta, pur confrontandosi sulle funzioni degli Ordini, non sarà un tavolo di compensazione tra professioni della salute. Una esperienza virtuosa è tutt’ora in corso ed è partita lo scorso anno, promossa da Filippo Anelli (presidente della Fnomceo, Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri, ndr) e ha prodotto un grande risultato nel primo Consiglio nazionale congiunto delle professioni sanitarie che nell’occasione hanno parlato con una voce. Le attese del ministro, accolte con favore dalla Fnovi e da tutte le professioni, vanno molto oltre: ci aspetta un lavoro che partendo dalla Legge 833/78, che è e resta un faro luminoso della legislazione del nostro Paese, possa condurci al risultato straordinario di riorganizzare il Ssn.

Guardando al futuro, che ruolo avrà (o già ha) il digitale nella professione del veterinario?

Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione digitale cui non può certo sottrarsi la medicina veterinaria. Le nuove tecnologie permettono di creare nuovi modelli organizzativi e operativi attraverso nuove modalità d’interazione che utilizzano il digitale in modo intensivo. Superfluo richiamare la digitalizzazione delle prescrizioni e il big data Classyfarm, già in uso, utile conoscere che nel campo clinico sono disponibili nuove tecnologie digitali come la Tac con tecnologia 3dimension e robot da chirurgia veterinaria con operano con immagini 3D. Tecnologie immersive cambieranno le modalità di formazione utilizzando sistemi con “reatà aumentata” e “realtà virtuale”. Siamo consapevoli che l’innovazione è il driver fondamentale per lo sviluppo economico dei prossimi dieci anni, nessuno potrà sopravvivere senza innovazione. E sanità e agricoltura saranno i settori con maggiore sviluppo tecnologico dei prossimi anni.

Ricetta elettronica e il sistema Classyfarm fanno parte del processo di trasformazione digitale e puntano a un monitoraggio puntuale dell’uso dei farmaci. Stanno funzionando?

Con grande sforzo da parte di tutta la categoria professionale, è recentemente entrata in vigore il sistema della Ricetta elettronica veterinaria con la finalità di monitorare e tracciare il consumo dei farmaci e in particolare degli antimicrobici nel settore veterinario. Tali dati vengono visualizzati in “Classyfarm”, un sistema integrato nazionale in grado di effettuare la categorizzazione delle aziende zootecniche in base al livello di rischio. Il sistema ricetta elettronica, pur scontando ancora qualche criticità è una realtà, mentre Classyfarm è in fase di implementazione. Fnovi ha organizzato un gruppo di medici veterinari “sperimentatori” che sta testando il sistema.

Il mondo veterinario è spesso sotto accusa per l’uso “eccessivo” di antibiotici. È una fake-news?

Da più parti il settore zootecnico viene indicato come uno degli ambiti dove è maggiore il consumo degli antibiotici, presupposto per l’instaurarsi di fenomeni di resistenza. Ma usciamo immediatamente da questo improbabile approccio: non si tratta di palleggiarsi responsabilità o diffondere analisi di comodo senza conoscere il contesto di riferimento, ma di operare finalizzando le proprie azioni all’uso consapevole del farmaco antimicrobico. Dal 2006 è stato bandito l’uso degli antibiotici quali additivi alimentari. Dal 2010 le vendite degli antibiotici ad uso veterinario vengono monitorate in tutti i Paesi europei dall’Agenzia del farmaco e i risultati vengono aggregati in dati resi pubblici ed accessibili (Esvac project).

Sulla base di tali dati è possibile osservare che a partire dal 2011 la zootecnia italiana ha ridotto l’uso degli antimicrobici del 30%, inoltre gli obiettivi del Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobicoresistenza prevedono un’ulteriore riduzione del 30% entro il 2020. Con la ricetta elettronica il ministero della Salute ha inoltre voluto integrare i dati Ema-Esvac con i valori di consumo di antimicrobici con l’obiettivo di conoscere il reale utilizzo dei antimicrobici nelle aziende utilizzando come unità di misura le Ddda (Define daily dose animal) e di ottenere dati in tempi molto più aggiornati e utilizzabili per la gestione. I dati disponibili nel settore avicolo sono molto positivi: nei polli il consumo di antimicrobici è passato da 20,2 Ddda del 2015 a 2,5 Ddda del 2018 e nel tacchino negli stessi anni da 34,2 a 10,8 Ddda.

Anche nel settore suinicolo i dati del 2018 dimostrano come l’uso di colistina (antibiotico di importanza critica) si sia ulteriormente ridotto: il consumo è sceso sotto le 0,32 Ddda dimostrando un calo del 99 % rispetto al 2014. Molto resta da fare, ma, ad uso e consumo dei relatori più distratti, non conoscere o negare questi dati oltre ad essere ingiusto può seriamente danneggiare economicamente le produzioni alimentari del nostro Paese.

Uno dei pilastri dell’approccio One health (oltre alla salute animale e umana) è l’ambiente. In che modo medicina veterinaria e ambientale possono integrarsi?

Segnalo la recente costituzione in Fnovi del Gruppo di lavoro “Animali, uomo e ambiente”. La nostra professione deve integrare il controllo della filiera alimentare, delle malattie infettive degli animali e delle zoonosi e concorrere a prevenire e contrastare le patologie ambiente correlate. Siamo uno dei pilastri della medicina preventiva, capaci di sviluppare modelli di sorveglianza ambientale basati sul biomonitoraggio animale che sia in grado di rilevare precocemente il rischio di un’esposizione zione umana a sostanze tossiche.

L’inquinamento ambientale da sostanze chimiche è una delle tematiche nelle quali la collaborazione interdisciplinare risulta strategica ai fini della prevenzione. Il biomonitoraggio nelle specie animali di interesse zootecnico, dai bovini alle api, permette di ottenere informazioni accurate sull’esposizione a sostanze contaminanti, grazie alla valutazione delle quantità accumulate nei tessuti animali e allo studio delle dinamiche di eliminazione dall’organismo come, per esempio, nel caso della loro secrezione con il latte. È possibile così ottenere informazioni in modo più efficiente, economico e meno invasivo del biomonitoraggio nella popolazione umana. Mediante la sorveglianza di una serie di malattie e alterazioni isto-citologiche, sarà possibile disporre di informazioni in merito all’incidenza e alle principali caratteristiche epidemiologiche di possibili problematiche ambientali o di rischi per la salute dell’uomo.

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