Salute, economia e ambiente, perché l’attenzione alla fauna selvatica deve restare alta

I timori per la Peste suina africana e i rischi per la filiera zootecnica, i caprioli in sovrannumero, il difficile rapporto tra volatili e igiene urbana e la minaccia dei virus veicolati dalle zanzare. La lista delle preoccupazioni è lunga e occorre rafforzare la prevenzione. Dal numero 4 del magazine Animal Health

I cinghiali sono troppi e si avvicinano sempre più ad agglomerati urbani o rurali. Se si ammalano di Peste suina africana, per citarne una, possono trasmetterla ai maiali destinati alla produzione alimentare e, se questo accade, vanno abbattuti gli allevamenti contagiati. Se i caprioli non hanno più nemici naturali, come il lupo, si moltiplicano a dismisura, si riversano nelle strade causando incidenti, devastano i boschi giovani perché ghiotti di germogli e gli alberi non crescono più. Se le città sono invase dal guano dei piccioni o da gabbiani che rovistano tra rifiuti, aumenta il rischio di diffondere microrganismi dannosi per l’uomo e altri animali. In tutti e tre questi esempi c’è traccia della sfida One Health, l’approccio che considera interdipendenti la salute dell’uomo, dell’animale e dell’ambiente. E c’è anche un monito: la sorveglianza della fauna selvatica dev’essere una priorità e deve restare alta l’attenzione sul fronte degli animali che sempre più si avvicinano alle nostre città o condividono pascoli e foraggi con i loro “simili” impiegati in zootecnia. Il tema è di ampio spettro. I fatti di cronaca spesso orientano l’interesse dell’opinione pubblica: i casi di trichinellosi registrati fra i cinghiali in Val di Susa, l’avanzata della Peste suina africana in Europa oppure le malattie trasmesse dalle zanzare, come la febbre da West Nile in Toscana o da virus Chikungunya in Emilia Romagna. Procediamo con ordine.

Cinghiali in eccesso

I cinghiali sono sempre più osservati speciali. Nei primi giorni del 2020 ha fatto scalpore la notizia di una ventina di persone in Val di Susa, arrivate in ospedale con i sintomi della trichinellosi, dopo aver mangiato carne di cinghiale. La trichinellosi è una malattia infettiva degli animali causata da vermi tondi appartenenti al genere Trichinella. La trasmissione dell’infestazione all’uomo avviene tramite l’ingestione di carne cruda o poco cotta contenente le larve del parassita. In una prima fase, i sintomi sono diarrea, dolori addominali e vomito. Poi si manifestano dolori muscolari, debolezza, sudorazione, edemi alle palpebre superiori, fotofobia e febbre. Sotto accusa, in Piemonte, sono finiti alcuni salumi infestati, derivati da macellazioni domestiche. Prima che la cronaca si concentrasse sulla trichinellosi, l’attenzione era (e in realtà resta) focalizzata sul rischio della Peste suina africana (Psa) in Europa. La Psa è una malattia virale che colpisce suini e cinghiali. Altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, non è, invece, trasmissibile agli esseri umani. Nel 2014 è esplosa un’epidemia di Psa in alcuni Paesi dell’Est della Ue. Da allora la malattia si è diffusa in numerosi Paesi.

La Psa in Italia

In Italia, la malattia è presente dal 1978 soltanto in Sardegna, dove negli ultimi anni si registra una netta riduzione del numero di focolai. A questo proposito, entro gennaio 2020 è attesa la relazione sui controlli effettuati dagli ispettori della Commissione Ue in Sardegna. “La peste suina africana è una delle priorità in questo momento a livello internazionale. Se si ammala un suino, non c’è rischio per l’uomo, ma gli allevamenti colpiti vanno abbattuti. Com’è accaduto in Belgio e in alcuni Paesi dell’Est. C’è quindi un forte impatto economico e sociale”, spiega Bartolomeo Griglio, vicepresidente dell’Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani) con delega al settore della Sanità pubblica veterinaria. “In Germania si stima che un caso di peste suina africana negli allevamenti comporti un costo per tutto il sistema tedesco di circa cinque miliardi di euro. In Italia si può arrivare a una stima di tre miliardi. Con l’abbattimento dei suini – ricorda Griglio – non solo l’allevatore perde il suo reddito, ma si pensi alle conseguenze per l’esportazioni. A cui va aggiunta la preoccupazione dei consumatori.

La ricadute sul commercio

Cosa accadrebbe se si fermasse l’esportazione italiana di prosciutti? Oggi l’export agroalimentare italiano vale circa 40 miliardi di euro, il settore carni 7-8 miliardi. Sarebbe un danno enorme”. Ecco perché serve una sorveglianza veterinaria all’altezza della sfida. Come per i medici specialisti del settore umano, la veterinaria pubblica sconta anni di tagli e blocco del turn over, nei prossimi cinque andrà in pensione il 40% dei dirigenti veterinari nelle Asl e molti non saranno sostituiti. Se si riducono le risorse umane diventa difficile mantenere alto il livello di sorveglianza. Ma c’è un altro aspetto importante: “In caso di epidemia – sottolinea Griglio – questa va gestita in modo tempestivo e chirurgico per limitare i danni alla collettività. Ma se mancano le risorse per gestirla e l’organizzazione non è attrezzata al meglio per affrontarla, gli effetti di un’epidemia rischiano sicuramente di essere amplificati”.

La sovrapopolazione

Tornando ai cinghiali, c’è un legame tra malattie infettive e sovrapopolazione. “I cinghiali sono numerosissimi, non hanno più nemici naturali, ad esempio il lupo. Una popolazione di cinghiali eccessivamente densa fa sì che una malattia come la peste suina africana possa trasmettersi più facilmente”. Come si risponde al fenomeno della sovrapopolazione? “Gli abbattimenti selettivi periodici restano la risposta più efficace. Fino a qualche anno fa erano più diffusi, poi la crescita della sensibilità animalista e una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica alla protezione degli animali, ha fatto sì che la politica evitasse di scendere su questo campo. Riducendo le campagne di abbattimento, aumenta il numero di animali”. Secondo l’esperto c’è un rovescio della medaglia: “I cinghiali, così numerosi, distruggono le colture o finiscono sulle strade, causano incidenti stradali che comportano ulteriori costi per la società, mentre con gli abbattimenti selettivi si recuperano le carni”. Costi umani per gli incidenti fatali e anche economici: diverse Regioni hanno infatti istituito dei fondi per risarcire i danni causati dalla fauna selvatica. “La gestione degli incidenti stradali è complessa. Gli animali feriti – spiega il vicepresidente Anmvi – vengono curati, rimessi in libertà e poi magari cacciati. Quando vanno soppressi, c’è una duplice perdita: il costo per la distruzione della carcassa e il mancato recupero delle carni. Alcune Regioni hanno attivato sistemi per recuperare le carni degli animali selvatici coinvolti negli incidenti e destinarle a enti caritatevoli”.

Se i caprioli uccidono i boschi

Fra i protagonisti degli incidenti stradali ci sono anche cervi, daini e soprattutto caprioli. Vale anche per i caprioli la scomparsa di nemici naturali e i danni frequenti causati alle colture. Ma c’è un legame particolare con l’ambiente in cui si muovono che rende allarmante la loro presenza eccessiva: i caprioli sono ghiotti di germogli. “In alcune zone, ad esempio in Piemonte, i caprioli stanno distruggendo i boschi. Dove si produce legna – spiega Griglio – il bosco viene tagliato in determinati periodi. Di solito vengono lasciati i ceppi da cui nascono nuovi alberi. Su questi ceppi crescono i germogli di cui sono ghiotti i caprioli, che – mangiandoli – impediscono ai nuovi alberi di crescere. È per questo che in alcune aree si prova a circondare i ceppi con una rete. Altrimenti il bosco muore e si può immaginare l’impatto per la produzione di legna o per la tenuta dei terreni”.

La rabbia viaggia con le volpi

C’è un altro protagonista della fauna selvatica che preoccupa i veterinari. È la volpe, sempre più “urbanizzata” e potenziale portatrice della rabbia. “Questo rischio si sta spostando dall’Est Europa verso l’Italia. Le volpi in sovrannumero si spostano, si avvicinano ai nostri confini. La rabbia può interessare i nostri animali ma è anche molto pericolosa per l’uomo se non viene diagnosticata in tempo. È per questo che in alcuni Paesi come la Francia e la Slovenia è obbligatoria la vaccinazione anti-rabbica. Anche in questo caso è importante la sorveglianza e la veterinaria pubblica analizza gli animali trovati morti (volpi, tassi e anche altre specie) per fare una serie di analisi”. In passato casi di rabbia silvestre tra le volpi sono stati registrati nel Nord Est ed è l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie a ospitare il Centro di referenza nazionale per la rabbia.

Sentinelle ambientali

Le analisi dei Servizi veterinari servono anche da sentinella per lo stato di salute dell’ambiente. “Sugli animali selvatici – spiega Griglio – si possono fare valutazioni di tipo ambientale, ricercando tracce di inquinamento chimico o anche fisico. Nel vercellese, ad esempio, è stato fatto uno studio sui cinghiali per verificare la presenza di radionuclidi, che risalgono all’incidente di Chernobyl. Questi animali si nutrono di erbe, funghi e tuberi che hanno accumulato residui radioattivi. Studiandoli si riesce a stimare le aree più contaminate e in alcuni casi si è arrivati ad escludere la macellazione dopo la caccia. Così la fauna selvatica diventa anche sentinella dell’inquinamento ambientale”.

L’influenza aviaria

Le minacce per la salute, legate a interazioni sempre più frequenti tra fauna e insediamenti umani, arrivano anche dall’alto. Come per la Peste suina africana, anche l’influenza aviaria è una priorità a livello internazionale. Per l’uomo il rischio è limitato: “Si rischia l’infezione quando si lavora a contatto diretto con volatili ammalati, infatti i casi registrati in Europa riguardano soprattutto allevatori o veterinari che lavorano con i polli. Non ci sono casi di influenza aviaria legati al consumo delle carni, anche se spesso la gente smette di mangiare pollo se c’è un focoloaio di aviaria. Ma i polli ammalati vengono abbattuti e non destinati al consumo umano. Quindi la conseguenza è di tipo puramente economico”. Anche nel 2020 l’Italia manterrà elevati livelli controllo sul fronte dell’aviaria: nelle scorse settimane la Direzione generale per la sanità animale e i farmaci veterinari (Dgsaf) ha pubblicato il “Piano di sorveglianza nazionale per l’influenza aviaria 2020”.

Volatili e zanzare

Gli uccelli selvatici sono anche tra i responsabili della diffusione di altre malattie, trasmissibili all’uomo, che spesso conquistano i titoli della stampa. La febbre West Nile viene trasmessa all’uomo attraverso la puntura di diverse specie di zanzare infette, che a loro volta hanno assunto il virus da uccelli. E anche nel caso della febbre da virus Chikungunya, trasmesso di solito dalla “zanzara tigre”, i volatili possono giocare lo stesso ruolo. “Su questo fronte – continua Griglio – i Servizi veterinari eseguono i controlli, secondo i piani di sorveglianza, e monitorano gli uccelli morti per verificare la presenza del virus e avere un’idea della sua diffusione nelle popolazioni selvatiche. Il monitoraggio aiuta a capire quali aree devono essere sottoposte a disinfestazioni approfondite per eliminare le zanzare portatrici”. L’attenzione è alta: lo scorso 15 gennaio la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera al “Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta delle arbovirosi 2020-2025”. Le arbovirosi sono zoonosi causate da virus trasmessi da vettori artropodi (come per esempio zanzare, zecche e flebotomi) tramite morso o puntura. In Italia oltre a West Nile e Chikungunya, sono sotto sorveglianza Zika, Usutu, Encefalite da zecca (Tbe) e le infezioni neuro-invasive da virus Toscana.

Città sporche

Per completare lo scenario, è lecito chiedersi che ruolo abbiano i piccioni e i gabbiani, due “abitanti” sempre più affezionati ai nostri centri urbani. “Qui il problema è legato alla diffusione di microrganismi, ad esempio Salmonella e Cryptosporidium, che possono contaminare strade, davanzali, mangiatoie, coltivazioni e così via…”. I microrganismi vengono diffusi da questi volatili attraverso le feci e quindi si moltiplica la loro presenza nell’ambiente e il rischio di passare all’uomo. Secondo l’ultimo rapporto sulle zoonosi in Europa di Efsa (Autorità europea sicurezza alimentare) ed Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), pubblicato a dicembre 2019, la Salmonella è la causa principale dei focolai di origine alimentare. Nel 2018 gli Stati Membri Ue hanno segnalato complessivamente 5.146 focolai di origine alimentare, per un totale di 48.365 persone colpite. Quasi un focolaio su tre è stato causato dalla Salmonella. Resta da chiedersi quale impatto la presenza costante di animali selvatici possa avere sui nostri animali da compagnia. “Gli animali da compagnia vivono con l’uomo e quindi condividono lo stesso ambiente dove i microrganismi sono presenti. Diventano serbatoi di questi microrganismi e poi loro escretori attraverso le feci. Sicuramente meritano attenzione dei miceti (funghi microscopici), che possono essere trasmessi dagli uccelli sia agli animali che all’uomo. Ma va detto – conclude Griglio – che cani e gatti sono abbastanza resistenti”. Un’ultima considerazione: se è vero che uccelli come i gabbiani sono così numerosi nelle città perché – come dicono gli esperti – si nutrono di pattume, l’igiene dei centri urbani dovrebbe essere una misura elementare di prevenzione. Da affiancare al lavoro prezioso e costante di sorveglianza della fauna selvatica.