Innovare in azienda? Meglio farlo scovando le startup

Secondo uno studio del Politecnico di Milano crescono, tra le imprese italiane, le iniziative di open innovation e gli investimenti in tecnologie digitali. Nel mirino degli innovation manager le giovani realtà che operano con big data e cybersecurity. *Dal numero 175 del magazine

innovare in azienda

L’innovazione delle imprese italiane è sempre più aperta. La scelta di creare sinergie, di vario genere, con realtà che grazie all’innovazione hanno preso vita – le startup – è ormai una prassi consolidata. Mentre il digitale si conferma il volano di crescita sulla strada della crescita aziendale. Ed è per questo motivo che continuano ad aumentare gli investimenti nel settore, che nel 2020 porteranno le aziende italiane a determinare un incremento del budget di spesa in strumenti Ict di quasi il 3% rispetto al 2019. Nell’orientare le strategie aziendali giocherà un ruolo centrale l’innovation manager (in tutte le sue declinazioni), cui si chiede spesso di agire con una doppia veste: da una parte quella del “talent scout” alla ricerca di soluzioni esterne all’azienda, dall’altro quella dell’ “evangelizzatore”, che deve diffondere la cultura aziendale dall’interno.

I numeri

L’open innovation è già realtà tra le grandi imprese del nostro paese: il 73% ha avviato iniziative di questa natura e circa i due terzi hanno attivato collaborazioni con startup (35%) hanno in programma di farlo (27%). Meno reattive appaiono le Pmi, tra le quali solo il 28% adotta pratiche di innovazione aperta e appena il 4% lavora insieme alle nuove imprese innovative. A snocciolare questi numeri è una ricerca degli Osservatori digital transformation academy e startup intelligence della school of management del Politecnico di Milano, in collaborazione con PoliHub, presentata lo scorso dicembre durante convegno “Innovazione digitale 2020: imprese e startup verso l’open company”.

L’indagine ha analizzato le risposte di oltre 800 chief innovation officer, chief information officer, imprenditori e C-Level, fotografando l’innovazione digitale nelle imprese italiane in termini di risorse impiegate e modalità di governance, studiando, da un lato, il livello di adozione di nuovi modelli per gestire l’innovazione e, dall’altro, l’evoluzione della collaborazione tra startup e aziende consolidate in Italia.

Oltre il 70% delle grandi imprese adotta iniziative di open innovation incorporando stimoli esterni di innovazione all’interno dei processi aziendali (la cosiddetta inbound open innovation), in particolare la collaborazione con università e centri di ricerca (64%), startup intelligence (49%) e ricerca di collaborazioni con aziende consolidate (39%). Un’impresa su tre poi organizza call4ideas, call4startup e contest (32%), il 27% promuove hackathon, datathon, appathon, il 25% si concentra su fusioni e acquisizioni, mentre sono meno diffusi i corporate incubator e accelerator (18%), i corporate venture capital (11%) e il crowdsourcing (9%).

Il ruolo delle startup

Più di sei grandi aziende su dieci vedono nelle startup un interlocutore per lo sviluppo di innovazione digitale. In particolare, il 35% già collabora con nuove imprese innovative, il 27% ha intenzione di farlo in futuro, mentre il 34% non manifesta interesse per il tema e il 4% ha collaborato in passato. Nella maggior parte dei casi le grandi imprese si servono di startup come fornitori temporanei (51%), ma una buona parte le usa come unità di ricerca e sviluppo (37%) e come fornitore di lungo periodo (30%). La startup può essere anche un partner commerciale, parte di un programma di incubazione, partner per la co-creazione di modelli di business, acquisita o partecipata in equity. “Le modalità di collaborazione tra aziende e startup sono diverse”, spiega Alessandra Luksch, direttore dell’Osservatorio startup intelligence del Politecnico di Milano. “Le aziende possono stipulare partnership per sviluppare prodotti e servizi o scegliere le startup come partner commerciali o come fornitori. Ma possono anche decidere di entrare nell’equity di queste aziende innovative o addirittura effettuare una vera e propria acquisizione. Le motivazioni secondo cui si effettuano le operazioni sono legate principalmente all’acquisizione di competenze e innovazione, ovvero catturare idee innovative, per risolvere problemi complessi e non solo.

Peraltro, la startup rappresenta anche un modello di operatività da cui prendere spunto. “Basti pensare al modello lean startup con cui operano – continua Luksch – basato sulla forte sperimentazione e sulla capacità di testing sul mercato molto rapida. Si tratta di un modello operativo molto utile per le aziende, proprio perché le aiuta a capire in che modo operare e come farlo rapidamente, acquisendo quella velocità a cui la digital disruption ci ha abituati. Poi c’è tutto il discorso legato ai costi startup è sicuramente meno costoso rispetto alla collaborazione con i partner tradizionali dell’innovazione. La startup permette infatti di lavorare a piccoli progetti, dando però un riscontro immediato sulla potenzialità di industrializzazione di un determinato progetto. Senza dimenticare, che le startup rappresentano un serbatoio di risorse nuove e di sviluppo di nuovi talenti. Entrare in contatto con tali realtà significa avvicinare persone di talento che l’azienda non ha e che successiva-mente possono essere inserite all’interno dell’organizzazione”.

Gli investimenti

Dall’analisi realizzata dagli osservatori del Politecnico di Milano è emerso un incremento degli investimenti delle imprese italiane nel campo della digital transformation, che registrano il segno più per il quarto anno consecutivo. Durante quest’anno il budget stanziato per le tecnologie informatiche aumenterà in media fra il 2,8% e il 2,9%, trainato dalle grandi imprese, che prevedono un incremento nel 45% dei casi. Gli sforzi finanziari delle imprese si concentreranno soprattutto su tecnologie come big data analytics, cybersecurity e sistemi Erp (enterprise resource plannig), mentre solo il 23% delle Pmi destinerà più risorse verso sistemi Erp, Crm e mobile business.

Più in dettaglio, nelle stime per il 2020 le risorse destinate agli investimenti digitali aumentano nel 45% delle grandi imprese e nel 23% delle Pmi, con un tasso di crescita fra il 2,8% e il 2,9% (più elevato del +2,6% del 2018). Il 27% del campione prevede un aumento del budget superiore al 10%, il 18% compreso fra l’1% e il 10%, il 47% lo lascerà invariato e soltanto l’8% lo diminuirà.

Le priorità di spesa Ict per le grandi aziende italiane si concentrano in particolare su big data analytics (evidenziato dal 42%), cybersecurity (36%), sistemi Erp (29%) e Crm (29%). Seguono poi data center, mobile business, cloud, eCommerce, industria 4.0, intelligenza artificiale e machine learning; ancora marginale invece la blockchain (3%) e in calo lo smart working (10%) ormai diffuso. Le Pmi si concentrano invece sui sistemi Erp (37%), Crm (28%), mobile business (24%), mentre intelligenza artificiale e machine learning sono in fondo alle priorità di spesa.

Nel 61% delle grandi imprese esiste un budget per l’innovazione digitale anche fuori dalla direzione ict, nella maggior parte dei casi inferiore al budget Ict stesso. La funzione in cui più frequentemente viene allocato è il marketing (71%), seguito da ricerca e sviluppo e direzione tecnica (48%), direzione innovazione (40%). Tra le Pmi, invece, soltanto il 19% dedica fondi all’innovazione digitale fuori dalla funzione Ict.

Il manager dell’innovazione

Dal punto di vista delle figure professionali, la ricerca focalizza l’attenzione sul ruolo strategico svolto dall’innovation manager. È il profilo professionale al centro dell’attenzione, anche grazie al recente decreto del Mise che ne definisce le caratteristiche e prevede un voucher a fondo perduto per consulenze. Sta progressivamente entrando nelle grandi imprese, si legge nella ricerca, che in un caso su tre hanno già inserito una figura di questo tipo o una direzione innovazione, ma nel 76% dei casi è presente da tre anni o meno, segno che per la maggior parte delle imprese si tratta di un profilo ancora nuovo e da scoprire. Soltanto il 37% delle grandi aziende e il 32% delle Pmi conoscono le misure contenute nel decreto del Mise e appena l’11% delle Pmi ha intenzione di approfittarne (il 2% lo sta valutando). La maggioranza delle Pmi non ha in programma di usufruire delle opportunità offerte dal decreto.

Quali mansioni svolge? Secondo l’identikit tracciato dai responsabili innovazione, i ruoli principali dell’innovation manager sono valutare e selezionare nuove opportunità di innovazione di potenziali partner come startup e centri di ricerca, gestire il portafoglio dei progetti di innovazione e il relativo budget, favorire il cambiamento culturale, introdurre nuovi modelli organizzativi. Le competenze più importanti secondo le aziende sono leadership, capacità di motivare, ispirare i collaboratori e poi “change management”, per superare la sindrome del “si è sempre fatto così”.

Un cambio culturale

L’innovazione deve però andare braccetto con un cambio culturale. Ancora troppo spesso, l’ostacolo più grande nel lungo viaggio dell’innovazione è rappresentato da una mancanza di mentalità votata al cambiamento, che purtroppo caratterizza il management delle imprese. “Tra le difficoltà più frequentemente riscontrate da parte dell’innovation manager – sottolinea Alessandra Luksch – c’è la capacità di coinvolgere i vertici aziendali. Motivo per cui l’innovation manager deve avere una fortissima leadership. A pesare non sono tanto le competenze tecniche, quanto la capacità di farsi ascoltare in tema di innovazione e portare a bordo i vertici della propria azienda. Altra criticità deriva da un sostanziale disallineamento tra chi fa innovazione e chi si occupa delle linee di business. Spesso queste figure ragionano secondo parametri ancorati al breve periodo, magari in termini di ‘quarter’ e maneggiano indicatori molto diversi rispetto quelli dell’innovazione. Dal nostro punto di vista è necessario dare la possibilità a chi innova di poter anche sbagliare, prendendo atto che gli indicatori di performance dell’innovazione sono diversi rispetto a quelli del business”.

Il programma Startup intelligence

Uno dei canali di riferimento che mette in contatto i manager dell’innovazione con le giovani realtà innovative, è il programma ‘startup intelligence’ del Politecnico di Milano. Da sei anni si occupa di accompagnare le figure che operano nel campo dell’innovazione digitale all’interno delle imprese.

Si tratta di un programma costruito con un piano annuale di lavoro. Da una parte ci sono le attività di scouting e di ricerca, per aiutare le imprese a conoscere meglio gli scenari di innovazione e incontrare startup innovative; dall’altro si realizzano una serie di attività che hanno l’obiettivo di sensibilizzare le persone sui nuovi metodi e i nuovi approcci per adottare innovazione aperta e cambiare i processi all’innovazione. “Ad oggi – afferma Alessandra Luksch – abbiamo aggregato circa 70 imprese italiane su questo progetto, formando gli innovation manager di altrettante organizzazioni e rappresentando tutti i settori dell’industria. Perché l’innovazione è un problema ineludibile per ogni organizzazione e innovare significa sopravvivere. L’innovazione è un po’ l’assicurazione nei confronti del futuro per le aziende”.

Il programma si svolge seguendo un calendario simile a quello di un anno accademico. Ha una durata di circa nove mesi, racchiuso in dieci giornate di lavoro con le aziende che partecipano del progetto. “In queste giornate – continua Luksch – capita di discutere delle ricerche sugli scenari di innovazione, di incontrare startup, oppure di approfondire nuove metodologie per muoversi verso l’innovazione agile e aperta. Lavoriamo soprattutto in gruppo, facendo in modo che ci sia un continuo confronto e scambio di esperienze tra i partecipanti”.

Come si fa open innovation in azienda

Traducendo in concreto quanto detto fino ad ora, è lecito chiedersi: come opera chi prova a portare innovazione nella propria azienda quotidianamente? Per rispondere a questa domanda, AboutPharma ha interpellato Stefano Zagnoni, head of digital strategy and innovation di Janssen.
“Mi occupo di tutte quelle che sono le operation digitali – spiega – in questo ambito andiamo alla ricerca di servizi a valore aggiunto per i nostri clienti, (medici, operatori sanitari, e pazienti, n.d.r.). Ci siamo aperti da qualche anno al mondo dell’innovazione e quindi a soluzioni innovative provenienti dal mondo delle startup, perché le startup per loro connotazione cercano qualcosa di nuovo lì dove qualcun altro non lo ha già fatto. In genere tendiamo ad acquistare servizi da queste realtà o a stipulare partnership temporanee. L’idea è che lavorando con le startup possiamo identificare e mettere a disposizione dei nostri clienti dei servizi innovativi attraverso il nostro ecosistema digitale. Nel corso degli anni anni, infatti, abbiamo costruito degli ecosistemi attorno al quale ruotano tutte le iniziative dedicate ai clienti. Il più importante si chiama ‘Janssen medical cloud’ che opera insieme a una serie di altri ecosistemi dedicati a pazienti e caregiver, in base alle diverse aree terapeutiche nelle quali operiamo”.

Il contatto con le startup

Uno dei passi fondamentali nel percorso di open innovation riguarda i canali di contatto con le startup. “All’interno della struttura di Janssen, racconta Zagnoni, esiste una rete virtuale denominata Digital Lab, composta da diversi dipartimenti che lavorano in generale sull’innovazione. Tutte le persone che afferiscono a questo laboratorio possono segnalarci le startup che ritengono più interessanti. Ma gli stimoli possono arrivare anche da altri canali, come il programma Startup Intelligence del Politecnico, che seguiamo da qualche anno, o le varie iniziative interne che dedichiamo alle giovani realtà innovative. Lo step successivo riguarda l’organizzazione di un pitch, di 30 minuti, durante il quale un piccolo team del Digital Lab stesso, cerca di comprendere le potenzialità dei progetti che visioniamo. Ogni anno le realtà più interessanti vengono poi invitate alla “Finestra sull’Innovazione”, un evento interno durante il quale le startup hanno la possibilità di entrare in contatto con i nostri gruppi di lavoro interni e interagire direttamente con loro. Si tratta di una buona opportunità osservare da vicino i servizi che la startup può offrire. Per il momento ne facciamo uno all’anno ma stiamo pensando di renderlo più frequente considerato il riscontro che ha avuto negli anni passati”.

Lo scouting di startup da parte di Janssen è un lavoro che va avanti ormai da circa tre anni. L’azienda individua ogni anno tra le trenta e le quaranta società potenziali target, ma solo con pochissime si sviluppa poi una partnership. “Nel 2019 abbiamo chiuso tre collaborazioni e altre tre sono in fase di avanzamento” sottolinea Zagnoni. “Si tratta di un numero relativamente piccolo, perché di tutto quello che vediamo, circa il 5-10% è realmente sinergico con il nostro ecosistema digitali. Si tenga conto del fatto che non abbiamo la possibilità di acquistare startup. Tuttavia se dovessimo intercettare realtà particolarmente interessanti, su cui magari si può fare un ragionamento più articolato, possiamo indirizzarle verso il nostro network di laboratori e innovation center globali (i cosiddetti JLabs), che si occupano spe-cificatamente di open innovation.

Tutto questo lavoro rientra in una strategia più ampia di Janssen che vuole esplorare le opportunità offerte dal digital health con l’obiettivo di migliorare l’ingaggio e l’interazione con i nostri clienti. I dati e l’uso intelligente che di essi si può fare è cruciale per questa esplorazione. Perché, dal nostro punto di vista, non esiste una digital strategy senza una data strategy”.