Rifiuti radioattivi medicali, la tracciabilità è complessa

Poca chiarezza sui numeri, lacune normative e difficoltà nei controlli sui comportamenti dei pazienti trattati: la quantità di materiali da smaltire è nota solo in parte. Tra le sanzioni all’Italia per il mancato recepimento della direttiva Euratom e i ritardi nella realizzazione del deposito nazionale il sistema ha bisogno di una messa a punto. Dal numero 175 del magazine

Con la Direttiva europea 2011/70 ogni Paese europeo deve smaltire i materiali radioattivi che produce sul proprio territorio, in apposite strutture, prevedendo la costruzione di un deposito unico. In Italia, di questo deposito, nemmeno l’ombra. Non si sa dove sarà realizzato, né quando sarà costruito e ci si limita a ventilare solo ipotesi. L’unico che sa come stanno effettivamente le cose è il Governo che ha in mano la Cnapi, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico. Il documento è secretato e al di là degli annunci fatti dai vari ministri nel renderla pubblica, di concreto non c’è nulla. Al momento, quindi, i rifiuti radioattivi provenienti dal decommissioning (smantellamento vecchie centrali nucleari), dall’industria e dalle strutture sanitarie convergono in una galassia di centri dislocati lungo lo Stivale. A essere naturalmente destinati al deposito nazionale ci sarebbero anche tutti quei rifiuti provenienti dalla ricerca, con una carica radioattiva molto lunga e che necessitano di un rifugio sicuro per il proprio decennale decadimento.

La declassificazione a rifiuto speciale

Va detto subito che la stragrande maggioranza dei materiali radioattivi provenienti da ospedali e centri clinici ha un’emivita (durata contaminante) di poche ore o giorni ed è quindi quasi subito declassificata a rifiuto speciale e smaltita con relativo procedimento. Qui però qualcosa si inceppa: ad esempio non si sa esattamente che via prendano gli escreti dei pazienti contaminati dai radiofarmaci (tracce si ritrovano negli impianti di depurazione), ed è difficile tracciare materiali contaminati (garze, siringhe, pannoloni etc…) – come lamentano alcune istituzioni – che traslano in pochissimo tempo da un sistema di smaltimento all’altro, con il rischio di perdere qualche pezzo. In Italia è già successo che si occultassero isotopi radioattivi e/o di cui se ne perdesse la memoria. Il caso di Castelmauro in Molise alla fine degli anni ‘70 fa scuola. Nel piccolo centro abitato, per trent’anni, sono stati nascosti in una cantina privata circa duemila fusti di materiale radioattivo e la bonifica è terminata solo nel 2010. Va detto anche che se le leggi per tutelare l’ambiente e i cittadini sono state fatte (ad esempio la 68/2015 sugli eco reati), tuttavia praticamente non si conoscono indagini e esiti di controlli sul ciclo di smaltimento dei rifiuti radioattivi. In un Paese nel quale si aprono fascicoli ogni giorno sui temi più disparati viene da chiedersi se sia giusto così.

Difficoltà a reperire i dati

Nell’ordinamento italiano, a differenza di quello europeo, non esiste una norma che impone un inventario dei rifiuti radioattivi medicali. L’ultimo risale, appunto, al 2017 ed è stato condotto dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione di sua iniziativa. Lo ammette il direttore dell’Isin Maurizio Pernice che, ascoltato in Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti il 31 luglio 2019, ha denunciato lacune normative nella gestione dei rifiuti radioattivi medicali, evidenziando soprattutto problemi nella raccolta dei dati e sul volume che circola in Italia. I dati forniti da Pernice parlano di 9.500 metri cubi di rifiuti di origine medico- industriale presenti nei depositi autorizzati, di cui 2.700 radioattivi derivanti annualmente da attività sanitaria. Di questi ultimi, però, l’80 per cento risulta contaminato da radioisotopi a vita molto breve: dunque a norma per essere declassificati e rientrare nel regime dei rifiuti speciali (circa 400 metri cubi annui). Eppure la falla nel sistema esiste e resiste. “Secondo me – ha riferito ai parlamentari il direttore dell’Isin – c’è un elemento delicato che fa riferimento alla mancanza di tracciabilità, perché nel momento in cui questi rifiuti escono dal regime dei rifiuti radioattivi per entrare in quello dei rifiuti speciali s’innesca automaticamente il sistema di tracciabilità. Il restante 20 per cento, invece, che non è soggetto alle regole di tracciabilità, resta orfano. C’è dunque la necessità di un collegamento di tracciabilità tra i due regimi perché, in sua assenza, i rifiuti radioattivi medicali si possono smarrire o comunque non essere ben controllati”. Il direttore Maurizio Pernice fornisce maggiori ragguagli, sul punto. “L’Isin pubblica l’inventario dei rifiuti radioattivi con cadenza annuale, tuttavia va segnalato che nella normativa vigente c’è almeno una lacuna. Non esistono infatti sanzioni per chi non ottempera all’obbligo di comunicare quanti rifiuti sono detenuti e prodotti e la comunicazione sui rifiuti e materiali nucleari trasportati è effettuata con riepilogo trimestrale. È un vulnus nel sistema di informazioni complessivo di questo comparto che andrebbe superato. Nel 2019 – prosegue Pernice – è stato pubblicato l’inventario dei rifiuti radioattivi aggiornato al dicembre 2017. Lo scarto temporale è dovuto non a un ritardo nell’elaborazione dei dati ma alla lentezza con cui i dati vengono forniti in assenza di disposizioni cogenti. Inoltre la mancata coercizione a carico di chi gestisce i rifiuti, di fatto non influisce solo sulla difficoltà di acquisire i dati ma condiziona anche il controllo in tempo reale sulle modalità di ritiro su tutto il territorio. Conosciamo grammo per grammo i dati del decommissioning e delle strutture pubbliche. Il problema è il resto (i privati, ndr). Sono sicuro del 90 per cento dei dati perché viene dal settore pubblico ma per il resto c’è un’esigenza di tracciabilità. In più, per i rifiuti sanitari c’è un altro aspetto importante per far quadrare i conti sul controllo: alcuni di questi rifiuti decadono in tempi brevi, cioè escono dal regime di controllo e sono sottoposti al regime ordinario secondo la normativa 152/2006”.

La stima è difficile

Anche il “Programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” elaborato ai sensi del Decreto legislativo 45/2014 e che a livello europeo disciplina la corretta gestione dello smaltimento, certifica che “una stima della produzione futura di rifiuti radioattivi di origine medicale non è semplice”. Insomma il tema è spinoso anche a fronte di un ampio uso delle prestazioni di medicina nucleare e imaging diagnostico. Sergio Salerno, presidente della sezione di Studio di radioprotezione e radiobiologia della Società italiana di Radiologia medica e interventistica stima che per l’anno 2020 siano previste nove milioni di Tac e 60 milioni di esami radiografici. Il ministero della Salute a settembre 2019 ha pubblicato il consueto “Annuario statistico del Servizio sanitario nazionale” aggiornato al 2017. Tre anni fa, tra pubblico e privato, le prestazioni di diagnostica per immagini per la medicina nucleare sono state 1.899.744 (contro le due milioni del 2016), mentre la diagnostica per immagini in radiologia diagnostica sono state 53.902.176 (in diminuzione sull’anno precedente che ne contava oltre 56 milioni). In ambito radioterapeutico, invece c’è stato un aumento delle prestazioni a livello nazionale. Nel 2017 erano 6.020.739 contro i 5 milioni e mezzo circa del 2016. Per aggiornare i dati, si sta muovendo autonomamente anche l’Associazione italiana di Medicina nucleare ed imaging molecolare (Aimn) con un censimento ad hoc. Per quanto riguarda il parco macchine secondo i dati del Centro studi Assobiomedica (ora Confindustria Dispositivi medici), che si fermano al 2016, in Italia tra centri pubblici e privati (convenzionati e non) sono presenti 199 Pet, 993 Gamma camere, 972 sistemi radiografici fissi convenzionali e 632 fissi digitali. Quelle mobili in radiografia sono 1715 convenzionali e 449 digitali.

Direttiva Euratom: Italia sanzionata

“Per superare questi problemi – continua ancora Pernice – la legge comunitaria 117 del 2019 (che delega il Governo a recepire la Direttiva Euratom 59/2013 sulle norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti, ndr.) prevede uno specifico criterio di delega proprio per l’acquisizione dei dati, affinché tutti i produttori, utilizzatori, trasportatori e raccoglitori diano comunicazione all’Isin. A tal fine stiamo già lavorando a una piattaforma per raccogliere le informazioni ed elaborarle entro i primissimi mesi dell’anno successivo. Questa piattaforma sarà accessibile alle istituzioni statali e anche agli organismi di controllo e giudiziari e, allo stesso tempo, fungendo da registro, renderà più semplice il lavoro degli operatori. Per quanto riguarda le tempistiche di approvazione del decreto legislativo di attuazione della direttiva, tra fine marzo e inizio aprile di quest’anno dovrebbe concludersi l’iter parlamentare e a gennaio 2021 dovrebbe entrare in funzione il sistema di acquisizione dei dati”. Intanto, mentre aspettiamo, l’Italia è già stata sanzionata dall’Ue per il mancato recepimento e un tavolo governo-ministeri (Salute, Economia, Interni, Ambiente e Sviluppo economico) sta lavorando per redigere un documento unico che allinei il nostro Paese agli altri partner europei.

Il ruolo dell’Enea

“I rifiuti ospedalieri, seppur con l’utilizzo di tecnologie nucleari hanno una propria disciplina. In generale i rifiuti di questo tipo sono oggetto di controlli severissimi e i rifiuti nucleari, una volta avvenuto il decadimento sono normali rifiuti tossico- nocivi. Sono processi difficoltosi, ma ordinari”, spiega l’avvocato Luca Perfetti in forza al Focus team di diritto dell’ambiente dello studio legale BonelliErede. A supervisionare e indirizzare i processi c’è Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) “il cui ruolo istituzionale – dice Nadia Cherubini, responsabile della Divisione tecnologie, impianti e materiale per la fissione nucleare dell’Enea – è (anche, ndr.) quello di garantire tutte le fasi del ciclo di gestione dei rifiuti radioattivi e delle sorgenti non più utilizzate del settore medico-sanitario. Enea svolge una funzione di indirizzo, supervisione e controllo dell’intero ciclo di gestione, assume la proprietà dei rifiuti e delle sorgenti raccolte e si prende carico del loro smaltimento definitivo, liberando da ogni responsabilità giuridica il produttore dei rifiuti stessi”, conclude Cherubini. “Il cosiddetto sistema integrato della raccolta rifiuti radioattivi prevede modalità diverse a seconda della pericolosità e durata dei materiali radioattivi”, spiega Giuseppe Zollino docente di Gestione rifiuti radioattivi dell’Università di Padova, nonché ex presidente Sogin, la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare. “Non tutti i rifiuti ospedalieri saranno destinati al deposito nazionale. Anche in futuro, come ora, una parte di essi, a bassa attività e vita molto breve, rimarrà in appositi contenitori nei reparti di medicina nucleare fino al decadimento sotto la soglia di rilevanza radiologica. Quelli a più lunga vita sono oggi stoccati in depositi di società private, che li prelevano dagli ospedali. Tra l’altro alcune di queste aziende si affidano a Nucleco (dal 2004 compartecipata per il 60% da Sogin e per il 40% da Enea) che è un anello del servizio integrato di smaltimento, i cui impianti sono nell’area di Casaccia, vicino Roma, dove il deposito temporaneo è prossimo alla saturazione”. In attesa che il deposito nazionale diventi realtà, i rifiuti radioattivi riposano in vari centri appositi dislocati lungo tutta la Penisola o, qualora il tempo di decadenza sia nell’ordine di qualche ora o giorno (come nel caso della maggior parte dei rifiuti medicali), nelle vasche di decadimento degli ospedali. Ogni anno, certifica Enea, il solo Servizio integrato raccoglie circa 500 metri cubi di rifiuti biomedicali.

I costi

Stando al documento programmatico per lo smaltimento (Programma nazionale), per quanto riguarda i rifiuti radioattivi di proprietà dell’Enea, la Nucleco esegue attività i cui costi ammontano a circa un milione di euro l’anno per custodia e trattamento dei rifiuti prodotti dai laboratori e dagli impianti dell’Enea. Quelli connessi alla gestione dei rifiuti pertinenti al Servizio integrato ammontano sempre a circa un milione di euro annui e sono comprensivi della raccolta e del trattamento di rifiuti radioattivi generati sia dalle attività biomedicali sia dalla ricerca scientifica sul territorio nazionale. In tema di costi interviene ancora Maurizio Pernice e nella fattispecie sulle spese che devono essere sostenute per mantenere tutti i centri di stoccaggio in Italia, in attesa di un deposito unico. “Questo continuo upgrade, soprattutto per i centri più vecchi, comporta costi che, se ci fosse un deposito nazionale, potrebbero essere meglio programmati. Queste spese ora sono utili ma, nella prospettiva della soluzione di lungo periodo, prevista con la realizzazione del deposito unico, potrebbero essere valutate diversamente. Oggi i costi sono sostenuti da Sogin ma è necessario considerare anche la quota A2A in bolletta, destinata al decommissing”. Alla fine, anche questa spesa ricade sui contribuenti.

Come si gestisce il “paziente radioattivo”

Come va trattato un paziente che è stato sottoposto a radiazioni? Lo spiega Caterina Ghetti, direttore del servizio di Fisica sanitaria dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e coordinatore regionale dell’Associazione fisica medica dell’Emilia Romagna. “Il paziente in osservazione che rimane all’interno del reparto di medicina nucleare – osserva – espleta i suoi bisogni nei bagni del reparto, che hanno un sistema fognario apposito per raccogliere gli escrementi che possono presentare piccole dosi di radioisotopi. Una volta decaduta la carica radioattiva, urina e feci possono essere reimmessi negli scarichi fognari comuni. Tuttavia – avverte Ghetti – bisogna fare attenzione che il paziente segua le direttive dell’ospedale, usi i servizi appositi e, ad esempio, non getti via fazzoletti sporchi in cestini di uso comune. Se ciò accade tutto si complica”. La direttrice del servizio di Fisica sanitaria dell’azienda ospedaliera di Parma spiega che gli inceneritori per i rifiuti sanitari tossici (non radioattivi) sono dotati di dispositivi di rilevazione posti ai portali della struttura. All’arrivo del camion il rilevatore monitora l’attività radiogena degli elementi trasportati proprio per evitare di dover processare materiale non idoneo. Se per sbaglio all’interno del veicolo è presente il famoso fazzoletto del paziente che ha da poco eseguito una scintigrafia, il camion viene fermato, posto in quarantena e controllato. Un po’ più complesso il caso se un paziente decide di usare bagni comuni quando la carica radioattiva è ancora attiva. Qui si può verificare una dispersione di materiale nell’ambiente. “Il monitoraggio delle acque e sedimenti dei fiumi e laghi lombardi non ha portato alla rilevazione di anomalie dal punto di vista della radioattività. La presenza di radioattività negli impianti di depurazione è invece un fatto atteso ed è dovuta principalmente alle deiezioni di persone cui sono stati somministrati radiofarmaci. La radioattività presente nei fanghi è dovuta in modo prioritario allo iodio 131”, scrive l’Arpa Lombardia sul suo sito. Come si possono però perfezionare i controlli? Secondo Ghetti con la formazione al paziente, educandolo a seguire i protocolli.

In Italia si fanno pochi controlli, ma non per questo tutto è in regola

Nel 2017 in Italia sono state prodotte 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (di cui 2,8 milioni bruciati negli inceneritori) e 6,6 milioni di tonnellate di organico. La maggior parte del rifiuto secco è finita nelle varie discariche disseminate lungo tutto il territorio nazionale, mentre un enorme quantitativo di umido è ancora smaltito all’estero per la carenza di siti di compostaggio. Sul ciclo dei rifiuti “ordinari” si sa quasi tutto: le emergenze scoppiate soprattutto al Centro-Sud hanno fatto scuola. Eppure c’è un aspetto legato alla questione rifiuti che vive nell’ombra e che fa dell’Italia, ancora una volta, il fanalino di coda dei Paesi europei.

Il concetto di “radioattività”

Digitando su Google “rifiuti radioattivi” la prima parola che compare è “nucleare”. E quando si parla di nucleare si pensa subito alle tragedie di Chernobyl e Fukushima, allo storico patto sul nucleare iraniano siglato a Vienna nel 2015 e all’accordo più recente firmato dagli Usa e dalla Corea del Nord. Aggiungendo alla ricerca l’aggettivo “medicali”, il primo link indicizzato è quello di un’azienda privata che compara i preventivi per l’acquisto di contenitori per tali rifiuti alla stregua di una comune agenzia di polizze automobilistiche. Se però s’insiste nella ricerca, ecco spuntare il sito di Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile che fa capo al Ministero dello Sviluppo economico. Nella sezione titolata “rifiuti radioattivi”, Enea informa che parte di essi sono prodotti dall’attività umana e prescindono dalle imponenti centrali che dominano il mondo. Il primo passo da fare allora è ricercare le fonti, le attività cioè che generano questo tipo di rifiuti. Il podio è occupato dalla diagnostica e dalla terapia medica (come la radioimmunologia e la radioterapia). A seguire c’è la ricerca scientifica. Enea avverte anche che “questi rifiuti emettono radiazioni che possono avere effetti negativi sull’ambiente e sull’uomo”. E aggiunge, riferendosi agli effetti negativi, che questi “sono comunque di intensità decrescente nel tempo per il fenomeno del decadimento radioattivo”. Dunque, individuate le fonti (strutture ospedaliere pubbliche e private, centri diagnostici ed enti di ricerca scientifica), l’ente pubblico passa alla classificazione dei rifiuti, divisi in tre categorie a seconda appunto della loro pericolosità e del relativo periodo di decadimento. Alla prima appartengono i rifiuti la cui radioattività decade al massimo in un anno, alla seconda quelli che impiegano qualche secolo e all’ultima i cosiddetti “rifiuti ad alta attività o a vita lunga” per il cui decadimento occorre un periodo di tempo che spazia da migliaia a centinaia di migliaia di anni. Ebbene, se anche i rifiuti medicali sono nocivi e l’Enea spiega cosa si deve fare per ridurne la pericolosità (prevedendo un trattamento specifico detto “condizionamento”, un trasporto sicuro e lo smaltimento in siti appositi) viene da chiedersi cosa succederebbe se si violasse anche un solo passaggio di questo protocollo di sicurezza e se sia mai accaduto che qualcuno, tra gli addetti ai lavori, sia venuto meno al rispetto delle regole. La risposta alla prima domanda è semplice, del resto è la stessa Enea a rispondere quando parla di effetti negativi sull’uomo e sull’ambiente. Rispondere al secondo interrogativo invece sembra molto più complicato e anche la rete non è d’aiuto.

Disomogeneità

Google però ha memoria di un’inchiesta sui rifiuti radioattivi medicali raccolta in una relazione di sedici pagine sviluppata nel 2018 dalla Commissione bicamerale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse collegate. Dalla relazione emerge che: 1) i rifiuti radioattivi prodotti dalle strutture sanitarie italiane, nell’ambito della radiologia oncologica, della diagnostica e della terapia con radiofarmaci, possono essere liquidi, solidi e gassosi; 2) nel 2015 sono stati prodotti 2.700 metri cubi di rifiuti radioattivi da 216 strutture su un totale di 807 che normalmente li generano; 3) esiste una direttiva Euratom, recepita in Italia con un decreto legislativo del 1995, che impone il rilascio di un nullaosta da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico (di concerto con i Ministeri dell’Ambiente, dell’Interno, del Lavoro e della Salute) o a discrezione della Regione di competenza a seconda se la quantità di rifiuti prodotta sia elevata o meno. Le autorizzazioni ministeriali investono anche quelle società che si occupano della raccolta, del trasporto e del deposito. In quest’ultimo caso il Mise deve tener conto anche del parere dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione ambientale).

Omissioni e imprecisioni regionali

La relazione specifica anche che i rifiuti radioattivi sono costituiti prevalentemente da materiale contaminato come la carta da banco, il cotone, le siringhe, i contenitori di residui di soluzioni e tutto il materiale proveniente dalle stanze di degenza in caso di ricovero. La Commissione bicamerale di inchiesta, che ha relazionato in base ai dati forniti dalle singole strutture sul volume annuale dei rifiuti prodotti e smaltiti, denuncia che non tutte le Regioni hanno risposto alla richiesta ed evidenzia che nell’esame dei dati sono state riscontrate “alcune disomogeneità”. Nel senso che ogni struttura sanitaria ha interpretato il questionario a modo suo e di conseguenza ha fornito indicazioni soggettive. Sono invece 441 i metri cubi di rifiuti raccolti, di cui una parte smaltita negli impianti di incenerimento. Ma anche in questo caso si è riscontrata un’anomalia. “Gli eventi anomali, presumibilmente dovuti al rilevamento di radioattività presso i portali di controllo degli impianti di incenerimento – scrive la Commissione – sono stati segnalati da 31 strutture. In particolare la Commissione ritiene importante che vengano acquisiti dati sulle attività di controllo, effettuate dai servizi pubblici a ciò deputati, nonché gli esiti degli stessi sulla gestione dei rifiuti all’interno delle strutture e all’esterno, prima dello smaltimento finale”. Perfino le autorizzazioni rilasciate a livello locale aprono ad uno scenario ritenuto “impreciso, frammentato e poco chiaro”. Dunque, neanche un documento istituzionale come quello di una commissione parlamentare non aiuta a trovare delle risposte.

Cercansi inchieste

A quali anomalie si riferisce la Commissione? Perché richiama la necessità di maggiori controlli? “Le ipotesi possono essere due: o tutte le strutture sono in regola o non sono mai state fatte indagini specifiche. E siccome viviamo in un Paese dove la legalità è cosa rara, la prima ipotesi mi sembra troppo azzardata. La seconda è più probabile”. A rispondere è Luca Ramacci, consigliere della III sezione penale della Corte di Cassazione ed ex pubblico ministero esperto in reati ambientali, tanto da aver prestato più di una consulenza alle varie Commissioni bicamerali di inchiesta sui rifiuti ed essere stato membro della Commissione di esperti per la riforma del Testo unico ambientale del 2006, sfociato poi nella Legge sugli eco reati del 2015. Il magistrato, che è anche editore, co-direttore e ideatore della rivista online Lexambiente.it, non ricorda di essersi mai occupato di smaltimento illecito di rifiuti radioattivi medicali, eccetto un’inchiesta condotta in provincia di Napoli sulla contaminazione delle falde acquifere da rifiuti provenienti dall’emodialisi. “All’epoca non esisteva alcuna normativa specifica al riguardo, figurarsi le aggravanti previste oggi”, spiega Ramacci che si trovò nella stessa situazione di stallo quando indagò sulla presenza di fosfogessi radioattivi a Mestre e a Marghera o quando a Venezia furono effettuati controlli su migliaia di rottami ferrosi trasportati su una nave. “Anche in quest’ultimo caso – ricorda Ramacci – non fu disposto alcun sequestro”. Questo accadeva quasi trenta anni fa. Poi la svolta. Forse grazie all’interrogatorio di un pentito di camorra.

Le ecomafie

Nel 1997 Carmine Schiavone, ex cassiere del clan camorristico dei Casalesi, svelò all’allora Commissione parlamentare di inchiesta il business miliardario del traffico di rifiuti pericolosi dal basso Lazio alla Sicilia, passando per Campania, Puglia, Molise e Calabria. Il collaboratore di giustizia raccontò di fusti che contenevano tuolene provenienti da una fabbrica di Arezzo, interrati nel Sud Italia e di camion provenienti dalla Germania che trasportavano fanghi nucleari. Il verbale di Schiavone fu desecretato nel 2013. Frattanto era stata già emanata la direttiva Euratom e il Parlamento italiano cominciò a lavorare a nuove norme di tutela dell’ambiente. Eppure non si accennava ancora ai rifiuti radioattivi, nonostante le indagini avviate sulla morte della giornalista Rai Ilaria Alpi, facessero emergere elementi comprovanti un traffico di armi e rifiuti tossici (soprattutto scorie nucleari) tra l’Italia e la Somalia. “Allora – ricorda l’ex pm – si parlava anche di materiale sanitario smaltito senza rispettare le regole e spedito in Africa, ma non ci sono mai stati riscontri giudiziari”. C’è dunque un vuoto giurisprudenziale in materia di rifiuti radioattivi medicali, nel senso che nessuna inchiesta da prima pagina di cronaca giudiziaria è stata mai condotta. Forse perché – come ipotizza Ramacci – questo genere di rifiuti non si gettava nei vecchi cassonetti della spazzatura né tantomeno oggi segue le regole della raccolta differenziata.

Le indicazioni dell’Iss

Chi è deputato dunque alla raccolta dei rifiuti radioattivi medicali? Le strutture sanitarie: sono loro a dover conservare questi rifiuti in modo da evitare qualsiasi tipo di contaminazione dell’ambiente e delle persone. Lo spiega chiaramente una relazione dell’Istituto Superiore di Sanità che risale al 1985, distinguendo in modo preciso tra i pazienti sottoposti a radioterapie che restano ricoverati nei reparti e quelli che al contrario sono dimessi subito dopo le analisi. Dove vanno a finire i loro escreti contenenti lo iodio-131? Negli scarichi degli ospedali, nel primo caso, in quelle delle abitazioni private nel secondo. In entrambe le circostanze gli scarichi convogliano nell’ambiente, il che spiega le prime precauzioni di sicurezza richieste dall’Iss già 35 anni fa. Oggi le strutture sanitarie hanno un protocollo da seguire per la decontaminazione dei rifiuti molto più rigido rispetto al passato, che prevede l’utilizzo di contenitori ad hoc che consentono al materiale contaminato di perdere con il tempo la propria radioattività prima di essere trasportato nei depositi specializzati. Ma chi controlla che il materiale contaminato finisca realmente in questi contenitori e che non sia invece smaltito come un normale rifiuto? Se finora non si ricordano indagini giudiziarie in materia, vuol dire che davvero le regole sono rispettate o che non si effettuano i controlli dovuti? “Non lo so” ammette Ramacci. “Certo, se non ci sono riscontri è possibile che a monte manchino i controlli. Ma anche questo è un aspetto da valutare”.

I controlli

Qualche controllo c’è e pure qualche irregolarità. A gennaio dello scorso anno il Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei Carabinieri di Torino ha rintracciato in uno studio medico privato due box-contenitori con all’interno siringhe a rischio infettivo. Lo studio medico non si avvaleva di alcuna ditta di trasporto e smaltimento, bensì i contenitori venivano portati e depositati presso una farmacia. Nello stesso mese, in un ospedale di Avellino, i Nas di Salerno sospendevano le attività del reparto di diagnostica per immagini perché utilizzava apparecchiature obsolete e prive della documentazione relativa alla sorveglianza fisica della protezione. A marzo 2019 uno studio dentistico di Torino non aveva stipulato alcun contratto per il trasporto e lo smaltimento di rifiuti pericolosi, mentre ad Ancona in un ambulatorio medico di chirurgia plastica sono stati trovati rifiuti sanitari all’interno di buste di plastica accantonate nello stesso locale utilizzato per gli interventi. Infine ad Alessandria, in provincia di Torino, è stato scovato uno studio medico-odontoiatrico privo del registro di carico e scarico dei rifiuti sanitari pericolosi. Pochi i casi, in effetti, ma sufficienti a far sospettare che una volta usciti dalle strutture sanitarie, pubbliche o private che siano, non tutti i rifiuti sanitari (e radioattivi decontaminati) si sa dove vanno a finire.

Il caso di Castelmauro in Molise

Lo sanno bene gli abitanti di Castelmauro, un piccolo comune di circa 1.700 anime in provincia di Campobasso: qui per 30 anni sono stati “conservati” irregolarmente in una cantina privata circa duemila fusti, ognuno da 50 litri, contenenti materiale radioattivo come il cobalto 60, l’americio 241, il carbonio 14 e il fosforo 32. La cantina, che si trova tutt’oggi nel sotterraneo di un palazzo del centro abitato, apparteneva a un fisico nucleare che nel 1979 aveva ottenuto regolare nulla osta provvisorio per la detenzione di rifiuti radioattivi provenienti da attività industriali, mediche e di ricerca scientifica, tanto che negli anni a seguire le varie ispezioni effettuate nella cantina diedero tutte esito negativo. Questo fino al 1985, quando i vigili del fuoco registrarono il superamento dei limiti di radioattività, escludendo però rischi di contaminazione immediata. Due anni dopo, però, sollecitati da un’interrogazione parlamentare, furono gli ispettori di Enea a fare un sopralluogo nella cantina: trovarono duemila fusti accantonati l’uno sull’altro, impossibili da ispezionare, in uno “scantinato – relazionarono – privo di sistemi di sicurezza e di controllo ambientale”. Si scoprì anche che i fusti contenevano rifiuti radioattivi provenienti dagli ospedali del Molise e di altre regioni d’Italia. Da allora si innescò un processo di carte bollate con il neosindaco del paese che, nel 1995, ordinò al fisico di liberare i locali e di smaltire i rifiuti secondo legge. La Regione Molise, due anni dopo, stanziò oltre un miliardo di vecchie lire per il recupero ambientale; il Tar nel 2000 intimò di rimuovere tutti i fusti e l’Arpa Molise nel 2002 riscontrò “un campo di radiazione, esterna al fabbricato dove c’è la cantina, superiore al limite previsto dalla normativa”. Quando il titolare morì a Cuba nel 2007, nella sua cantina c’erano ancora i bidoni: il fisico nucleare ne aveva allontanati solo 47. L’anno dopo il decesso i suoi familiari rinunciarono all’eredità e inoltrarono un ricorso allo Stato intimando al Governo di rimuovere i fusti e a bonificare l’area. Entrò in scena l’allora commissario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, che nominò un commissario straordinario il quale nel 2010 rimosse i bidoni e bonificò l’area. Tutto con i soldi pubblici e tanti pure: smaltire i rifiuti sanitari radioattivi infatti può arrivare a costare dalle cento alle mille volte in più rispetto ad altri tipi di rifiuti.