Nanoplastiche, servono studi sui loro effetti sulla salute

Plastiche, spaventano quelle “nano”: sono in alimenti, cosmetici e vestiti e potrebbero entrare nelle cellule con effetti sconosciuti. La bufala? L’accanimento sulle “micro”, di dimensioni intermedie, completamente atossiche secondo gli esperti

nanoplastiche

Attualmente produciamo circa 300 milioni di tonnellate l’anno di macroplastiche (cioè di rifiuti di dimensioni maggiori a 5 mm) di cui una gran parte è rappresentata da imballaggi e prodotti monouso. Cosa questo comporti per l’ambiente è ben noto. Meno noto è il rischio che si corre dal contatto con le nanoplastiche, i frammenti più piccoli, che misurano un miliardesimo di metro o meno e che sono parte integrante della nostra quotidianità. Perché si trovano per esempio, negli alimenti, nei cosmetici e nei vestiti.

Nessuna conoscenza

Il motivo per cui dovremmo iniziare a preoccuparcene, come spiegano gli esperti intervenuti al XIX Congresso Nazionale della Società Italiana di Tossicologia (Sitox) in corso a Bologna, è che sappiamo ancora molto poco sulle nanoplastiche. “Non siamo in grado di definire un rischio perché non sappiamo assolutamente nulla – ha commentato l’ecotossicologo Marco Vighi, durante il Congresso – non abbiamo idea delle concentrazioni nell’ambiente e non siamo ancora in grado di misurarle. Non sappiamo se possono entrare nelle cellule e determinare un rischio tossicologico. Si tratta, quindi, di una priorità della ricerca in questo campo”.

Metodi di analisi

Il primo passo consisterà nello sviluppare adeguati metodi di analisi, ad oggi ancora a livello sperimentale. Solo così sarà possibile misurare le concentrazioni – cioè la quantità presente in un dato volume di ambiente – di nanoplastiche. E poi, finalmente, capire se queste particelle possono entrare nelle cellule e danneggiarle. “La speranza è che una volta passata la ‘moda’ delle microplastiche – conclude Vighi – che non determinano rischi tossicologici per l’uomo, la ricerca possa concentrarsi finalmente su macroplastiche e nanoplastiche”.

Allarmismi ingiustificati

L’attenzione mediatica sulla plastica ha generato, negli anni, anche allarmismi ingiustificati. Come quello che riguarda le microplastiche, frammenti che misurano da 5 millimetri a 1 micron, cioè un milionesimo di metro. Il 99% delle microplastiche che ritroviamo nell’ambiente è determinato da plastiche secondarie, che si ottengono cioè dalla frammentazione di rifiuti, fibre provenienti da lavaggi in lavatrice e frammenti di pneumatici, mentre meno dell’1% è costituito da microplastiche primarie, quelle cioè prodotte intenzionalmente dall’uomo come i componenti di alcuni cosmetici.

Effetti trascurabili

Gli effetti per la salute per quanto riguarda queste particelle, sono “assolutamente trascurabili – rassicura Vighi – dal momento che sappiamo che le microplastiche, a concentrazioni realistiche dal punto di vista ambientale, non provocano effetti sull’uomo. Per osservare un effetto dovremmo salire di 2-3 ordini di grandezza, quindi avere concentrazioni 100 o 1000 volte superiori agli attuali livelli ambientali”.

Il progetto Europeo Impasse

Nell’ambito del progetto Europeo Impasse (Impacts of MicroPlastics in AgroSystems and Stream Environments) sono stati misurati la presenza di microplastiche e i possibili effetti sugli organismi viventi nel ciclo agroecosistemi – acque superficiali. Come prevedibile, è stata confermata la presenza di microplastiche nei diversi comparti ambientali che compongono il ciclo. Tuttavia, in nessuno degli organismi acquatici e terrestri saggiati è stato possibile osservare alcun effetto negativo, né a breve né a lungo termine, neppure con esposizioni assolutamente irrealistiche, fino a mille volte superiori ai più alti livelli misurati nell’ambiente.

Previsioni rassicuranti

Ingeriamo abitualmente frammenti di microplastiche e li eliminiamo con le feci e sono atossici, così come le sostanze additive che li accompagnano in virtù della loro quantità irrilevante. Per questo motivo possiamo dire con tranquillità che, pur essendo tutti i giorni a contatto con cibi contenuti in plastiche e con i loro additivi, di fatto non corriamo rischi.Non solo: malgrado l’aumento della concentrazione di microplastiche nell’ambiente, le previsioni per il futuro sono rassicuranti, conclude Vighi: “Secondo i modelli che cercano di prevedere l’evoluzione delle microplastiche nel tempo, il trend fino al 2100 mostra che le concentrazioni di questi frammenti, pur essendo in crescita, rimarranno comunque sotto i livelli di guardia”.