Randagismo e zoonosi, pochi dati e raccolti male non aiutano la prevenzione

Sul tema delle infezioni che afferiscono alla popolazione dei cani randagi (e in generale anche dei domestici) ci sono ampi margini di manovra per migliorare, partendo soprattutto dalla raccolta delle informazioni per approntare strategie a lungo termine su tutto il territorio italiano. Dal numero 4 di AboutPharma Animal Health

Poche idee e a volte confuse. In Italia non c’è solo sottovalutazione dei rischi infettivi tra popolazioni canine e l’uomo, ma anche poca cultura dell’informazione ai fini di prevenzione. Molto è lasciato alle Regioni, alcune delle quali hanno dei piani di sorveglianza, tuttavia il quadro generale è ancora carente di azioni incisive e definitive per tutelare la salute di uomini e animali. Ne ha parlato Laura Arena, medico veterinario esperto in comportamento e benessere animale, gestione delle popolazioni vaganti e scienze forensi veterinarie nonché responsabile scientifico di “Stray dogs project”, associazione attiva nella ricerca e nello studio dei cani di strada in Italia e all’estero.

Nel quadro del fenomeno del randagismo, quali sono le zoonosi più frequenti e pericolose per gli animali?

Le principali zoonosi del cane nell’ambito delle popolazioni di randagi sono le stesse trasmissibili in ambiente domestico. Tra le principali zoonosi del cane, a parte la rabbia urbana, in Italia eradicata ormai da tanti anni, possiamo enumerare la leptospirosi, la leishmaniosi, la giardiasi, la toxocariasi, la rogna e le micosi per esempio. In generale, le zoonosi possono essere trasmesse per via diretta (contatto con l’animale infetto) o per via indiretta tramite l’ingestione di alimenti contaminati (verdura, carne, uova, ecc.), l’ambiente contaminato (acqua, suolo, oggetti inanimati, ecc.) o tramite vettori (ad esempio: zanzare, flebotomi, pulci, zecche, ecc.). In un ciclo che veda il cane randagio come ospite, vi sono numerosi fattori ambientali e comportamentali da considerare e che influiscono sulla trasmissione delle malattie tra gli animali e tra gli animali e l’uomo. Tra di essi possiamo citare: l’endemicità della malattia, la probabilità che l’uomo venga a contatto con l’ambiente contaminato dal cane randagio, la tipologia di cane, in termini di comportamento e distanza dall’uomo, e l’attitudine dell’uomo verso di essi e verso l’ambiente stesso. Le zoonosi trasmesse dai randagi sono importanti quando ci riferiamo a zone spiccatamente antropizzate, come per esempio parchi urbani o le vie delle città, e un’importante via di trasmissione sono per esempio le feci e le urine ivi depositate. Un altro importante contesto da considerare è quello delle morsicature. Esse possono potenzialmente trasferire agenti d’infezione, come per esempio il batterio capnopcytophaga, però anche in questo ambito bisogna considerare che la reale prevalenza di morsicature provocate da randagi è molto bassa e altamente sovrastimata all’ora della dichiarazione del soggetto morsicatore, spesso per tutelare animali di proprietà non controllati o aggressioni avvenute in ambiente domestico, a discapito dei randagi.

C’è una sottovalutazione delle zoonosi canine?

Nell’ambito del controllo del randagismo, vi sono Regioni o aree territoriali virtuose che prevedono dei piani di sorveglianza per alcune malattie, come per esempio per la leishmaniosi. A oggi vi è però una generale carenza di raccolte dati accurate e di studi sistemici di prevalenza e di incidenza sul territorio nazionale. Testare i soggetti all’entrata dei canili per le principali malattie permette di avere un quadro della realtà territoriale, e quando si è in grado di definire la provenienza del soggetto, se di proprietà vagante o randagio propriamente detto, la valutazione sarà più accurata. Possiamo affermare che a oggi non esiste una stima affidabile della prevalenza delle zoonosi o delle patologie dei cani nelle popolazioni di randagi e non vi è un reale quadro statistico sulla loro diffusione e trasmissione.

L’attuale sistema di monitoraggio e controllo dei gruppi da parte delle pubbliche amministrazioni presenta delle criticità? Quali strategie possono essere messe in campo?

Il grande buco nero nell’ambito del controllo del randagismo è il concetto stesso di controllo. È scientificamente studiato come il modo più efficace e meno dispendioso per contenere il fenomeno sia la prevenzione, e come l’unico modo corretto per fare prevenzione sia una pianificazione strategica e puntuale delle azioni basate su una realistica conoscenza della realtà territoriale. Quando una prevenzione mirata viene soppianta da piani di controllo disarmonici, si stanno sprecando risorse e tempo. Riportiamo l’esempio delle sterilizzazioni e delle reimmissioni sul territorio, ove previste dalle leggi regionali. Se vengono effettuate su un numero non strategicamente pianificato di cani, e in un territorio a demografia non nota, esse saranno inefficaci in termini di controllo della popolazione canina. In Italia mancano censimenti dei randagi e una stima sulle fonti delle popolazioni vaganti.

Quindi è più difficile prevenire senza dati di supporto

Il concetto di prevenzione si basa sui piani d’azione, ispezioni da parte delle autorità competenti (ad esempio sull’identificazione e registrazione dei cani padronali) e sulla collaborazione e l’osservanza da parte dei cittadini su tematiche del possesso responsabile. In parallelo vi è il sistema canili la cui gestione in Italia, ad eccezione di alcune realtà virtuose, è purtroppo scadente in termini di benessere animale e di adeguatezza del numero e della qualità delle adozioni. Una blanda pianificazione delle strategie e un basso livello di compliance da parte dei cittadini rendono i piani di controllo poco efficaci a medio-lungo termine.

Nel caso di convivenza tra più specie in un habitat specifico (si pensi alle zone rurali quindi in presenza di pollame, cinghiali e altri animali selvatici) quanto è alto il rischio di contagio tra e per gli animali e (nel caso) per l’uomo?

Vi sono alcune zoonosi tipiche e specifiche dell’ambiente rurale. Tra esse la zoonosi che ha fatto da modello per l’efficacia delle strategie di prevenzione è l’echinococcosi/ idatidosi. All’interno del suo ciclo essa prevede il cane come ospite definitivo e la pecora come ospite intermedio. L’uomo è invece definito ospite intermedio accidentale. La trasmissione avviene nel momento in cui viene lasciato che i cani ingeriscano organi di pecore infestati (fornendoglieli direttamente come alimento o abbandonando gli organi degli animali macellati e i cadaveri degli animali deceduti). Il cane a sua volta, tramite le feci, contaminerà l’ambiente, e gli ospiti intermedi verranno a contatto con le uova del parassita per ingestione. Questo quadro riguarda principalmente i cani da pastore, ma anche i cani vaganti possono essere coinvolti. A tal proposito possiamo evidenziare come una corretta prevenzione, focalizzata sulla profilassi degli ospiti definitivi da un lato e la formazione/ informazione dei pastori dall’altro, sia stata un punto chiave nella diminuzione dell’incidenza di questa malattia.

E la selvaggina?

Per ciò che concerne la relazione tra cani randagi e selvaggina, essa è quasi ininfluente in termini di diffusione di agenti patogeni. Bisogna ricordare che i cani non sono cacciatori specializzati e difficilmente entrano in contatto con prede selvatiche. Pertanto, il ruolo del cane nel ciclo di malattie in ambito rurale riguarda principalmente gli animali domestici e molto spesso è favorito dal comportamento dell’uomo.

Il tema dell’antibiotico-resistenza sta interessando tutto il mondo della veterinaria. Qual è lo scenario nel campo cinofilo, specialmente per cani vaganti e randagi?

Per ciò che concerne gli animali da compagnia essa sta avendo una grande importanza in ambito clinico. Si può riportare il caso dell’antibiotico resistenza ormai comprovata per infezioni di numerosi agenti patogeni come, per esempio, nel caso delle infezioni del tratto urinario. Per ciò che riguarda i cani randagi, ci sono pochi studi che hanno approfondito la tematica ma in generale, dai risultati ottenuti, si può affermare che la frequenza della resistenza agli antimicrobici, per quelli principalmente testati, è generalmente più alta nei cani di proprietà rispetto ai cani randagi.

Voi avete in atto progetti in questo ambito?

L’Associazione di promozione sociale (Aps) “Stray Dogs” porta avanti numerosi progetti, a livello nazionale e internazionale. Il focus è quello di una corretta informazione sulla relazione uomo-cane rivolta ai cittadini e una collaborazione sinergica con tutti gli attori della prevenzione e del controllo del randagismo. Per esempio offriamo supporto nei piani d’attuazione tramite censimenti delle popolazioni di randagi e campagne di sensibilizzazione. Un progetto interessante che partirà nel 2020, e che vedrà una ricca rete di collaborazioni, è un progetto che riguarda i cani da pastore nel territorio del Parco nazionale dell’Abruzzo, del Lazio e del Molise con il fine di rivalorizzare la figura del cane da pastore e da guardiania in ambito rurale, oltre che una corretta convivenza con essi per tutti coloro che vi entrano in contatto, come gli allevatori (proprietari e limitrofi), i turisti, l’Ente Parco, eccetera. In questo scenario l’informazione sulla prevenzione di alcune malattie avrà il suo ruolo e sarà svolta grazie alla cooperazione con i servizi veterinari.