Elezioni Confindustria, stavolta il life science punta alla presidenza

Carlo Bonomi potrebbe essere il primo esponente del mondo delle scienze della vita a salire sul gradino più alto della massima associazione imprenditoriale, rappresentando il peso e il valore di un’area strategica per l’economia e la società italiana. *Dal numero 176 del magazine

Confindustria

Carlo Bonomi, già a capo di Assolombarda, potrebbe essere il primo esponente dell’industria della salute a salire sul gradino più alto della massima associazione imprenditoriale, rappresentando il peso e il valore di un’area sempre più strategica per l’economia e la società italiana. La sfida, ancora una volta, è per la crescita

Lei potrebbe essere il primo presidente di Confindustria espresso dalla cosiddetta “industria della salute”. Cosa vuol dire e in che modo il settore può essere trainante e d’esempio per il manifatturiero italiano?

Preferisco parlare di life sciences: è un settore importantissimo. Tutta la filiera vale oltre 207 miliardi di fatturato e mette insieme qualcosa come 1,7 milioni di addetti. Si tratta di un’eccellenza ancora sottovalutata: solo limitandoci al medtech non tutti sanno che il distretto di Mirandola, in provincia di Modena, per capacità di ricerca, fatturato complessivo e volumi produttivi è il secondo al mondo dopo quello di Minneapolis. Eppure, non ha le attenzioni che merita.

Nel senso che?

Non abbiamo l’Alta velocità, né una tangenziale: a settembre, per esempio, quando c’è la vendemmia, capita di impiegare ore per percorrere pochi chilometri. Eppure, riusciamo a essere un’eccellenza nonostante forti gap competitivi. Il medtech fa ricerca e sviluppo, impiega capitale umano di alta qualità, fa parte di una filiera che può renderci attrattivi per tanti Paesi e che può muovere tantissimo indotto, penso al turismo sanitario. Nonostante tutto in Italia le imprese delle life sciences hanno un potenziale che non è sufficientemente sostenuto e valorizzato, tranne quando arriva il coronavirus e si scopre che anche in Italia si fa ricerca di altissimo livello. La ricerca – si sa – non può essere programmata oggi per domani e bisogna avere il coraggio di investire anche se i risultati non sono prevedibili. Se guardiamo ai numeri, le nostre Pmi investono il 10% del fatturato in ricerca.

Una scelta obbligata? Forse sì perché operano all’interno di complesse catene ed esportano tantissimo. Ma ripeto, è un settore che può dare tanto all’Italia: conoscenza, competenza, capacità di sviluppo e produttive. Ricordo che quando c’è stato il terremoto a Mirandola tutti pensavamo che le multinazionali se ne sarebbero andate. Invece sono rimaste, hanno reinvestito e alcune hanno addirittura ingrandito gli impianti perché hanno riconosciuto la capacità e il valore del distretto.

Questo mancato “riconoscimento” riguarda anche l’ambiente confindustriale?

Storicamente i settori più rappresentativi sono stati il metalmeccanico, il chimico, l’alimentare… Oggi le filiere si stanno trasformando: ci sono settori che stanno crescendo molto e settori nuovi. Non è il caso quindi di contrappore una filiera all’altra ma semmai di seguire le trasformazioni in atto. Un esempio? Oggi non parliamo più di metalmeccanico ma di meccatronico. La produzione farmaceutica italiana ha superato quella della Germania. Stiamo diventando importanti a livello mondiale.

Quali istanze “peculiari” del settore si sente di rappresentare?

Innanzitutto, il sostegno alla R&S. È fondamentale ed è uno dei principali driver per rimanere competitivi nel futuro di chi vuole fare impresa. Tuttavia, se solo considero le ultime tre leggi di Bilancio che regolarmente hanno modificato il credito d’imposta per la ricerca e sviluppo capisco che abbiamo un grosso problema: ci serve stabilità. nostri programmi non sono a un mese o due ma devono potersi spalmare su decenni. Necessitano di piani finanziari a supporto che implicano investimenti importanti su tutto il settore delle life sciences. E i piani si fanno rispetto alle leggi vigenti, se le cambi non fai gli interessi dell’industria. C’è un altro aspetto da considerare. Nel sistema sanitario l’approccio di cura richiede interventi sempre più personalizzati, che a loro volta richiedono ingenti investimenti. Basti pensare alle risorse e all’impegno necessari per far fronte alla ricerca e alla cura delle malattie rare che scopriamo ogni giorno.

La strada indicata dai più è quella di creare collaborazioni pubblico- private. Con lo Stato che in varie forme si accolli pezzi rilevanti della ricerca, lasciando all’industria lo sviluppo. Condivide la prospettiva?

In generale, una grande alleanza pubblico-privata, trasversale a tutti i settori, è fondamentale per questo Paese. In particolari aree il pubblico può realizzare interventi determinanti – e le scienze della vita sono tra queste – ma oggi ancora non li vedo.

Questione di risorse?

Non direi. Il Cnr fa ottime ricerche ma sono scollegate dall’industria. Dovremmo capire come creare una relazione e in tanti anni non ci siamo mai riusciti, l’alleanza è molto difficile.

Eppure gli esempi non mancano. Tra industria farmaceutica, biotech e medtech il privato ricorre regolarmente alle strutture pubbliche (ospedali, università) per sviluppare e testare la sua tecnologia…

Certo, questo funziona, ma dobbiamo fare un salto di qualità su scala più grande. Anche la mia azienda ha un’ottima collaborazione con il Bambino Gesù di Roma. Insieme abbiamo studiato e prodotto un sondino, che ha appena ottenuto il marchio CE, per il trattamento conservativo dinamico delle stenosi esofagee benigne che in pratica permette di ricreare la mucosa gastrica danneggiata da ingestione accidentale di sostanze tossiche. Così i pazienti, soprattutto i bambini, tornano a essere indipendenti nell’alimentazione e non c’è più bisogno di intubarli. Ecco, se avessi guardato solo al business non lo avrei mai realizzato perché a beneficiarne (fortunatamente) sono pochi pazienti, quindi manca il ritorno economico. Ma restituire una vita normale anche a un solo bambino è tantissimo. In questo l’alleanza pubblico-privata vuol dire molto: siamo riusciti perché c’è stata la spinta del pubblico a chiederci di sviluppare il prodotto e abbiamo lavorato insieme.

Il mondo del medtech è composito e solo nell’ultimo anno – non senza difficoltà – la vostra rappresentanza confindustriale ha incluso anche altri settori. Come valuta il processo in corso? La concentrazione di imprese è riproponibile in altri ambiti?

Confindustria Dispositivi Medici sta rappresentando un grande passo avanti e consente di ragionare su geometrie diverse. Ormai le aggregazioni, più o meno, il nostro settore le ha assorbite e anche il nostro sistema di rappresentanza deve ragionare in ottica di filiera. Credo però che il farmaceutico rimarrà sempre a parte, ha caratteristiche di settore molto specifiche ed è molto connotato dalla presenza di multinazionali con esigenze completamente diverse.

Avendo rapporti stretti con il Ssn e la pubblica amministrazione, fatalmente molti temi di rivendicazione sono comuni all’interno dell’industria dell’healthcare, a partire dalla gestione delle gare di appalto…

Lì finalmente la transizione tra maggior ribasso e ricerca della qualità ha fatto passi avanti. Tema questo che individua un altro aspetto molto rilevante dell’alleanza pubblico-privata: come sviluppare la capacità della Pa a comprare qualità. È ormai chiaro che quando si parla di sanità occorre guardare anche alla qualità dei servizi erogati. Negli ultimi anni si è andati per tagli lineari; invece il mondo della medicina sta cambiando completamente, virando verso la medicina personalizzata. A non capirlo si penalizzano i pazienti.

Questo cauto ottimismo a cosa è dovuto? Ha qualche risultanza?

Sono ottimista di natura, altrimenti non potrei essere un imprenditore.

Però ci sono tante gare che vanno deserte, perché non sono remunerative…

È vero, ma la soluzione interpella tutti e non è un problema solo nostro. A Davos, dove mi trovavo qualche settimana fa in occasione del World Economic Forum tra i tanti argomenti trattati, parlando di sostenibilità, seppure in sordina, è stato detto che tutti i Paesi sono in forte pressione sui servizi sanitari. Per i motivi più o meno noti (es. costi dell’assistenza ai cronici, terapie innovative, piramide anagrafica rovesciata etc.) è in corso una riflessione mondiale per capire come modificare i servizi sanitari per rispondere alle nuove esigenze. In Italia abbiamo un modello di welfare sociale che tutti ci invidiano. Non credo che la nostra società potrà accettare di rinunciarvi.

Però il modello della medicina 4P, con cure molto personalizzate e specifiche, quindi molto costose, rischia di essere troppo selettivo rispetto alle necessità della popolazione. Bisogna pur pagare cure che pesano come manovre finanziarie…

Infatti, va rivisto completamente il sistema ma sono fiducioso. La traiettoria è quella, non possiamo che adeguarci.

Veniamo ad altre note dolenti. L’Istat ha sancito che la produzione industriale 2019 è scesa del 1,3%. A fine anno mai così male dal 2013, con un – 4,3% rispetto allo stesso periodo del 2018. Anche il farmaceutico soffre (-5,4%) che pure ha caratteristiche anticicliche. Le sue valutazioni?

Cerco di sganciarmi dalle dichiarazioni politiche, ma ricordo che come Assolombarda, già nel 2017 dicevamo che, considerati i dati mondiali, l’Italia sarebbe entrata in recessione. E ci hanno chiamato gufi. Poi nel 2018 abbiamo detto: attenzione, stagnazione in vista. E così è stato. Da un po’ sostenevamo che i numeri della produzione industriale sarebbero stati pessimi e da ben due manovre finanziarie stiamo insistendo in maniera ossessiva sul fatto che occorra fare interventi mirati alla crescita. E invece…

Invece?

Ci siamo trovati difronte a interventi mirati al dividendo elettorale. Reddito di cittadinanza? Abbiamo sempre detto che la parte afferente al contrasto alla povertà andava benissimo (anche se poteva essere migliorata) ma che non poteva rientrare nella politica attiva del lavoro. Quota 100? Non è quella la strada. Ci avevano detto che per ogni dipendente che andava in pensione se ne assumevano tre ma la Banca d’Italia ha certificato che “l’impatto di queste misure sull’occupazione complessiva sarebbe nell’ordine di -0,4 punti percentuali”: non abbiamo avuto neanche l’effetto sostitutivo. Insomma, le misure non stanno funzionando. Stiamo bruciando risorse – e questo Paese non ha risorse infinite – in provvedimenti che hanno finalità solo elettorali.

In una recente intervista al Corriere della Sera è stato molto duro con il governo: Paese fermo e assente dalle partite che contano (digitalizzazione, trasferimento dei dati). La stessa accusa l’aveva mossa tempo fa sul nostro giornale il direttore generale dell’Ema Guido Rasi, circa la mancanza di una politica industriale sul farmaco, nonostante l’Italia fosse un player importantissimo in Europa…

Il problema esiste. La presenza italiana ai tavoli internazionali è fondamentale. Quando si decidono le politiche industriali a livello europeo noi dobbiamo essere lì. Non possiamo sempre lasciare il campo a Francia e Germania. Dopo non possiamo lamentarci se di volta in volta le nostre istanze non sono riconosciute: una volta chiusi gli accordi con i 27 Paesi non è che si riaprono. Ribadisco che bisogna pensare a politiche finalizzate agli investimenti che traguardano il futuro di qui al 2030, al 2050, poi è ovvio che ci sono interventi contingenti da realizzare…

Ne dica uno.

Il primo esempio che viene ovviamente in mente riguarda il coronavirus che sta determinando un forte impatto su tutta la nostra economia. Bisogna ragionare sulle misure che il Governo dovrà adottare. Al di là di ciò, io vorrei un Paese che mi dica qual è l’agenda sulla transizione energetica e tecnologica. Oggi andiamo a velocità inimmaginabili e il baricentro delle potenze industriali si sposta sempre più verso Est. Noi italiani, pur piccoli, sulla tecnologia possiamo giocarcela alla grande ma dobbiamo essere nelle sedi internazionali quando si discutono i temi dell’industria 4.0. E oggi non è così.

Ne è proprio sicuro?

Certamente. Sempre a Davos si è parlato di creare uno standard internazionale per la trasmissione dei dati relativi agli impianti produttivi. Oggi ogni paese e ogni produttore segue un proprio modello, ma sarebbe necessario mettere in connessione i dati mondiali. L’Italia è il più grande produttore globale di macchine utensili ma non c’era presente nessuno… Lì però si disegna il futuro e se siamo sganciati non andiamo da nessuna parte. Analogamente avremmo dovuto presidiare la discussione sul passaggio dai motori endotermici a quelli elettrici. Invece abbiamo fatto un grandissimo autogol: si stanno ridisegnando le filiere a livello mondiale e noi non ci siamo, si parla di tecnologie driveless e noi siamo fuori.

Tornando all’industria life sciences, oggi la grande discussione globale riguarda i big data, il loro uso, trasferimento, localizzazione. Che ruolo sta giocando l’Italia?

Non mi pare che se ne parli granché. Oggi dove sono i dati? Su quale server, cinese o americano? Per noi non è il massimo… Creare invece un cloud europeo è di grande interesse strategico. Proprio sui dati sanitari ci giochiamo veramente tantissimo. Altrimenti per far progredire la ricerca scientifica – penso alla genetica, alla genomica – dipenderemo eternamente dagli altri. (Va precisato che questa intervista è stata raccolta dieci giorni prima che la Commissione europea presentasse il 19 febbraio scorso il suo piano da un miliardo di euro per la creazione di un unico spazio cloud e di servizi digitali proprio per favorire la connessione tra industria manifatturiera, sanità e amministrazione pubblica, con tanto di sostegno allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, della robotica e del quantum computing, n.d.r).

L’industria della salute ha davanti a sé le sfide dell’innovazione, del future of work, della ricerca e attrazione di competenze, oltre che della sostenibilità finanziaria. C’è una ricetta per tenere insieme il tutto?

La voglio semplificare: prima bisogna decidere se vogliamo ancora fare industria in Italia o no. La mia sensazione è che in questo Paese stia ritornando un forte sentimento anti-industriale. Si sta facendo passare l’immagine di un’impresa che sfrutta, inquina, corrompe. Invece la nostra industria sta investendo con forza rispetto all’Agenda 2020. Siamo leader in Europa per sostenibilità ambientale e tra i primi Paesi dove le emissioni di CO2 stanno maggiormente diminuendo rispetto alla media Ue. I norvegesi considerati bravissimi sono molto dietro di noi. Abbiamo bisogno che ci sia un “racconto” diverso della nostra industria perché le risorse di questo Paese passano inevitabilmente da noi: vogliamo più occupazione, che i nostri talenti non vadano all’estero o che tornino in patria?

Tutto questo non può che passare dalla crescita dell’impresa, che va considerata come attore sociale e non solo economico. Crea coesione e quella ricchezza poi distribuita che permette di avere il welfare che tutti ci invidiano. Se per ideologia pensiamo che l’industria sia brutta, sporca e cattiva non facciamo il bene del Paese. Il life science credo abbia la più alta occupazione di skill medio alti e la maggior presenza femminile (43% la media sul totale occupati con trend in ascesa, n.d.r). Anche per questo è un settore di grande valore per l’Italia.

A proposito di innovazione. L’ultima legge di bilancio sostituisce industria 4.0 con un credito d’imposta più articolato finalizzato all’ammodernamento. Il suo giudizio?

È in chiaroscuro. Alcune cose sono positive perché si amplia la platea dei beneficiari. Altre negative: ha cambiato completamente i criteri per le spese agevolabili, introducendone alcuni di difficile applicazione.

Come sta uscendo il life science dagli anni duri della crisi economica?

Il nostro è un mercato che cresce, anche se di poco, perché molto legato alle esportazioni. Sostanzialmente abbiamo continuato a investire, anche se oggi molti colleghi fanno altre valutazioni per le condizioni più favorevoli che propongono Paesi confinanti come Austria e Svizzera.

Però una battaglia, per il momento, l’industria l’ha vinta. Plastic tax e sugar tax – presenti nella bozza della legge di Bilancio – sono state rimodulate e rimandate. I dispositivi medici in particolare erano già stati esentati…

Fortunatamente. Ma nella prima versione erano dentro, tranne le siringhe. Comunque, il merito è stato di tutta la filiera che l’ha fatta capire al governo…

Che cosa?

Se la finalità voleva essere quella della sostenibilità ambientale andava affrontata in altra maniera. In realtà al governo interessava solo il gettito di cassa.

Lei ha una delega confindustriale in materia fiscale. Come sta impattando sulle imprese la legge di conversione 157 di dicembre 2019 che estende l’ambito della 231 ai reati tributari e ambientali?

Questo provvedimento è devastante a riprova del fatto che la Giustizia in Italia è un grande problema (penso alla recente sentenza di assoluzione della Corte di Appello di Taranto Riva-Ilva). Assimilare i reati fiscali e ambientali a quelli di mafia, con tanto di sequestro preventivo della società, ci mette nelle condizioni di dover pagare anche quando abbiamo ragione: il rischio del sequestro è talmente sproporzionato rispetto al presunto reato che non può essere sostenuto. E poi non hanno senso le soglie uguali per tutti, indipendentemente dalle dimensioni della società. Centomila euro per un’azienda che fattura due milioni è un conto. Per una che fattura miliardi è un altro.