Covid-19, anche i test sierologici avranno una loro utilità

I test molecolari eseguiti in Italia dall’Istituto Spallanzani di Roma e dai centri regionali selezionati, nonché quelli più rapidi (in arrivo) approvati dalla Fda, sono gli unici che possono fornire una diagnosi. Ma a breve i test anticorpali – sviluppati in collaborazione con il centro romano – saranno di aiuto, soprattutto nel caso di soggetti asintomatici

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Si è parlato molto in questi ultimi giorni di emergenza da Covid-19 di test rapidi per la diagnosi, che sul modello della Corea del Sud e del Veneto, se eseguiti su larga scala, sembrerebbero essere una delle strategie vincenti. Ma ci sono test e test, ed è necessario saper discernere, pena ottenere risultati falsati e inutili se non controproducenti. Appena pochi giorni fa il Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile ha sottolineato come gli unici esami, al momento in grado di fornire risultati sufficientemente attendibili e di comprovata utilità, sono quelli basati sull’identificazione del Rna virale nel materiale ottenuto dal tampone rino-faringeo. E i test sierologici?

Potrebbero essere un aiuto alla diagnosi. Non sostituiscono i test molecolari ma sono complementari, soprattutto nel caso di soggetti asintomatici. È quanto riferisce l’Istituto nazionale malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma che in questi giorni ha firmato un accordo con la società Diesse diagnostica senese, per lo sviluppo di test sierologici per la diagnosi di Covid-19. I test in fase di sviluppo saranno disponibili a fine aprile e consentiranno di eseguire studi epidemiologici sulla diffusione del Sars-cov-2, su cui al momento le informazioni a disposizione sono ancora limitate.

“Nel dettaglio, sono già disponibili diversi test per la rilevazione di anticorpi di classe IgM e IgG Anti-Sars-Cov-2” spiega Antonio Cascio, ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Palermo e componente del direttivo della Società italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit). “Ma possono identificare solo casi in cui gli anticorpi si sono già sviluppati (da 2 a 8 giorni dopo l’esordio dei sintomi per IgM, ancora di più per IgG). Non sono in grado quindi di rilevare precocemente le infezioni da Cov-2, per scarsa sensibilità e la necessità di un secondo test a distanza di giorni. Mentre le IgM potrebbero risultare positive per settimane dopo la guarigione”.

La rete di centri per la diagnosi

Al momento quindi gli occhi restano puntati sui test molecolari, gli unici in grado di dare una diagnosi certa. A confermalo è anche Cascio che spiega ad Aboutpharma che la metodica attualmente in uso sia quella “classica” indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità e validata dal ministero della Salute. Test che richiede qualche ora come spiega l’esperto: “Il tempo in macchina per il test Seegene (attualmente impiegato) sul singolo campione, è di un’ora per l’estrazione dell’acido nucleico virale. A cui vanno aggiunte due ore per l’amplificazione del bersaglio molecolare e  almeno mezz’ora per il trattamento del tampone”.

In principio la metodica veniva effettuata solo dall’Istituto nazionale malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e da alcuni centri periferici selezionati. I quali che erano obbligati a inviare i risultati allo stesso Spallanzani o all’Istituto superiore di sanità (Iss) come controprova.

“Ma con l’epidemia di Covid-19 c’è stata una novità – aggiunge Cascio – sono stati promossi i laboratori satellite, vista la buona concordanza tra i loro risultati e quelli ottenuti a livello centrale. Esentandoli così da un doppio controllo, dispendioso e inutile in questo momento. Al crescere dei numeri poi, i centri periferici di riferimento, che hanno lavorato bene, sono diventati a loro volta centri di validazione per nuovi centri regionali selezionati a cascata”. In modo da aumentare il numero dei laboratori dove eseguire le analisi e velocizzare la procedura.

Un tampone non così semplice

Come si è detto diverse volte in questi giorni il problema dell’eseguire uno screening su larga scala di tamponi, non dipende tanto dalla disponibilità del materiale, ma soprattutto dei laboratori abilitati e del personale qualificato. Anche un “semplice” tampone, come spiega Cascio, “tanto semplice non è”, perché richiede una certa pratica da parte dell’operatore (che può essere un medico, un infermiere o un biologo) che deve eseguirlo nella maniera corretta, “inserendo il tampone fino in fondo, superando le coane nasali fino alla parete della rinofaringe”.

“La sensibilità del test – continua – dipende anche da come è stato fatto il tampone. Se lo striscio nelle narici non è fatto bene, non si preleva un campione significativo e il risultato è falsamente negativo. È importante anche la preparazione del tampone, che deve essere fatta fisicamente da un operatore sanitario. Il quale, tra le altre cose, deve proteggersi bene, perché è pericoloso”.

Non basta inoltre un tampone qualunque ma uno apposito per la Pcr (reazione a catena della polimerasi, tecnica di biologia molecolare che consente la moltiplicazione di frammenti di acidi nucleici, come l’Rna virale, per le successive analisi), che contiene una sorta di liquido in grado di mantenere nelle migliori condizioni il virus, se presente. “Se non si usano i tamponi giusti – precisa Cascio – il rischio è che superate le tre ore il materiale biologico si secchi e infici il risultato del test. Al di là di avere apparecchiature sofisticate, servono tamponi idonei e persone qualificato che li processino”.

I test approvati della Fda

A breve poi, anche in Italia arriveranno due nuovi test molecolari, rapidi, entrambi approvati dalla Food and drug admnistration con autorizzazione all’uso di emergenza. Il primo sviluppato da Diasorin consente un rilevamento rapido, in poco più di un’ora (a cui bisogna aggiungere il tempo del trattamento del tampone che richiede almeno un’altra mezz’ora) rispetto alle sette richieste attualmente dalle tecnologie tradizionali di estrazione e amplificazione. Secondo quanto riporta la società, il test è progettato per l’uso su un dispositivo specifico progettato da Diasorin (Liason mdx), e può essere implementato nei laboratori diagnostici ospedalieri, evitando la necessità di inviare il campione da analizzare ad altri centri di riferimento esterni, consentendo così l’esecuzione del test nel luogo in cui si trova il paziente.

Allo stesso modo quello sviluppato da Roche sarà effettuato su sistemi completamente automatizzati della stessa società svizzera (cobas 6800/8800), che non richiedono un intervento manuale una volta che l’operatore ha iniziato il test e forniscono i risultati in circa 3,5 ore (in un singolo turno di 8 ore il sistema cobas 6800 è in grado di eseguire circa 400 test e cobas 8800 circa 1000 test).

In questi casi come afferma Cascio la validazione della Fda garantisce una prova di validità per i centri italiani, che possono usare le nuove metodiche senza doverle validare a loro volta. Senza dubbio un vantaggio come riferisce l’esperto, perché essendo rapidi e maggiormente automatizzati portano a una riduzione dell’errore umano.  “I sistemi automatizzati possono gestire una grande quantità di tamponi e lavorare h24: sarà un grande valore aggiunto” afferma. “Ora il test viene eseguito dall’operatore, che ha però dei limiti quantitativi, mentre un apparecchio con una grande automazione per tantissimi campioni cambia la prospettiva”.

E i test anticorpali?

Altra cosa sono invece i test basati sull’identificazione di anticorpi (sia di tipo IgM che di tipo IgG) diretti verso il virus Sars-cov-2, al momento messi al bando dal Cts. “Perché non possono essere usati a scopo diagnostico ma solo per condurre ricerche o studi epidemiologici” conclude Cascio. “Possono dare falsi positivi o negativi. Inoltre una persona che si infetta e che potrebbe avere il virus nella mucosa nasale, all’inizio potrebbe non avere ancora anticorpi.  Non è chiaro quanto potranno essere utili in questa fase, ma iniziare a usarli nei centri di ricerca, di riferimento e nelle università può essere utile per seguire l’andamento dell’epidemia e per saggiarli, per capire come possono essere usati”.

l’Istituto Spallanzani, validatore di test

Ne è conferma il recente accordo tra l’Istituto Spallanzani e la società toscana Diesse per lo sviluppo di test sierologici per la diagnosi di Covid-19.  Maria Rosaria Capobianchi, direttrice del laboratorio di Virologia dello stesso Istituto romano, scrive in una nota stampa come, proprio in virtù di istituto di ricerca e cura a carattere scientifico, il centro è anche impegnato nella messa a punto e validazione dei test diagnostici per le infezioni emergenti.

“Nella attuale contingenza, l’Istituto è interlocutore privilegiato delle aziende impegnate nell’allestimento di nuovi test molecolari e sierologici relativi al nuovo coronavirus, e fornisce supporto scientifico nella validazione delle performance dei nuovi test” riporta ancora Capobianchi. “L’accordo con Diesse si inserisce in questo ambito e ci consentirà di avere a disposizione un ulteriore strumento per migliorare la risposta diagnostica a questa emergenza e capire meglio i meccanismi del contagio”.

I kit diagnostici di Diesse non appena disponibili, saranno utilizzati per eseguire uno screening di massa in Toscana – dapprima su medici, infermieri e operatori sanitari, e quindi sui 60 mila dipendenti della sanità toscana e su quelli della sanità privata – come annunciato dal governatore Enrico Rossi. La Regione comincerà lo screening con le tecnologie già disponibili per proseguire poi con i kit sierologici (che non sostituiranno i tamponi nella diagnosi) che a breve l’azienda senese metterà a disposizione.