Emergenza nuovo coronavirus: prendere appunti oggi, ma ricordando ieri

La situazione sanitaria attuale impone a tutti dei quesiti, uno su tutti cosa accadrà dopo. Ma se si vuole guardare al futuro bisogna tenere d'occhio anche cosa è accaduto nel passato. L'editoriale del numero 177 del magazine

Tra le domande più oziose e ricorrenti in queste settimane pandemiche ne spicca una su tutte: quella che indaga (e con chi poi?) cosa sarebbe successo se il grande focolaio di Sars-Cov-2 fosse divampato in una qualunque regione del Sud anziché in Lombardia, Emilia Romagna o Veneto.Una domanda quattro volte evitabile.

Divisione Nord-Sud

La prima perché il pericolo è sempre dietro l’angolo, la seconda perché ha già una tragica risposta, la terza perché distrae da magagne ed errori che pure sono stati commessi sopra il Po, la quarta perché subdolamente introduce l’ennesimo elemento divisivo Nord-Sud senza presupporre una vera riflessione sull’origine delle disuguaglianze sanitarie (quelle che rappresentano la permanente emergenza di questo Paese e che rendono conto di un’aspettativa di vita sensibilmente più bassa al Sud). Covid-19 sta mettendo in crisi i rapporti tra Stati e il concetto stesso di Unione europea. Figuriamoci quelli tra Stato e Regioni, mai idilliaci, in verità.

Centralismo sanitario?

Tanto che qua e là sta rispuntando una mai sopita voglia di centralismo sanitario, bocciata dal referendum sul Titolo V del 2016 (“il regionalismo ha fallito” dichiara tranchant la presidente della Società italiana di Anestesia nell’intervista di copertina del nuovo numero del magazine), ma che oggi è rinvigorita dalle quotidiane azioni del Governo, della Protezione Civile e dell’Istituto superiore di Sanità. Non c’è attore del sistema salute italiano, pubblico o privato, che non stia sperabilmente prendendo appunti sulle cose da fare per evitare che in futuro si ripetano con queste modalità e dimensioni le morti in terapia intensiva, nelle Rsa e nel silenzio domestico. Non c’è cittadino che non si chieda come arginare le morti dei medici (66 nel momento i cui si stampa il giornale), degli infermieri, degli operatori di pubblica sicurezza e dei servizi essenziali.

Capire il passato

Queste domande vanno bene, sono sacrosante e acquistano un senso come sempre avviene alle domande che cercano davvero risposte e che per trovarle sono disposte ad analizzare il passato, per affrontare un futuro che già s’immagina denso di virus, magari anche più cattivi di questo, e con meno soldi in tasca. Guardare al passato per preparare il domani, ad esempio, significa chiedersi quanti e perché sono gli ospedali in tutto o in parte incompiuti da Nord a Sud, magari per collaudi mai fatti. Chiedersi perché la verifica dei requisiti strutturali, tecnologici, organizzativi – necessaria per ottenere l’accreditamento con il Servizio sanitario nazionale – sia troppo spesso inevasa o limitata ad adempimenti formali autocertificati sia nel pubblico che nel privato.

Perché le reti territoriali di cui si parla da almeno trent’anni non mostrano che episodiche testimonianze di sé in giro per l’Italia, quando avrebbe fatto comodo disporne, fosse solo per alleviare il lavoro dei reparti meno coinvolti nell’assistenza ai Covid. Significa chiedersi che esiti producano le forme aggregate delle cure primarie che pure si candidano ad assistere i cronici, i fragili e perché hanno nomi e funzioni diverse a seconda della Regione o Provincia in cui insistono. Perché l’unico modo per far funzionare l’assistenza domiciliare è farla gestire ai privati, in un Paese che ha il 23% di popolazione anziana metà della quale polipatologica, in molti casi deprivata socialmente ed economicamente. La stessa che in questi giorni soccombe lontana dagli affetti.

Che futuro?

Poi sì, certo, ci sarà un futuro. Anche su quello almeno una domanda è lecito porla: che ne sarà di tutto quello che giustamente si sta edificando e attrezzando per salvarela gente? È pensato per essere attivato anche per crisi future e/o per essere riconvertito e riconsegnato alla “normale”assistenza ospedaliera? Ci vuole fiducia. E tanta.