La routine dopo Covid-19, si avvicina “l’altra” emergenza

Fernanda Gellona (Confindustria Dispositivi Medici) solleva il tema delle cure e delle forniture di device destinati alla normale assistenza. La sintesi del dibattito telematico coordinato dall’Aiic che ha messo in luce gli errori organizzativi e le procedure da rivedere. A partire dagli acquisti pubblici e dal coordinamento Stato-Regioni

Dopo Covid e in costanza di Covid. Da un’emergenza sanitaria all’altra. Non meno grave, con ogni probabilità: quella delle patologie necessariamente trascurate, delle liste di attesa che si allungano e delle possibili difficoltà a reperire tecnologia che servirà alle cure di “routine”, senza parlare della crisi delle imprese. Ne parla Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici, intervenuta oggi in una videoconferenza organizzata dall’Associazione italiana ingegneri clinici (Aiic) proprio per valutare criticità emerse e le possibili risposte presenti e future dal punto di vista degli operatori professionali direttamente impegnati nella lotta alla pandemia da Sars-Cov-2.

“Sappiamo dalle cronache e dalle nostre aziende che tutte le attività e le prestazioni di routine e la chirurgia di elezione sono evidentemente bloccate. Già oggi i fatturati delle nostre imprese non coinvolte da Covid-19 sono crollati perché non arrivano gli ordini e i lavoratori sono a casa in Cig. Quando si uscirà dalla fase di emergenza e si entrerà in quelle successive, assisteremo al peggioramento delle patologie non curate, con interventi da ripristinare (ad esempio in ortopedia e traumatologia). Potrebbe anche verificarsi una carenza di forniture. Sarà importante pianificare la ripresa: le aziende dovranno rimettere in piedi la supply chain, riorganizzare i magazzini e sarebbe bene lo facessero sulla base di una programmazione sanitaria che devono avviare subito Stato e Regioni. Le imprese sono state molto rispettose della situazione di emergenza ma adesso cominciano a segnalare un punto di attenzione, nella speranza di avere un dialogo continuativo e coordinato con le istituzioni”.

Il dibattito

L’appello è arrivato a margine del dibattito telematico organizzato da Aiic: in pratica un “dietro le quinte” dell’emergenza che solo in Italia fin qui ha fatto 21645 vittime, mettendo in evidenza – a seconda delle prospettive – sia la capacità di risposta e l’abnegazione degli addetti quanto l’impreparazione del sistema sanitario, al netto dell’imprevedibilità dell’evento (quantomeno nelle sue dimensioni).

Al dibattito – moderato dal giornalista Walter Gatti – hanno preso parte anche Lorenzo Leogrande (presidente Aiic), oltre ai presidenti della Società italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia intensiva (Siaarti), della Federazione che raggruppa i provveditori economi (Fare) e della Società italiana farmacisti ospedalieri (Sifo), rispettivamente Flavia Petrini, Salvatore Torrisi e Simona Creazzola.

Le falle dell’organizzazione

La grande questione riguarda fatalmente la carenza di dotazioni tecnologiche e farmaci. Che ha più “madri” e più “padri” come testimoniato dagli intervenuti. Leogrande ha rimarcato la “mancanza di sensibilità” – quando non l’assenza – da parte delle amministrazioni sanitarie rispetto alla possibilità di ricorrere a dispositivi privi di marchio CE, lasciando gli operatori soli nella scelta e nelle responsabilità. “Anche il dimensionamento delle reali necessità di farmaci e dispositivi quasi mai è stato soddisfatto – prosegue Leogrande – e i meccanismi di acquisto che avrebbero dovuto accorciare e agevolare la catena distributiva l’hanno invece allungata”. Cosa ha funzionato invece? “Sicuramente la conversione in posti letto di terapia intensiva di posti letto ‘altri’. Ciò ha rappresentato una grande prova di immediatezza da parte di tutti, un gioco di squadra cui hanno preso parte tecnici di impianto e anche di gas medicali. In futuro le nostre strutture dovranno avere maggiore flessibilità per rispondere alle emergenze cui non siamo preparati”.

La Consip non basta

Salvatore Torrisi (Fare) conferma il “nodo” degli acquisti: “La gara bandita da Consip ha rappresentato un tentativo encomiabile ma ha bloccato le gare regionali e aziendali, con il risultato che la quantità di dispositivi a disposizione dei livelli periferici è risibile. Viviamo una situazione di impotenza. La consegna entro 45 giorni dall’aggiudicazione dei lotti ha quasi annullato il valore della procedura. Troppo tempo per un contesto così critico: le aziende sanitarie in giro per l’Italia non hanno trovato né i prodotti né il mercato che potesse soddisfarle. Anche le normative sono inadeguate. Il Codice degli Appalti va modificato, serve un sistema più snello”.

Giustizia distributiva

Flavia Petrini (Siaarti) ha parlato della crisi delle terapie intensive, dei pochi posti letto a disposizione (soprattutto nelle regioni del Centro Sud sottoposte da anni ai piani di rientro) e della carenza perfino di farmaci anestetici e miorilassanti. “Nonostante ciò – ha detto Flavia Petrini – la sopravvivenza media in terapia intensiva è stata del 65%: un dato altissimo che abbiamo raggiunto racimolando ogni dispositivo, ogni pillola e ogni operatore”. Sullo sfondo resta un problema di giustizia distributiva. “Se come pare si riduce la pressione sulle terapie intensive del Nord vorremmo che il parco macchine e le dotazioni arrivassero poi al Centro Sud, che era già carente prima di Covid-19. E vorremo garantire qualità e sicurezza delle cure con device di qualità, non con gli scarti…” C’è il rischio di acquistare più di quello che serve, passando dalla carenza all’ipertrofia rispetto ai bisogni “normali” una volta passata l’emergenza? “Sicuramente sì – prosegue Petrini – dobbiamo ipotizzare la nascita di strutture ospedaliere pronte per emergenze future da tenere in standby”.

Appello al territorio

Un problema che non vede Simona Creazzola (Sifo): “Il farmacista ospedaliero è abituato da sempre a gestire l’eccesso e a riallocare risorse”. Quello delle carenze invece sì: “La questione gestita da Aifa e Regioni si è tradotta in una reale indisponibilità per le aziende ospedaliere, aggravata dalla variabilità dei protocolli di cura a loro volta mutevoli secondo le ipotesi terapeutiche che si stanno succedendo. Stare al passo è difficile, siamo in mezzo tra clinici e provveditori e facciamo i conti con un Codice degli appalti pensato per le grandi opere che avrebbe bisogno di un adeguamento ad hoc”. Poi l’affondo: “Il Ssn ha trascurato il territorio. Il sovraccarico ospedaliero deve ancora essere risolto, senza una presa in carico da parte del territorio non usciamo dall’emergenza”.

Produzioni dismesse

Fernanda Gellona rammenta che la mancanza di “prodotti Covid” (mascherine su tutti) e l’enorme problema di approvvigionamento è da collegare a un’assenza di politica industriale, segnatamente riguardo ai prezzi concessi. “Le aziende italiane hanno smesso di produrli perché pagati sempre meno. I ventilatori? La produzione nazionale è scarsa e quella internazionale deve soddisfare anche gli altri mercati, senza considerare il blocco dell’export”. Torrisi concorda: “L’Italia definisca qual è la produzione strategica nazionale. Da troppo tempo i nostri produttori sono diventati rivenditori e vanno a comprare all’estero. L’esilio delle produzioni esiste perché troppa tecnologia non è più remunerativa. Va ripensato l’approccio all’acquisto. Ma se – come pare – perderemo il 9-10% Pil con quali soldi potremo pagare?”

Miglior raccordo Governo-Regioni

Poi c’è il tema dei reagenti, dei tamponi e dei test sierologici. “Qui la carenza è dovuta anche all’attesa di validazione – prosegue Fernanda Gellona – guai se si verificano falsi negativi. C’è bisogno di studi e quindi di tempo: sono d’accordo che non si possa confondere la burocrazia con la sicurezza” (la frase era stata pronunciata da Leogrande poco prima, n.d.r.).

Confindustria Dispositivi Medici ha sollecitato la deroga del marchio CE, chiesto ai propri iscritti di privilegiare le forniture al Ssn ma le aziende associate hanno dovuto fare i conti con le difficoltà di approvvigionamento dei materiali e con le richieste frammentarie provenienti oltre che da Consip da altre centrali di acquisto regionali, aziendali e da molti donatori privati.

“Abbiamo bisogno di un diverso coordinamento tra Governo e Regioni. Quello che c’è non funziona. Lo stiamo vedendo nell’emergenza: le aziende sono tirate per la giacca ora dall’uno ora dall’altro soggetto per dirottare qua o là le produzioni. Questo non va bene…”. Gellona si accoda all’appello per rivedere il sistema di acquisti pubblici. “Lo Stato deve acquisire la consapevolezza che la sanità è un asset strategico per il Paese e da sola vale il 10% del Pil. Quindi serve una politica industriale nazionale, non regionale. Serve la governance: comprare al prezzo più basso non si può più fare”.