L’utilizzo delle app di tracciamento in fase di “emergenza” sanitaria

La polemica sull'app Immuni per registrare i dati dei pazienti risultati positivi alla Covid-19 sta facendo molto discutere in termini di sicurezza e privacy. Cosa si può e non si può in un periodo di emergenza? Un aggiornamento dell'Ultima Parola del numero 177 del magazine

App salute

Virus, salute, emergenza, tecnologia. Una tetrade di sostantivi che in questi giorni sta affollando le vite di tutti all’insegna del nuovo mostro, Sars-Cov-2, il ceppo di coronavirus che sta infettando il mondo e che ha portato l’Italia ad avere più morti della Cina stessa, epicentro dell’infezione. I cinesi ne sono apparentemente usciti, così come i coreani, mentre noi ancora navighiamo in acque torbide, aggrappati alla speranza di iniziative economiche europee, del Fondo monetario internazionale e alla certezza della solidarietà nazionale (un esempio su tutti gli eserciti di medici e infermieri volontari che rispondono ai bandi della Protezione Civile) e internazionale grazie a operatori sanitari albanesi, cinesi e cubani giunti qui da noi.

Cosa è permesso in emergenza?

Nessuno sa quando finirà tutto questo né quando potremmo riabbracciare i nostri cari e commemorare come meritano i tanti, troppi morti. Nell’emergenza tutto o quasi è permesso. Tanto che il presidente lombardo Attilio Fontana ha dichiarato più volte a metà marzo che circa il 40% dei suoi corregionali era spesso fuori casa. Come faceva a dirlo? Basandosi sui dati Gps dei cellulari: se avesse detto una cosa del genere solo qualche settimana prima tutti ne avrebbero chiesto la testa insieme alle dimissioni, invece, in occasione di un’emergenza sanitaria pubblica, si sono alzati cori di sdegno verso coloro che non hanno (e non rispettano tutt’ora) le restrizioni imposte dal governo. State a casa è il monito.

I controlli da remoto degli spostamenti

Ma dopo questa emergenza? Cosa resterà di questa invasione così palese della privacy? In Corea del Sud hanno sfruttato al massimo i controlli satellitari per monitorare la popolazione e, effettivamente, i controlli hanno funzionato e i contagi si sono quasi arrestati. Ma in Italia? Il concetto di emergenza in Italia è labile.

L’emergenza come alibi

Basti pensare allo strumento dei Decreti legge che i padri costituenti avevano pensato solo come elemento emergenziale per dare priorità a norme che non potevano attendere un iter parlamentare completo. La storia repubblicana insegna che di questa pratica è stato fatto abuso perché c’è sempre un’emergenza a cui rispondere con forza e velocità. Un alibi, in sostanza. Ci sono normative a livello nazionale o internazionale che tutelano la libertà dell’individuo come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu, all’articolo 15) e al Patto per i diritti civili e politici (articolo 4) approvato dalle Nazioni unite nel 1966. I Romani in periodi di difficoltà belliche incaricavano un “dictator” per sei mesi. A lui i massimi poteri dello Stato (summum imperium) e decorso tale periodo la carica decadeva. Quando ciò non è successo con Giulio Cesare e soprattutto con Augusto, Roma è passata da una repubblica a un impero, retto dal princeps, ossia il capo dell’esercito (noto come imperator, quindi imperatore). È diventata altro.

L’app Immuni e braccialetti per gli spostamenti

Mentre in Liechtenstein si testano braccialetti per gli spostamenti, anche in Italia in questi giorni le polemiche si stanno concentrando sulla ormai famosa app Immuni, sviluppata dall’italiana Bending Spoons l’applicazione per iOS e Android prescelta dal Governo italiano per il tracciamento dei soggetti risultati positivi al virus, nella “Fase 2” dell’emergenza covid-19. A inizi maggio sarà disponibile su base volontaria (anche se pare che chi non l’avrà sarà soggetto a restrizione dei movimenti) per tutti e sarà gratis, tuttavia ci sono alcuni temi che preoccupano sia gli esperti che l’opinione pubblica sia in fatto di privacy (i dati trasmessi saranno gestiti dalle istituzioni pubbliche o dall’azienda fornitrice?) che di sicurezza informatica (l’utilizzo delle porte bluetooth non convince del tutto in quanto possono esporre a data breach). Senza contare poi le perplessità riguardanti la necessità e l’operatività della tecnologia che per essere davvero efficace nel valutare la diffusione del Covid-19 dovrebbe essere scaricata da almeno il 60% degli italiani. Insomma in nome dell’interesse e della sicurezza nazionale, tanto che è stato chiesto l’intervento del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) per la valutazione della tecnologia, fin dove ci si può spingere? Le vie dell’inferno, si sa, sono lastricate di buone intenzioni.