Dopo Covid-19 ripartiamo con investimenti in ricerca su biotech e medicale

Nel breve termine è fondamentale trovare una soluzione all’attuale pandemia. Sul lungo periodo, però, serve che il Paese stimoli e supporti il nostro ecosistema di innovazione. Ecco cinque punti su cui impostare la strategia per ripartire

Covid-19 investimenti

L’emergenza da Covid-19, che sta avendo effetti umani, sociali e societari, oltre che economici dai risvolti ancora sconosciuti e forse imprevedibili, sta mettendo alla luce l’importanza della scienza, della medicina e della ricerca.

Nel breve termine, è fondamentale trovare una soluzione all’attuale pandemia. Soluzione che ha bisogno di medici, ospedali, strumenti medicali per la terapia intensiva, trattamenti farmaceutici per salvare le tante (troppe) persone colpite da Covid-19, e infine vaccini. Allo stesso tempo è fondamentale attivare strumenti adeguati a supportare la sopravvivenza e la successiva ripresa economica.

È importante però avere una strategia di lungo termine, in Italia e all’estero, al fine di prevenire future pandemie o/e risolvere rapidamente crisi come quella attuale, investendo nella ricerca scientifica che genera innovazione, ovvero soluzioni per risolvere questa crisi e future emergenze. È dunque fondamentale che il paese stimoli e supporti il nostro ecosistema di innovazione.

Sarà la ricerca scientifica a trovare le soluzioni. La scienza e l’innovazione devono assumere una posizione centrale. È il momento per investire nella ricerca. È il momento di sperimentare, provare, testare, fallire e a volte riuscire. In altre parole, è il momento della scienza. Proprio ora, è ancor più evidente, che l’attuale crisi sarà risolta dalla ricerca nelle scienze della vita.

Lo scenario italiano

In Italia, il settore farmaceutico (tradizionale, biotech e vaccini) è rappresentato rispettivamente da quasi 700 imprese attive con un fatturato complessivo del settore di oltre 33 miliardi di euro, di cui l’80% all’esportazione e quasi 67mila addetti e da un indotto che occupa ulteriormente quasi 78 mila dipendenti. Si tratta di un comparto fortemente innovativo, con oltre 6.600 addetti in R&S e investimenti per oltre 3,5 miliardi.

A queste vanno aggiunte circa 4mila aziende del settore dispositivi medici e collegati con un fatturato di 11,5 miliardi di euro e con oltre 76.400 addetti. Tuttavia, proprio nel farmaceutico il nostro Paese ha un livello di spesa pro-capite in R&D di circa 400 euro a livello nazionale nettamente inferiore a tutti i Paesi più evoluti (Francia e Germania con una spesa pro-capite in R&D rispettivamente di 749 e di 1.200 euro). Da un lato l’Italia oramai da un biennio è il principale produttore di farmaci in Europa ma dall’altro la spesa in R&D è ancora inferiore ad altri Paesi europei.

Inoltre, l’Italia ha una minore capacità di competere per via delle limitate risorse provenienti da programmi di finanziamento e partnership internazionali. L’Italia è al quarto posto per partecipazione assoluta al programma Horizon Europe 2020 e occupa la quinta posizione per finanziamenti ricevuti, dietro Germania, Regno Unito, Francia e Spagna.

E infine il biotech e il medtech italiani hanno attirato solo circa 100 milioni di euro nel 2019 da venture capital, che rappresentano circa l’1-2% degli investimenti in life science in Europa e, ovviamente, solo una goccia rispetto agli investimenti globali nelle scienze della vita, pari a più di 32 miliardi di dollari, dove Asia e Usa la fanno da padroni.

Una strategia di medio-lungo termine

Diventa quindi urgente mettere a punto una strategia nazionale di medio-lungo periodo che supporti e acceleri la ricerca e l’innovazione nelle scienze della vita. Ecco i punti principali

  1. Investire nelle aree di eccellenza
    La ricerca biomedica italiana è riconosciuta a livello internazionale, e in alcuni settori ha negli anni costruito un vantaggio competitivo rispetto al resto del mondo.Degli undici prodotti di terapia avanzata (Atmps) registrati all’Ema e in commercio a oggi, cinque sono stati sviluppati in Europa, di cui due in Italia, nati dalla ricerca accademica. Terapia genica e cellulare sono tra le aree di maggiore competitività in Italia. Per questo è stata creata, inizialmente grazie a sostegni non profit, e successivamente grazie a investimenti industriali, una filiera forte di tutte le competenze necessarie allo sviluppo: dalla preclinica Glp, alla produzione Gmp, ai test clinici, alle attività regolatorie per l’accesso al mercato.Nel settore dei vaccini in Italia sono state identificate alcune delle principali innovazioni del comparto (come la reverse vaccinology) alla base di quasi tutti i vaccini introdotti negli ultimi 10-15 anni e si producono quote maggioritarie di vaccini quale quello per la Meningite B e molti altri. Nel settore del medical device basti pensare alla cosiddetta “plastic valley”, il comparto tecnologico Biomedicale Emiliano nella zona di Mirandola e del Modenese fra i maggiori al mondo nel campo dei consumables tecnologici e a prodotti italiani fortemente esportati in campi come l’ecografia Diagnostica e la Diagnostica in Vitro.

    È quindi auspicabile che il nostro Paese possa essere in grado di fare delle scelte lungimiranti puntando sulle eccellenze del Paese, investendo con risorse stabili e adeguate che consentano di consolidare e mantenere la competitività e di attrarre investimenti venture capital e finanziamenti industriali, creando in questo modo un circolo virtuoso che generi ritorni economici da reinvestire in ricerca. Un segnale positivo è nuovo Programma Nazionale della Ricerca 2021-2027 studiato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca con il supporto di oltre mille ricercatori e docenti italiani con l’obiettivo è di identificare strategie di lungo termine.

  1. Creare un centro di Trasferimento tecnologico competente e dedicato al settore delle life science
    La maggior parte delle università italiane si sono dotate di uffici di trasferimento tecnologico spesso sottodimensionati e non sempre con le competenze necessarie. Infatti, seppure i recenti rapporti Ambrosetti e Netval 2019 indichino un segnale di crescita in termini numero di brevetti depositati, licenze, valorizzazioni economiche e numero di spinoff, c’è ancora molto spazio di crescita rispetto a paesi come Germania e Uk.C’è necessità di una guida capace di indirizzare i professionisti del trasferimento tecnologico, con un background scientifico adeguato a comprendere la tecnologia e valutare le potenzialità e gli step necessari per uno sviluppo industriale. La centralizzazione del technology transfer per tematica, come quella del life Sciences, potrebbe permettere una comunicazione e negoziazione efficace tra il ricercatore accademico, i fondi di investimento e le imprese
  1. Eliminare il patent privilege
    Come funziona di consueto all’estero, la titolarità dei brevetti generati dai ricercatori universitari, diversamente da come funziona oggi in Italia, dovrebbe spettare alle università. Questa è una condizione fondamentale affinché venture capital e aziende del Life Sciences possano trovare negli uffici di trasferimento tecnologico interlocutori adeguati per l’efficace finalizzazione di accordi di valorizzazione dei risultati, permettendo alle università di reinvestire in ricerca.
  1. Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo
    Innanzitutto, come già avviene da decenni in Francia, è fondamentale far sì che startup e Pmi innovative che investono nel settore medicale, con l’alto rischio che tutto ciò porta con sè, abbiano accesso a un Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo con un tasso importante, pari ad almeno il 50% dei costi sostenuti per la ricerca, maturato e non compensato.
  1. Venture capital
    Essendo il numero degli investitori in innovazione nel campo medicale in Italia composto da pochi attori, con limitate risorse, è importante dare più capacità di investire ai fondi esistenti, italiani o esteri che siano, purchè investano in Italia. È altresì necessario istituire nuovi team di gestione capaci di investire in startup nel settore biotech e medtech. Il Fondo nazionale innovazione gestito da Cdp, istituito non più tardi di un anno fa, con il supporto di Eif a livello europeo e di fondi pensione e assicurazioni, adeguatamente incentivati ad investire in un settore così importante, dovranno sostenere la creazione in Italia dell’ecosistema di venture capital necessario alla crescita di nuove imprese innovative.

Come diceva Einstein: «La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi… È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato».