Dispositivi medici: cassa integrazione per il 45,8% delle imprese

A fronte della domanda crescente di device legati all'emergenza Covid-19, le aziende pagano il prezzo della sospensione delle attività ambulatoriali e ospedaliere in diverse aree terapeutiche. Un'analisi di Confindustria dispositivi medici

Nel settore dei dispositivi medici quasi un’azienda su due usufruisce alla Cassa integrazione guadagni (Cig) in deroga per l’emergenza Coronavirus. Lo rileva un’indagine del Centro studi di Confindustria dispositivi medici, basata su un campione “estremamente rappresentativo” che copre il 40% del mercato. I dati sono aggiornati al 17 aprile.

Cig per il 45,8% delle imprese di dispositivi medici

Secondo l’indagine, il 45,8% delle imprese del settore usufruisce già (al 17 aprile, appunto) della Cassa integrazione guadagni in deroga. Nel dettaglio, il 30,1% delle imprese dichiara che già usufruiva della cassa integrazione, mentre il 15,7% ne avrebbe cominciato a usufruire nei giorni successivi.

Fra le aziende che ricorrono alla Cig, il 63,2% la utilizza per oltre i due terzi del personale, mentre solo il 13,2% ha sospeso l’intera forza lavora. La soluzione preferita dalle aziende di dispositivi medici è comunque quella di ridurre a tutto il personale l’orario di lavoro (42,1%) o almeno a metà di esso (21%).

Filiera in stallo per i dispositivi medici “no-Covid”

L’esplosione della domanda di dispositivi medici legati all’emergenza Covid-19 suggerisce l’idea di un comparto immune alla crisi. Ma le cose non stanno così. Il direttore del Centro studi di Confindustria Dm, Lorenzo Terranova, spiega il perché: “A fronte di una crescita della domanda di dispositivi medici in alcune aree terapeutiche che sono state letteralmente travolte dall’emergenza sanitaria, a cominciare da quella respiratoria e di terapia intensiva, vi è stata invece la sospensione di tutte le attività di erogazione ambulatoriale e ospedaliera, con l’effetto che in molte altre aree terapeutiche, come quella dell’ortopedia la domanda è stata quasi nulla”.

Filiere in lockdown: il caso degli apparecchi acustici

Il lockdown ha imposto lo stop ad alcune filiere, dalla produzione al punto vendita. Alcuni esempi riguardano gli ausili legati a disabilità motorie o gli apparecchi acustici per l’ipoacusia. “Patologie-– continua Terranova –  per cui è richiesta prescrizione medica, sono completamente ferme dalla fase di lockdown. Ad esempio i pochi centri acustici che sono rimasti aperti hanno lavorato solo su appuntamento e quasi esclusivamente per assistenza su prodotti già in commercio, vendita di batterie e altro materiale di consumo. In questi casi è stata praticamente azzerata sia la prova che la vendita del nuovo”.

Chi ha sofferto di più

Secondo l’analisi di Confindustria Dm, il ricorso alla cassa integrazione è stato maggiore in quei comparti in cui la competizione sul prezzo è stata molto forte, dove cioè si sono praticate gare con base d’asta costanti o in diminuzione negli ultimi anni. Segno che questi comparti operano ormai con prezzi marginali minimi o nulli.

Le dimensioni delle aziende

Infine una riflessione sulle dimensioni d’impresa: “Più è grande l’impresa – spiega Terranova –  minore è il ricorso alla cassa integrazione, quindi le aziende con una struttura economico-finanziaria di dimensioni maggiori hanno una capacità maggiore da un punto di vista finanziario”. Secondo l’indagine, solo un terzo delle grandi aziende, quelle con un fatturato maggiore o uguale a 50 milioni di euro, ha ricorso o ricorrerà alla cassa integrazione in deroga. Viceversa, lo hanno fatto poco meno di due terzi delle micro-imprese con fatturato inferiore a due milioni di euro.