Elogio dell’ignoranza da Platone a Mantovani

Fare pratica di "docta ignorantia" da parte di molti scienziati (e non solo) aiuterebbe a rendere più chiare certe dinamiche relative all'attuale emergenza Covid-19 e magari sperimentare la tanto necessaria integrazione di competenze. L'editoriale del numero 178 del magazine

“Sono più le cose che io non so di questo virus di quelle che ho capito”. Per la loro umiltà, per quell’io appena calcato e l’indice rivolto verso di sé, brillano come il sole le parole pronunciate sere fa in tv da Alberto Mantovani, immunologo di fama, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas, accreditato tra gli scienziati italiani più noti al mondo. A ben vedere chi volesse distillare una e una sola lezione tra le molteplici che ognuno di noi porterà a casa dopo questa brutta storia di Sars-cov-2 (compresi coloro che da casa non sono usciti) scoprirebbe che l’insegnamento davvero utile e indimenticabile viene però da molto più lontano.

“La docta ignorantia”

Sì perché, con buona pace del professor Burioni, della selva di consiglieri che contornano Governo e Regioni e di quasi tutti gli opinionisti da social e talk show televisivi, non sfugge che nelle espressioni di Mantovani riecheggino le parole dell’Apologia di Socrate che Platone fa dire al grande filosofo poco prima della sua condanna a morte. La sintesi è arcinota (“so di non sapere”) ed esprime la necessità vitale di contemperare la fede nella ragione con la piena coscienza della propria ignoranza. Vale per tutti. Scienziati compresi. Non sarebbero scienziati se non facessero così. La “docta ignorantia”, però. Quella che secondo tradizione andrebbe professata e che invece sta mancando come l’acqua da bere ai cittadini in ascolto. Nessuno osa dare dell’asino a chi oltre a laurea e specializzazione può esibire tonnellate di pubblicazioni, centinaia di partecipazioni a congressi e ricche consulenze. Però è certo che qualche “non so” in più avrebbe giovato alla causa, spingendo le persone a una più consapevole prudenza e a minore smarrimento davanti a numeri, proiezioni e news.

Imprudenze comunicative

Gli esempi abbondano: dai contagi “che da noi non arriveranno”, alle mascherine prima inutili e poi diventate addirittura obbligatorie, ai protocolli di cura prima incoraggianti e settimane dopo letali, al virus che sparirà con il caldo, ai test che servono anzi no. È probabile che sia l’effetto delle telecamere, comprese quelle del pc o la tastiera perennemente maneggiata, ad aver trasformato insigni scienziati in comunicatori quantomeno azzardati, capaci senza volerlo di indurre accaparramenti di medicinali (si pensi al putiferio sull’idrossiclorochina e inizialmente sulla vitamina C), complici famelici, frettolosi e comunque sprovveduti intervistatori. Per fortuna Mantovani non è il solo a fare pubblica professione di “ignoranza”. In qualche modo lo fanno tutti quelli che invocano la salda conduzione di trial sperimentali randomizzati prima di dire se una terapia funziona o meno (salvo poi cedere a previsioni di cura di qui alla fine dell’anno). Altri apprezzatissimi e frequenti “non so” sono quelli regolarmente pronunciati nelle interviste da Ilaria Capua, la cui competenza tanto più risalta, quanto più i suoi misurati sorrisi accompagnano la comunicazione. E di sorrisi c’è davvero bisogno, sempre. Anche e forse soprattutto nei momenti difficili.

L’integrazione delle conoscenze

Una bella testimonianza sta proprio nello scambio entusiastico avvenuto giorni fa tra la scienziata italiana di stanza in Florida e Fabiola Gianotti, direttrice generale del Cern di Ginevra, a proposito della messa a disposizione “open access” della piattaforma Zenodo per tutti gli scienziati del mondo impegnati sul Covid-19. Tale piattaforma serve all’archiviazione strutturata dei dati e alla messa in relazione tra loro. “Questa è una sfida globale e quindi è importante che tutte le menti del pianeta possano collaborare” ha detto a La7 Fabiola Giannotti, suscitando il grande apprezzamento di Ilaria Capua che sull’open science può scrivere trattati. E qui c’è la seconda lezione da portare anche fuori di casa, visto che è appena cominciata la tanto attesa fase 2. Dalla crisi si esce collaborando e combinando gli sforzi. Non alzando barriere, scatenando conflitti o urlando rivendicazioni. Insomma, ne verremo fuori integrando le conoscenze, mettendole a disposizione del mondo come del vicino di casa. Tanto più che sapere, conoscenze e certezze possono essere spazzate via da un virus ben più piccolo di un micron. Chissà perché Platone, invece, è ancora lì. Da duemila e quattrocento anni.