Veterinari aziendali, ancora pochi ma indispensabili

Negli allevamenti ricoprono un ruolo essenziale, tutelando la salute degli animali, monitorando l’uso dei farmaci e la diffusione delle malattie. Sono sempre più ricercati dalle imprese della filiera alimentare. In Italia se ne contano circa 700 e non bastano. Dal numero 5 di Animal Health

Un compito di “pubblico interesse” dentro una filiera privata, fatta di allevamenti e cibi che arrivano sulle nostre tavole. È quello affidato ai veterinari aziendali, garanti della salute degli animali destinati alla produzione alimentare, ma anche avamposto sul territorio di un sistema (sempre più digitale) che monitora la diffusione delle malattie e l’uso dei farmaci. Sono professionisti tanto ricercati dalle imprese. Eppure in Italia non ce ne sono ancora abbastanza.

I compiti

Nel nostro Paese si contano circa 700 veterinari aziendali. Il loro profilo è stato definito dal DM 7 dicembre 2017 del ministero della Salute. Ora si può quindi tentare un bilancio, ma prima è meglio chiarire le funzioni che svolge il veterinario aziendale. Lo abbiamo chiesto a Mario Facchi, presidente della Società italiana veterinari per animali da reddito (Sivar) nonché buiatra e veterinario aziendale: “È un ruolo sanitario, di pubblico interesse e di rilevanza pubblica”, chiarisce subito Facchi. “Un ruolo così essenziale che anche in questa fase pandemica continua a essere svolto. C’è la gestione veterinaria quotidiana degli animali allevati e c’è anche quella della epidemio-sorveglianza i cui dati di prima mano vengono rilevati dal veterinario aziendale per essere inseriti in un database, il ClassyFarm, che permette di categorizzare gli allevamenti italiani. In questa fase – spiega il presidente della Sivar – stiamo regolarmente continuando a informatizzare i dati del farmaco veterinario, tramite quella ricetta veterinaria elettronica che la Sivar ha contribuito a perfezionare fin dalla sua prima fase sperimentale del 2015”. Per alcuni aspetti la pandemia da Covid-19 ha rallentato l’applicazione di ClassyFarm: “Prima della pandemia era in corso una fase operativa, di messa a punto del sistema Classyfarm. Erano previste anche riunioni in presenza, per confrontarci sulle implementazioni progressive, come avevamo fatto per il sistema informativo della ricetta veterinaria elettronica. Adesso l’emergenza ha complicato le cose, anche se – sottolinea Facchi – dal punto di vista informatico, ClassyFarm è in continuo aggiornamento”.

Bilancio incompleto

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale sul veterinario aziendale risale a febbraio 2018. Sono trascorsi più di due anni. “Il sistema delineato allora, adesso c’è, gli ingranaggi ci sono tutti ma devono cominciare a girare in sincronia. Non è facile – commenta Facchi – perché si tratta di un motore complesso di cui ClassyFarm è un componente essenziale, come il sistema informatico della ricetta veterinaria elettronica. Un bilancio non è ancora possibile, perché il sistema nel suo complesso si presenta come un edificio vuoto, pronto per essere arredato. Lo stiamo facendo, perché è importante”.

L’elenco pubblico

Oggi in Italia esiste un elenco pubblico di veterinari aziendali. “Vi possono entrare tutti i medici veterinari che ne abbiano i requisiti formativi e professionali richiesti dal ministero della Salute. La Sivar – spiega Facchi – è stata fra le promotrici di questo elenco, volendo che fosse la Fnovi (Federazione nazionale ordini veterinari, ndr) a esserne l’istituzione-garante, in assoluta trasparenza pubblica. L’elenco èsempre aperto a tutti i colleghi disposti a svolgere le funzioni di veterinario aziendale”. Ma come si diventa veterinari aziendali? “Gli step sono dettati dal decreto ministeriale, alla base c’è una formazione specifica alla quale si aggiungono alcuni requisiti professionali. Più che ‘diventare’ veterinari aziendali – precisa il presidente della Sivar – ci si mette formalmente a disposizione di un sistema e di un interesse collettivo che, nelle produzioni animali, è sanitario ed economico al tempo stesso. La Sivar organizza corsi di formazione, ma sta anche facendo una grande operazione culturale, di svolta della professione in allevamento”.

Una figura richiesta dal mercato

La svolta auspicata dalla Sivar è necessaria: i circa 700 veterinari aziendali attivi in Italia non bastano e, a livello occupazionale, c’è un problema di allineamento tra domanda e offerta di posizioni nelle aziende. “Ci sono ancora troppo pochi veterinari aziendali. Sono richiesti dagli allevamenti, ma anche dalla trasformazione e dalla produzione. Il veterinario aziendale – continua Facchi – è un valore aggiunto anche della qualità delle produzioni e sarà sempre più richiesto. Basti pensare alle garanzie di gestione del benessere animale nelle stalle da latte: il prodotto-latte di un allevamento seguito da un veterinario aziendale, sotto il profilo del benessere animale, assumerà un valore aggiunto appetibile, premiato dalla filiera, dal mercato e dal consumatore. La Sivar sensibilizza da sempre i colleghi a entrare in questo sistema virtuoso”.

Conflitto di interessi

La convergenza di interessi pubblici e privati sollecita una domanda: come viene garantita l’indipendenza professionale del veterinario aziendale? “La garantisce lo stesso veterinario aziendale”, risponde Facchi. “Il fatto che l’allevatore ci paghi per la nostra professionalità non è un conflitto di interesse, chiariamolo. Il veterinario è un professionista sanitario, che fa il suo lavoro con il fine ultimo che ci siamo detti e, perseguendo fedelmente questo fine, non sarà mai in conflitto di interessi. Diverso sarebbe – spiega il presidente della Sivar – se si piegasse a scopi diversi da quelli per cui va in allevamento tutti giorni e comunque in tal caso non potrebbe nemmeno fare il veterinario aziendale perché su questo ci sono delle norme di legge”.

Etica e professionalità sono una garanzia: “Un veterinario aziendale che obbedisce alla propria professionalità, che applica le terapie che ritiene corrette, che gestisce gli animali dell’azienda come ritiene sia giusto fare, che lavora bene per il proprio allevamento – sottolinea Facchi – non sarà mai inconflitto di interessi, ma sarà un professionista di fiducia per tutta la filiera dalla stalla alla tavola”. Quando serve, il veterinario deve anche “imporre” la sua linea: “Non si creda cheil veterinario non debba imporsi qualche volta per far passare strategie sanitarie e gestionali che non vengono subito comprese. Qualche volta dobbiamo anche scontentare e vincere le prime resistenze. Alla fine però – conclude il presidente della Sivar – l’allevatore apprezza il risultato e cresce professionalmente insieme a noi”. E crescono le garanzie per la salute pubblica e i consumatori.

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