Tumore al seno, i test genomici sono utili anche durante l’emergenza Covid-19

L’analisi molecolare del tumore permette di prevedere se la chemioterapia sarà più o meno efficace. Ciò consente da una parte di preservare la salute delle pazienti (risparmiando anche risorse) e allo stesso tempo di contribuire a contenere il rischio infettivo da Sars-CoV-2 per chi deve ricevere cure oncologiche durante l’emergenza pandemica. Al momento però, l’accesso è garantito solo in due regioni

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La pandemia di Covid-19 costringe le strutture sanitarie a organizzarsi al meglio in situazioni di emergenza, anche per ridurre al minimo l’esposizione al rischio di pazienti e operatori. Nelle oncologie ospedaliere gli specialisti devono gestire in parallelo la crisi da infezioni da Sars-CoV-2 e le prestazioni destinate a persone che sono le più fragili tra i fragili. Come gestire le diverse situazioni? Evidentemente, oltre alle capacità professionali e organizzative servono anche strumenti.

Il caso del test genomico

Per le pazienti operate di tumore al seno, per esempio, esistono test genomici che consentono di capire se la chemioterapia è davvero necessaria oppure no, attraverso la valutazione dell’espressione di geni selezionati per ottenere informazioni sulla biologia del tumore. Il test è in grado di predire l’utilità o meno della chemioterapia precauzionale post-chirurgica, rispetto alla sola terapia ormonale anti-estrogenica, per numerose pazienti affette da tumore al seno di tipo ormone-sensibile.

Lo dimostra anche il recente studio italiano BONDx, condotto in Lombardia su 400 donne. La metà delle pazienti alle quali sarebbe stato prescritto un trattamento chemioterapico sulla base dei criteri clinici e patologici tradizionali, ha potuto evitare un trattamento chemioterapico non necessario, grazie all’ausilio di un test genomico. Nel caso specifico Oncotype DX, sviluppato da Genomic Health (ora Exact Sciences, leader nella fornitura di test di screening e diagnostici per il cancro). Il risultato ha anche prodotto un risparmio per il Ssr, in termini di costi diretti e indiretti oltre a un beneficio per le pazienti che non si sono sottoposte a terapie non necessarie.

Un vantaggio in tempi di pandemia

La chemioterapia induce immunosoppressione, esponendo ulteriormente le donne al rischio di infezione da Covid-19. Evitare un ciclo di chemioterapia non necessario significa perciò anche contribuire a contenere la diffusione dell’epidemia e a contenerne l’impatto. “Risparmiare una chemioterapia non essenziale è sempre stato un obiettivo importante per un oncologo” ha sottolineato Carlo Tondini, direttore del reparto di Oncologia medica all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

“Questo ha un significato di particolare rilievo nell’attuale crisi emergenziale, poiché se è vero che tutta la popolazione è ugualmente esposta al rischio di Covid-19, è altrettanto vero che all’interno della popolazione generale vi sono persone più fragili e vulnerabili, tra cui i pazienti oncologici. In questa condizione, l’opportunità di risparmiare trattamenti chemioterapici non essenziali, con l’utilizzo dei test genomici, da un lato protegge le pazienti affette da tumore al seno dall’indebolimento indotto dalla chemioterapia e dall’altro ne riduce la necessità di accesso ospedaliero, con migliore utilizzo delle risorse sanitarie e minor circolazione di pazienti e familiari negli ospedali, a maggior vantaggio del contenimento pandemico”.

La lezione di Bergamo

“Nonostante le strutture ospedaliere della Provincia di Bergamo siano state tra le più esposte nella fase acuta della pandemia, non abbiamo mai smesso di eseguire i test genomici. Durante l’emergenza abbiamo fatto di tutto per mantenere le priorità dei nostri pazienti e siamo riusciti a inviare tutti i campioni da testare” ha aggiunto Tondini. “Abbiamo pensato di utilizzare questi test anche per identificare le pazienti che, in attesa della chirurgia, possono essere scelte per essere trattate in sicurezza con la terapia endocrina neo adiuvante (quindi prima della chirurgia). Stiamo valutando se adottare il metodo in casi selezionati, cercando di farlo rientrare nel percorso di rimborsabilità del test che in Regione Lombardia è autorizzato per le pazienti già operate”.

Accesso negato

I test genomici sono disponibili nella maggior parte dei Paesi Europei e inseriti nelle principali linee guida nazionali e internazionali sul carcinoma mammario. Al momento in Italia l’uso del dispositivo non è uniforme sul territorio nazionale, proprio in un momento in cui sarebbe particolarmente utile. I test genomici infatti sono al momento rimborsati solo in due Regioni e da pochi altri centri in Italia. Lombardia e Provincia di Bolzano sono riuscite a renderli gratuiti per pazienti idonee residenti con una procedura extra-LEA mentre alcuni ospedali (come Chieti e Civitavecchia) forniscono il test facendosi carico dei costi. Il resto delle pazienti italiane che potrebbero beneficiarne è di fatto escluso. Conferma Alberto Zambelli, dirigente medico dell’Oncologia medica dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

“A oggi solo in pochi hanno accolto le evidenze scientifiche e agito con sollecitudine, definendo l’appropriatezza prescrittiva dei test genomici e guadagnando per i cittadini salute e economia. Purtroppo, nel resto d’Italia le pazienti non possono accedere ai test genomici se non pagandoli di tasca propria (costo di circa 3 mila euro) o attraverso rimborsi assicurativi, o anche grazie a progetti specifici locali. Le disparità regionali, in questo campo così sensibile, dovrebbero essere appianate. Ci aspettiamo che anche le altre Regioni possano muoversi di conseguenza ma, ancora di più, che a livello nazionale i test genomici possano essere incorporati nei LEA, nel nome di un equo accesso per tutte le pazienti”.

Cambiamenti in vista

Se sul fronte LEA, al momento, tutto ancora tace, qualcosa si muove invece a livello delle singole Regioni. In Toscana per esempio, dove il test genomico è eseguito solo in pochi centri, è stata presentata una richiesta di rimborsabilità alla Commissione sanità e politiche sociali del Consiglio regionale. Proposta accolta favorevolmente dal presidente Stefano Scaramelli che aveva garantito una presa in carico della domanda da parte della commissione, con presentazione in primavera di una proposta di risoluzione alla Giunta.

Analogamente in Sardegna alcune consigliere regionali hanno chiesto la rimborsabilità al presidente Christian Solinas, e all’assessore regionale alla Sanità Mario Nieddu. Nel Lazio si è tenuta un’audizione con Alessio D’Amato, assessore regionale alla Sanità, per individuare un percorso che possa garantire l’utilizzo dei test genomici. Diverso, infine, il caso dell’Abruzzo. Qui come già ricordato, alcuni centri stanno già eseguendo il test genomico facendosi carico dei costi (è il caso della Asl Lanciano Vasto Chieti).

Risparmiare salute e risorse

Conferma Alberto Zambelli, oncologo dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: “Lo studio BONDx, svolto su circa 400 pazienti in quattro importanti centri lombardi, dimostra che l’efficacia è massima se il test è proposto elettivamente alle pazienti cui il clinico intende prescrivere la chemioterapia. In questo caso una paziente su due ottiene di risparmiare una chemioterapia potenzialmente inutile, con grandi vantaggi per la paziente e risparmi economici per il sistema sanitario, dal momento che i costi diretti e indiretti del singolo programma di chemioterapia eccedono di quasi tre volte quelli del singolo test genomico”.