Vaccini anti-Covid: quanto è necessaria la partnership pubblico-privata

Sempre più imprenditori italiani e stranieri chiedono che i governi aiutino finanziariamente la ricerca e sviluppo e la produzione di vaccini in situazioni di emergenza. Anche Riccardo Palmisano presidente di Assobiotec ritiene che l'alleanza tra pubblico e privato sia fondamentale, soprattutto in piena crisi Covid

assobiotec

L’affiancamento dello Stato nella ricerca e sviluppo dei vaccini per sostenere i costi è fondamentale. Alcuni imprenditori anche di multinazionali che in questo periodo si stanno affannando a cercare cure contro il Sars-Cov-2 hanno detto che i costi rischiano di essere insostenibili e che la società deve aiutare la ricerca. A pensarla così è anche Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec, che ha parlato in occasione della conferenza stampa online del 13 maggio a seguito della presentazione del rapporto “BioInItaly 2020”.

Partnership

“Purtroppo in Italia non riusciamo a prendere una grande quantità di investimenti europei perché non riusciamo a vincere tantissimi bandi. I vaccini rientrano nella sfera degli interessi comuni tra Stato e industria. Il privato sperimenta e produce, ma lo Stato deve aiutare soprattutto in questa situazione dove è richiesta una capacità produttiva ridondante e che deve rispondere alla situazione emergenziale senza intoppi. Se ci pensiamo bene – dice Palmisano – le molecole più innovative sono nate proprio da collaborazioni pubblico-private”. Il tema sui costi del vaccino sta interessando da tempo l’industria e le istituzioni. Sul Financial Times del 21 aprile David Loew, vice presidente esecutivo di Sanofi Pasteur, aveva detto che serviranno miliardi di dollari dai governi per sostenere la ricerca e l’immissione in commercio. “Se l’industria non sa se sarà sul mercato entro 18 mesi non potrà sostenere i costi. L’industria da sola non può provvedere ai miliardi di investimenti che servono”, aveva detto alla testata economica. Gli ha fatto eco Christophe Weber, chief executive di Takeda: “La società deve aiutare tramite grandi investimenti. La mia paura è che come succede con l’influenza, finita l’emergenza si perda interesse”. Yusuf Hamied, numero uno della genericista indiana Cipla ha aggiunto che i governi devono sostenere sì la ricerca, ma anche e soprattutto la produzione su ampia scala delle medicine esistenti, tra cui l’idrossiclorochina.

Il problema degli investimenti

Palmisano pone l’accento sul fatto che gli investimenti in Italia latitano. “Come Paese avevamo l’obiettivo di raggiungere il 3% del Pil in ricerca entro il 2020. Siamo all’1,3%. Siamo indietro. Bisogna allentare i lacci delle burocrazia, chiedere un’Agenzia per la ricerca e fornire le imprese di uno sportello unico a cui ci si possa rivolgere per capire quali siano gli incentivi fiscali, le normative da seguire e i tempi di approvazione. Uno sportello a cui partecipano ministero dell’Economia, della Ricerca, dell’Agricoltura, della Sanità e le Regioni”.

Riconversione

Sempre sul piano degli aiuti da parte dello Stato, Palmisano parla anche di riconversione industriale che non va intesa, per inciso, come la capacità di produrre materiale estraneo alla propria linea di produzione, bensì di rinnovare il prontuario farmaceutico. “Il governo deve aiutare a trasformare medicine datate in terapie avanzate, cellulari, geniche e vaccini di ultima generazione. Il futuro è questo”.

Un settore in forma

Nonostante le criticità rilevate dagli imprenditori, quello delle biotecnologie in Italia è un settore in forma che continua a crescere. Dal sondaggio svolto da Assobiotec ad aprile 2020 sul ruolo delle aziende nella lotta a Covid-19 emerge che il 57% del campione è attivo nel trovare una soluzione contro il nuovo coronavirus con particolare riferimento alla diagnostica (44%) e alla ricerca di terapeutici (34%). Il 15% si sta concentrando, invece, sui vaccini. Rispetto alla quota sul totale delle imprese italiane (0,02%), il comparto peserebbe 20 volte in più in termini di fatturato e oltre 200 volte con riferimento agli investimenti in R&D a livello nazionale. Da un punto di vista demografico fra il 2017 e il 2019 ci sono state 50 nuove startup biotecnologiche in più all’interno di un sistema che vede le microimprese surclassare, per numero, le grandi (80%). Il fatturato tra il 2014 e il 2018 è aumentato del 5%, generato per due terzi da imprese a capitale estero. Anche gli investimenti in R&D sono aumentati nell’ultimo quinquennio del 20%. Da notare, infine, la crescita delle aziende biotecnologiche nel meridione a cui però non corrisponde una omogeneità di fatturato. Il 30% dei ricavi (e degli investimenti in ricerca )a livello nazionale spetta alla sola Lombardia. Altro dato interessante è la specializzazione territoriale. Lombardia, Piemonte e Liguria predilogono nuovi approcci terapeutici, al nord-est si lavora più su vaccini veterinari, al centro ci si specializza in drug discovery e vaccini a uso umano, mentre al sud si da maggiore spazio alle biotecnologie applicate all’agricoltura.

…ma che ha risentito del lockdown. Soffrono le italiane

Le restrizioni hanno comunque fatto sentire il proprio peso. Sebbene il 60% del campione indichi di continuare a portare avanti il proprio business, il 40% si è visto costretto a ridimensionare (29%) o bloccare (11%) la propria attività. A soffrire soprattutto le realtà a capitale italiano che nel 13% dei casi hanno dovuto bloccare totalmente le attività in corso e nel 30% le hanno ridimensionate. Le imprese a capitale straniero, invece, sono riuscite a mantenere le proprie attività. Il motivo? Secondo la ricerca il danno è imputabile al fatto che le italiane sono più esposte ai rischi di R&D, a differenza delle multinazionali straniere che sono più vicine ad attività di mercato. Altre difficoltà che la filiera ha incontrato riguardano la carenza dei clienti (32%) dei casi e crisi di liquidità (25%). C’è stata anche una carenza di budget (36%), inaccessibilità dei laboratori e sospensione delle attività di arruolamento dei pazienti negli studi clinici (21%). Senza contare poi la mancanza di materie prime (19%) legata a problemi più ampi della logistica (29%).