Covid-19, dall’uso di tocilizumab emergono ancora risultati promettenti

A manifestarli è il Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri, secondo cui la sensazione è che il farmaco dia una risposta in circa il 70% dei pazienti trattati

Covid-19 tocilizumab

L’utilizzo di tocilizumab nei malati di Covid-19 continua suscitare reazioni positive all’interno della comunità scientifica. Dopo i risultati incoraggianti annunciati da Aifa, in merito a un recente studio approvato dall’Agenzia  stessa sull’utilizzo del farmaco nei pazienti con polmonite da coronavirus, segnali altrettanto confortanti arrivano dal Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo).

Tocilizumab, risposta positiva in circa il 70% dei casi

A manifestarli è Vincenzo Montesarchio, segretario del Cipomo. Durante un webinar da titolo ‘L’oncologia medica ospedaliera in Italia e l’emergenza Covid-19’ ha dichiarato: “La sensazione è che il tocilizumab dia una risposta in circa il 70% dei pazienti trattati, e che siano fondamentali per ottenere una risposta sia la tempistica in cui  si somministra il farmaco avendo maggiori possibilità di successo, se utilizzato precocemente, sia le caratteristiche cliniche e le comorbidità dei pazienti”.

L’uso del farmaco

Lo stesso Montesarchio ha poi spiegato come l’idea di utilizzare tocilizumab per la polmonite da Covid-19 sia nata quando si è notato che la tempesta citochimica, che si può sviluppare in seguito all’utilizzo di farmaci che gli oncologi utilizzano per combattere i tumori, era simile a quella che si sviluppa nella sindrome da distress respiratorio acuto provocata da coronavirus.

Le evidenze

In particolare, in comune tra le due, c’è un’elevata produzione dell’interleuchina 6, idea confermata anche da esperti cinesi che già avevano sperimentato il farmaco su 21 pazienti ottenendo un ottimo risultato su 20 di essi.

Creata una task force

Il 7 marzo – ha raccontato Montesarchio -abbiamo creato una task force presso l’Ospedale Cotugno, costituita da infettivologi, rianimatori e pneumologi per poter trattare i primi pazienti, selezionandone due tra i peggiori, entrambi intubati. La domenica successiva, 24 ore dopo, uno dei due aveva già avuto un miglioramento importante e oggettivo dei parametri respiratori”.

Finalizzato un protocollo di fase II

“Abbiamo continuato a trattare 2-3 pazienti al giorno – ha proseguito – e contemporaneamente, spinti dai primi risultati incoraggianti e convinti, quindi, della necessità di proseguire l’esperienza avviata,abbiamo coinvolto Gerardo Botti e Franco Perrone, rispettivamente direttore scientifico e direttore dell’Unità sperimentazioni cliniche del Pascale, e finalizzato in 10 giorni un protocollo di fase II presentato ad Aifa, approvato dal comitato etico dell’Istituto Spallanzani e partito il 19 marzo con l’arruolamento dei pazienti: in meno di 20 ore si è raggiunto il target dei 330 pazienti arruolati e trattati nello studio di fase II e sono stati in seguito arruolati oltre 4000 pazienti in totale (studio di fase II + coorte osservazionale prospettica e retrospettiva), con 600 centri registrati in tutta Italia che hanno aderito al protocollo”.