Fase 2: pochi test e il tracciamento è ancora un miraggio

L’allarme della Fondazione Gimbe: “Con l’indagine siero-epidemiologica non ancora avviata, l’app Immuni al palo e il numero esiguo di tamponi, lottiamo con armi spuntate”

fase 2

La lotta contro il virus avanza con armi spuntate. Con l’indagine siero-epidemiologica non ancora avviata, l’app Immuni al palo e il numero esiguo di tamponi (con ampie differenze regionali), la fase 2 è densa di incertezze. Ne è convinta la Fondazione Gimbe, che analizza i dati della Protezione Civile e monitora la situazione dall’inizio dell’emergenza.

Tre dati

Dalle analisi relative alle ultime quattro settimane emergono tre dati:

  1. il numero medio giornaliero di tamponi diagnostici per 100.000 abitanti è “incredibilmente esiguo rispetto alla massiccia attività di testing e tracing necessaria nella fase 2”;
  2. la propensione ad eseguire tamponi diagnostici “presenta enormi e non giustificate variabilità regionali” che influenzano anche il valore di Rt incluso negli indicatori del ministero della Salute;
  3. nelle ultime due settimane solo PA di Trento e Valle D’Aosta hanno potenziato in maniera rilevante l’attività di testing.

La strategia delle tre “T”

Facciamo un piccolo passo indietro. Evidenze scientifiche e raccomandazioni internazionali puntano per la fase 2 su tre pilastri: mirata estensione dei tamponi per individuare i soggetti asintomatici (testing), strategie di tracciatura dei casi (tracing), inclusa l’app Immuni, e loro adeguato isolamento (treatment), oltre alle indagini siero-epidemiologiche per conoscere la diffusione del virus nella popolazione.
“Tuttavia, in Italia, questi pilastri – sottolinea la Fondazione Gimbe – non possono contare su un’adeguata infrastruttura informativa, tecnologica e organizzativa necessaria per una ripartenza del Paese in sicurezza nel momento in cui i dati riflettono ancora la fase finale del lockdown”.

La situazione in ospedale

In ospedale, comunque, la situazione è in costante miglioramento. Questi, in sintesi, i dati della settimana 13-20 maggio:

• Casi totali: +5.318 (+2,4%)
• Decessi: +1.224 (+3,9%)
• Ricoverati con sintomi: -2.528 (-20,8%)
• Terapia intensiva: -217 (-24,3%)

“Se i dati ospedalieri sono affidabili e tempestivi – commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – il numero di nuovi casi è direttamente influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni, che su questo in parte si mostrano restie, verosimilmente per il timore non dichiarato di veder aumentare troppo le nuove diagnosi che le costringerebbero ad applicare misure restrittive”.

Le indicazioni all’uso dei tamponi rimangono quelle ministeriali del 20 marzo e del 3 aprile che raccomandano di eseguirli prioritariamente ai casi sintomatici/paucisintomatici, ai contatti a rischio sintomatici e agli operatori sanitari e agli ospiti di residenze per anziani. In pratica la fase 2 è partita senza definire una nuova policy nazionale per l’esecuzione dei tamponi.

Tamponi diagnostici e “di controllo”

Gimbe ha analizzato dati della Protezione Civile che dal 19 aprile, oltre al numero totale dei tamponi effettuati da ciascuna Regione, rende disponibili i “casi testati”, ovvero il numero dei soggetti sottoposti al test. “Per valutare la reale propensione di una Regione all’attività di testing e tracing – spiega Cartabellotta – sono stati considerati solo i tamponi “diagnostici’ e non quelli “’di controllo’, utilizzati per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test”.

In sintesi, nelle ultime 4 settimane (23 aprile-20 maggio):

  • In Italia sono stati effettuati 1.658.468 tamponi di cui il 38,3% “di controllo” e il 61,7% “diagnostici”: su questi le differenze regionali sono notevoli, si va dal 34,1% della Campania al 98,2% della Calabria;
  • A fronte di una media nazionale di 61 tamponi diagnostici/die per 100.000 abitanti, le Regioni hanno una propensione al testing molto eterogenea e non sempre correlata alla situazione epidemiologica: il range varia dai 18 della Puglia ai 168 della Valle D’Aosta;

  • Confrontando il periodo 7-20 maggio (fase 2 già avviata) con le due settimane precedenti, 12 Regioni fanno registrare incrementi e 9 Regioni riduzioni nel numero medio giornaliero di tamponi diagnostici per 100.000 abitanti.

 

 

In particolare, svettano per incremento rilevante solo Provincia Autonoma di Trento (+99) e Valle D’Aosta (+66), mente gli aumenti restano modesti in Umbria (+24), Abruzzo (+ 19), Molise (+18), Campania (+13) e Lombardia (+13). Circa la metà delle Regioni si colloca nel range ±12 facendo registrare minime variazioni in aumento o in diminuzione. Si rileva un moderato decremento in Emilia-Romagna (-13) e consistenti decrementi in Puglia (-43) e nel Lazio (- 64), condizionati da ricalcoli nei dati riportati dalla Protezione Civile.

Una pericolosa rinuncia

“Per quasi tutte le Regioni – spiega Cartabellotta – la ricerca attiva di contagi asintomatici e la tracciatura dei loro contatti non rappresentano una priorità nonostante siano strumenti indispensabili della fase 2. Dopo essere stati colti impreparati nella fase 1 senza mascherine, DPI, ventilatori, stiamo pericolosamente rinunciando a giocare d’anticipo affrontando la fase 2 con armi spuntate: considerati i clamorosi ritardi dell’app Immuni e dell’indagine siero-epidemiologica, l’unica arma a disposizione oggi sono i tamponi diagnostici. Eseguirne pochi – conclude il presidente di Gimbe – aumenta il rischio di una seconda ondata perché il monitoraggio della fase 2 potrà essere effettuato solo tardivamente sulla base dell’aumento dei ricoveri ospedalieri”. Contro il virus, invece, bisogna giocare d’anticipo.