Con la fragilità dell’ambiente è più difficile contenere i salti di specie dei virus

In occasione della giornata mondiale sulla biodiversità, Legambiente pubblica un quadro dell'attuale stato di salute del nostro pianeta soffermandosi anche a riflettere sull'incidenza di nuove patologie come Covid-19

“Sebbene si continui a sottovalutare il valore alla natura, e non si ponga adeguata attenzione alla perdita di biodiversità causata dagli effetti del cambio climatico, quanto accaduto a causa del Covid-19 dovrebbe aiutare una riflessione globale sull’urgenza di tutelare la biodiversità. È giunto il momento di invertire il paradigma di una natura che soccombe davanti alle scelte economiche, e prendere invece atto che gli ecosistemi fragili sono meno efficaci a contenere il salto di specie (effetto spillover) all’origine dello sviluppo di virus letali e l’espansione di pandemie”. L’introduzione al report di Legambiente “Biodiversità a rischio” pubblicato il 22 maggio, giornata mondiale della biodiversità, del presidente Stefano Ciafani, è diretta e pungente. O si cambia o dovremmo abituarci a rischi biologici sempre più persistenti e potenzialmente dannosi per l’uomo.

Salti mortali

Anche Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk Vaccines, raggiunto da AboutPharma (la cui intervista integrale sarà pubblicata sul numero di giugno 2020) ha detto che con Sars, Mers e Covid si è ormai appurato che “i coronavirus sono capaci di salti di specie anche mortali per l’uomo”. Una consapevolezza che ormai è diventata certezza e che ci accompagnerà non solo nell’immediato, ma anche in futuro. “La perdita di habitat, l’inquinamento diffuso, l’eccessivo sfruttamento delle risorse, i crescenti impatti delle specie aliene invasive, i cambiamenti climatici sono i fattori chiave della perdita di specie”, continua Ciafani. “L’approccio One Health promosso dall’Organizzazione mondiale per la sanità sarà infatti fondamentale per prevenire future pandemie, poiché promuove programmi, politiche e ricerca in sinergia tra diversi settori (ad esempio ambiente, salute animale, pesca, agricoltura e foreste) per raggiungere migliori risultati per la salute pubblica”, conclude il presidente di Legambiente.

Rispetto ecologico. Tutta colpa degli animali?

“Insomma, sono gli animali selvatici che portano le malattie agli uomini? Davvero tutto questo disastro è originato da un virus che stava lì dentro un pipistrello e ha deciso a un certo punto di fare un “salto” di specie? E quanti virus lo potranno fare ancora in futuro?” A porsi questa domanda è Simone Angelucci, medico veterinario responsabile del Parco Nazionale della Majella che prova anche a dare una risposta. “No, in effetti non è solo una questione di salto di specie: per comprendere l’origine delle epidemie, come quella chiamata Coronavirus disease 19, bisogna confrontarsi con le nostre conoscenze in merito alla complessità ecologica nella quale quel salto e soprattutto la successiva diffusione del virus sono avvenuti”. Angelucci, dalle pagine del report, spiega che seppur sia acclarato che il 70% delle patologie umane ha origine zoonotica è possibile trovare un rimedio attraverso una sorta di distanziamento ecologico. In sostanza bisogna trovare equilibrio tra la sfera umana e quella animale all’insegna della convivenza. “Questo perché ecosistemi in equilibrio possono essere determinanti nel prevenire l’insorgenza di malattie infettive emergenti o riemergenti, in essi le dinamiche di interazione tra agenti patogeni e ospiti si sviluppano “internamente” e naturalmente, come avviene di solito nelle comunità selvatiche, a discapito di interazioni anomale tra selvatici, domestici (in densità di popolazione inten-sive e, pertanto, innaturali) e uomini (anche questi, spesso organizzati in densità di po-polazione discutibili e in abitudini consumi-stiche ecologicamente insostenibili)”, spiega sempre Angelucci.

Rompere la barriera della sicurezza alimentare

Angelucci prosegue dicendo che i casi dell’insorgenza di Covid, ma anche di Ebola (la cui diffusione è concentrata in determinate zone dell’Africa, ma che esplode una volta che certi habitat vengono intaccati come è successo nel 2014), sono correlati “alla distruzione e alla frammentazione degli habitat e alla cattura e al commercio di specie selvatiche, un meccanismo che “rompe la barriera della sicurezza alimentare” come suggeriscono alcuni ricercatori di un consorzio per la ricerca ambientale francese (AllEnvi), recando ulteriormente l’esempio attualissimo della significativa diffusione dell’Ulcera del Buruli, malattia tropicale che colpisce la pelle e se non curata può provocare gravi cicatrici e disabilità, la cui riemergenza è significativamente correlata alla deforestazione e alla colonizzazione speculativa dei territori dell’ormai ex foresta tropicale”.

La questione inquinamento

Marco Marchetti, del Dipartimento di Bioscienze e territorio dell’Università del Molise ed ex presidente Sisef (Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale) torna poi su un tema molto dibattuto all’interno della comunità scientifica. “Anche in ambito urbano le foreste svolgono un ruolo che può essere determinate. Infatti, mentre ci si chiede in che maniera il particolato atmosferico possa essere associato alla diffusione e all’impatto del Covid -19, si rileva con certezza che vivere in aree urbane dove l’inquinamento atmosferico è elevato incide sullo stato di salute”.