Oltre 400 mila i ricoveri per interventi chirurgici da riprogrammare post emergenza

Le strutture ospedaliere stanno ripianificando le agende, organizzando il recupero degli interventi rimandati e la programmazione di quelli futuri. Il che porterà a un aumento dei tempi di attesa e un rallentamento della mobilità sanitaria di breve/medio periodo

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Secondo l’analisi di Nomisma “Riprogrammazione degli interventi chirurgici, liste d’attesa e mobilità sanitaria: il Covid spingerà gli italiani a curarsi vicino a casa?” nel periodo di sospensione dei ricoveri differibili e non urgenti, sono stati rimandati il 75% dei ricoveri per interventi chirurgici in regime ordinario (tralasciando i day hospital), con quote più o meno elevate a seconda delle categorie diagnostiche. Da questo conteggio sono esclusi i ricoveri con diagnosi di tipo oncologico.

Interventi da riprogrammare

In termini assoluti, considerando un blocco totale della attività programmate pari a due mesi e a un periodo di ugual durata per la piena ripresa degli interventi, questo si tradurrà in circa 410mila ricoveri per interventi chirurgici da riprogrammare. Le quote di interventi rimandati variano sensibilmente a seconda della categoria diagnostica: le stime passano dal 56% dei ricoveri per interventi legati a malattie e disturbi dell’apparato cardiocircolatorio alla quasi totalità dei ricoveri per patologie afferenti all’otorinolaringoiatria e al sistema endocrino, nutrizionale e metabolico. Un terzo degli interventi da riprogrammare riguarda l’area ortopedica, dove si valuta saranno 135mila i ricoveri per interventi chirurgici rimandati per l’interruzione e, alla ripresa, il rallentamento del servizio.

Aumentano i tempi di attesa

“Il blocco degli interventi chirurgici non urgenti avrà naturalmente un significativo impatto sulle liste di attesa: per un intervento programmato di bypass coronarico o di angioplastica coronarica, dove l’attesa media nazionale si aggira intorno ai 20/25 giorni, le attese potranno raggiungere i quattro mesi, mentre per un impianto di protesi d’anca i tempi di attesa potranno raddoppiare superando i sei mesi”, hanno dichiarato Maria Cristina Perrelli Branca e Paola Piccioni analiste di Nomisma.

Lo stop della migrazione sanitaria

Il tutto anche dovuto al fatto che l’emergenza Covid ha anche fermato la migrazione sanitaria che tipicamente si osserva in Italia. Ogni anno, infatti, circa 750.000 cittadini affidano le proprie cure ospedaliere a strutture di regioni diverse da quella di residenza. Di questi, oltre il 90% si sposta per ricoveri acuti in regime ordinario (69%) e in regime diurno (23%). Tra le Regioni maggiormente attrattive Lombardia ed Emilia Romagna, stando ai saldi di mobilità e i dati sulla compensazione economica. In fondo alla classifica invece Campania e Calabria, a conferma dello storico fenomeno delle “fughe” da Sud verso Nord.

Riorganizzare le agende

Le strutture ospedaliere stanno ripianificando le agende, organizzando il recupero degli interventi rimandati e la programmazione di quelli futuri. Tuttavia, si tratterà di una ripresa graduale, contingentata e prudente, su cui anche i Servizi sanitari più efficienti e attrattivi, travolti più degli altri dalla pandemia, non riescono ancora ad offrire certezze sui tempi di riconquista del pieno regime.

Di conseguenza è presumibile che tutto questo rallenterà la mobilità sanitaria di breve/medio periodo. “Accadrà, anche in considerazione di altri fattori, quali il persistente timore del contagio, accentuato nel caso di condizioni di salute precarie, e le attuali criticità legate agli spostamenti (prime fra tutti la disponibilità e i costi dei biglietti aerei)”, evidenziano Perrelli Branca e Piccioni.

Il futuro dei “migranti sanitari”

È auspicabile che tutti coloro che necessitano di prestazioni non disponibili all’interno dei propri confini regionali, continuino a rivolgersi altrove senza apprensione. Per tutti gli altri potenziali “migranti sanitari”, si possono ipotizzare due scenari: il primo, basato (compatibilmente con l’urgenza e la gravità dei propri bisogni) sulla scelta di “rimandare” la partenza, a quando la Fase 2 dell’emergenza avrà fatto il suo corso, la gestione di tutto ciò che è Covid sarà consolidata e la riorganizzazione di ciò che non lo è portata a compimento. Il secondo, basato sulla scelta di “restare”, perché questa volta gli ostacoli legati al “fuori” superano la sfiducia che si nutre verso il “dentro”.

Dipende tutto dai Ssr

Perché quest’ultimo caso si verifichi, però, l’approccio e l’atteggiamento dei Servizi sanitari delle regioni storicamente di fuga dovranno essere determinanti. Dovranno sfruttare il vantaggio di aver vissuto un’emergenza più controllata, per riprendere rapidamente e a pieno regime le attività fino ad ora sospese. Il territorio dovrà valorizzare la contingenza per potenziare l’informazione e la comunicazione sui punti di forza delle strutture ospedaliere di prossimità. Infine le strutture dovranno essere in grado di gestire con efficienza ed efficacia l’eventuale aumento di domanda.