Petrini (Siaarti): “I posti in terapia intensiva vanno ridistribuiti meglio tra le regioni

La presidente degli anestesisti-rianimatori interviene sul programma di potenziamento autorizzato dal Governo. Non basta la tecnologia, servono 2500 nuovi specialisti formati

Presidente Petrini, il Governo annuncia fondi per la creazione di 3500 nuovi posti letto di terapia intensiva. Sono proprio necessari?

Diciamo che la situazione pre-Covid 19 che registrava circa 5200 posti letto in Unità di terapia intensiva (Uti) polivalente, era francamente insufficiente a coprire tutte le esigenze del Servizio sanitario nazionale. Siaarti lamentava sia un rapporto disomogeneo nelle Regioni del rapporto posti letto/100 mila abitanti, che una scarsa attenzione del governo clinico rispetto all’importanza di rispettare gli standard delle dotazioni (risorse umane e tecnologiche) per garantire quel livello di qualità delle cure intensive riconosciuta al nostro Paese in ambito internazionale.

Poi è scoppiata la pandemia…

Sì, e il numero è cresciuto fino a registrare il raddoppio della, grazie alla trasformazione in Ti di strutture che non erano a tale livello (il più alto per complessità) ma che sono state dotate di attrezzature e risorse umane (medici specialisti e infermieri) sottratte alle sale Operatorie. Allo stesso modo le coorti di posti letto semintensive (livello più basso di impegno assistenziale) si sono avvantaggiate di risorse umane e tecnologiche “prestate” da alterare, incluso il sistema di rapida risposta all’emergenza che il team intensivo garantiva (come sempre, ma in modo più complicato) all’emergenza. Questo implica due considerazioni: tutti gli altri servizi sanitari (di emergenza ma anche di elezione) ne hanno sofferto e tutto il personale, medico-infermieristico, di Anestesia e Rianimazione è stato sottoposto a una pressione enorme (per turni e rischi). Di tutto questo si sta cominciando ora a valutare le ricadute, che saranno chiare solo posteriori.

 Lei cosa immagina?

Nello specifico nessuno può dire se l’incremento di 3.500 posti letto di terapia intensiva e di 4.225 di area semintensiva sia quello utile a dare risposte alla popolazione italiana in “condizioni critiche”. Certo è una risposta dettata dalla prudenza, ma allo stato attuale (situazione demografica anche degli operatori, tempo necessario a creare competenze adeguate) si può stimare che una “stabilizzazione sostenibile” dei posti letto di cure intensive sia quella che punta da un aumento razionale compreso tra il 35% ed il 50% delle dotazioni precedentemente impegnate: ciò non significa che prevedere una dotazione di circa 8000 posti letto di Uti sia semplice e rapidissima.

Eppure la Germania nel tempo ha fatto altre scelte. Perché?

La nostra importante rivalutazione non può essere paragonata a quella della Germania, perché semplicemente i due sistemi sono molto diversi – ricordiamolo, prima dell’emergenza questa raggiungeva i 28 mila posti letto, ma va detto che non tutti sono di Livello III – ma è sempre più alta di quella di altri grandi Paesi europei, come ad esempio Francia e Regno Unito. La loro necessità diciamo che oggi è ben accettata da tutti, ma credo sinceramente che il futuro del Ssn non sia sic et simpliciter nel solo aumento dei posti letto in Ti. Quello che serve è uno sguardo population oriented, con una prospettiva che porti ad un ripensamento dell’intero servizio sanitario e che rispetti standard di cure verificati e calibrati ai bisogni, che sono diversi nelle fasce di età della popolazione e sono stati disattesi. Sarebbe già sufficiente mettere la fine ai tagli indiscriminati del fondo sanitario.

Considerate le carenze da voi rilevate già in fase pre Covid è prevista una congrua ridistribuzione dei posti letto su tutto il territorio nazionale?

Credo sia insostenibile mantenere operativo in alcune Regioni il numero di posti letto Uti incrementato in corso di emergenza sanitaria, che è giunto persino al 250% in più rispetto ai preesistenti. Come appena sottolineato, su base nazionale e con criteri che tengano conto non solo del rapporto posti letto/100 mila abitanti, ma anche dell’offerta di cure necessarie prima e dopo quelle intensive, l’incremento dei posti letto “stabilizzati” e strutturati tecnologicamente in modo “completo” dovrebbe attestarsi in un incremento compreso dal 35% al 50% degli attuali in modo diverso da Regione a Regione. Il dato deve derivare dalle valutazioni che negli ultimi anni avevano focalizzato l’attenzione non solo sulla Rete dell’Emergenza Urgenza (118-112- PS… cure specialistiche per patologie tempo dipendenti: traumi, stroke, ictus, Ima), ma anche dal fatto che la rete sanitaria territoriale si sia impoverita, portando tutti i cittadini all’ospedale.

Dove sono i deficit principali?

Dobbiamo fare molto di più in prevenzione e riabilitazione e serve maggiore attenzione al controllo delle infezioni acquisite in ospedale, per le quali già prima non brillavamo in Europa. Si deve ragionare a sistema connesso e non a silos. Per esempio: su base nazionale e internazionale è ormai codificato che la chirurgia a elevata complessità, intesa sia come complessità della tecnica necessaria, sia per la complessità dei pazienti che vengono portati in So, sempre più anziani e “fragili”, necessiti di cure intensive perioperatorie che in molte strutture del Paese, anche prima dell’Emergenza Covid-19, non erano garantite a sufficienza. Anche questa risposta è in carico alla rete specialistica per intensità delle cure, ma in questo periodo è stata congelata e smembrata, insieme a tutti i percorsi diagnostico-terapeutici in elezione, dirottando le risorse nelle Uti Covid e sulle strutture semi-intensive.

Come tornare rapidamente a regime, sostenendo al contempo il suddetto incremento di posti letto Uti?

Questa è la sfida. Crediamo che il ripensamento del fabbisogno di posti di Unità di Terapia Intensiva non possa prescindere da un accurata valutazione dei fabbisogni di personale qualificato, comprendendo in questo ambito sia i medici specialisti, che quelli in formazione specialistica, non dimenticando gli infermieri di area critica e di sala operatoria, la cui carenza è un problema aggiunto al problema. Chi pensa che per rendere operativa una terapia intensiva moderna, sia sufficiente acquistare ventilatori e monitor, sottace aspetti che solo l’esperienza clinica ed organizzativa specialistica può capire fino in fondo. Questo è il contributo che la Società scientifica deve offrire.

In quanto è stimato il deficit di specialisti? 

Siamo convinti, e l’abbiamo dichiarato come Siaarti e Collegio dei Professori che sostengono la rete formativa in collaborazione con l’associazione Aaroi-Emac (che interloquisce sui tavoli sindacali), che sia necessario e non rinviabile oltre, un incremento significativo (rispetto all’inizio della fase pandemica) di circa 2000/2500 delle Borse di studio indirizzate alle Scuole di Specializzazione in “Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e del Dolore” (che a norma europea impegna per 5 anni). Senza questo incremento – che dovrà essere accompagnato da un corretto dimensionamento dei numeri di infermieri di Rianimazione e Terapia intensiva – ogni incremento delle dotazioni necessarie a garantire la qualità delle cure intensive sarà inefficace. E noi puntiamo proprio alla qualità delle cure.